Il dimenticato segmento degli Uomini in Blu italoamericani - 1^ parte

Nella foto da sx Don Larsen, "Babe" Pinelli e Yogi Berra (SABR.org)
Nella foto da sx Don Larsen, "Babe" Pinelli e Yogi Berra (SABR.org)

Nella foto da sx Don Larsen, "Babe" Pinelli e Yogi Berra (SABR.org)

di Michele Dodde 

Indiscutibilmente la coinvolgente ed affascinante storia dell’umpire “Augie” Donatelli che l’ha visto da brutto anatroccolo a muoversi nelle insane miniere di carbone, e poi tramite un inaspettato viatico di guerra, divenire un emblematico cigno che entra nell’Olimpo della Major League Baseball come rispettato e richiesto direttore di gara non è comunque la sola narrazione di un insieme di vicende che hanno delineato come i figli degli immigrati italiani, quella seconda generazione plasmata da forte determinazione di esserci, abbiano dimostrato, attraverso il baseball, una personale virtuale ritualità dell’est unus quisque faber suae fortunae, poiché è ricco, oltre a quello dei giocatori a partire da Edward James Abbaticchio che debuttò sul grande palcoscenico della Major League il 4 settembre del 1897 con i Philadelphia Phillies, anche il segmento più pruriginoso degli umpire italoamericani ha lasciato con i suoi personaggi una significativa impronta avendo affrontato e vinto le generali perplessità oltre a migliorare le ambite personali condizioni socio economiche. 

Così a sfogliare gli almanacchi impolverati ci si imbatte in Rinaldo Angelo Paolinelli, in arte poi diventato Ralph Arthur “Babe” Pinelli, che, dopo aver giocato a baseball nel ruolo di terza base con alterna fortuna, lasciando il guantone ed afferrato il contastrike, salì sulla grande scena della Major League come affidabile ed apprezzato umpire dal 1935 al 1956.

Nato a San Francisco il 18 ottobre del 1895, dopo aver praticato un proficuo baseball on the road fu ingaggiato a 23 anni dai White Sox di Chicago, poi andò ad indossare i colori dei Tigers di Detroit per finire all’ombra dei Reds di Cincinnati con i quali giocò dal 1922 al 1927.

 

La sua ferma determinazione di non lasciare quel dorato mondo che aveva dato un senso logico e creativo alla sua vita lo indusse a frequentare la High Umpire Shool debuttando nel circuito della National League all’età di 40 anni ma con la indiscutibile consapevolezza di conoscere e capire il gioco. Durante i suoi 21 anni di carriera è stato designato a dirigere per quattro volte gli All-Star Game ed in ben sei World Series.

 

Nel 1957 il giornalista Charles Einstein nel confezionare il suo “The Second Fireside Book of Baseball”, classica antologia che ha il pregio di raccogliere il meglio degli articoli, racconti, reportage, poesie e cartoni animati sul baseball, chiese a Pinelli una sua testimonianza inerente alla sua attività di umpire. Egli allora tirò fuori dai suoi ricordi con velata maestria quanto avvenne durante il suo anno di rookie nel 1935 ed il titolo del racconto è significativo: “Kill the Umpire? Don’t Make Me Laugh” (Uccidere l’Umpire?,Ma non fatemi ridere). 

 

Era quello l’anno in cui il grande Babe Ruth con la casacca dei Boston Braves stava chiudendo la sua eccezionale carriera e così racconta che gli fu suggerito di non giudicare e chiamare lo strike su di lui.

 

Tignoso com’era, Pinelli non dette ascolto a questo dire ed anzi, quando avvenne il turno di Ruth nel box di battuta, egli giudicò scrupolosamente “strike” un lancio che fece passare la pallina sul filo interno della zona dello strike. Dopo che l’enfasi della chiamata nemmeno era terminata ecco che subito non si fece attendere l’urlo di Babe Ruth che inferocito gridò: “Umpire, ci sono quarantamila persone in questo stadio che sono pronte a giudicare che quel lancio era un “ball”, testa di asino!!!”. “Ah sìiii? – rispose serafico Pinelli – Forse hanno ragione, ma sappi che è il mio giudizio l’unico che conta!!!. Giochiamo…”       

Un simpatico aneddoto su questo imprevedibile umpire invece lo si trova nel libro “The Game of Baseball” scritto dall’indimenticabile prima base, e poi allenatore, Gilbert Ray Hodges assunto agli onori della Hall of Fame proprio quest’anno. Egli racconta che negli spogliatoi dei Brooklyn Dodgers durante il prepartita era nata una intensa discussione su quali umpire fossero più o meno incline ad espellere un giocatore da una partita. Ebbene, Pee Wee Reese notificò con determinazione che solo il Pinelli era l’unico umpire meno propenso ad espellere un giocatore ed infatti lui, nemesi della storia, al quarto inning fu da Pinelli espulso dalla partita.  

 

Ma la dedizione e la passione con cui Pinelli svolse la sua attività di giudice di gara lungo l’arco della sua carriera sono dimostrabili da quanto accadde durante la quinta gara delle World Series del 1956. Fu quella la partita perfetta del lanciatore Donald James Larsen, ben assecondato dal ricevitore Yogi Berra e da una superba difesa (foto in home).

 

Era l’8 ottobre del 1956 e di fronte in un derby assassino le due compagini newyorkesi, gli Yankees ed i Brooklyn Dodgers, con il Fato dietro l’angolo a dire la sua. Infatti al secondo inning la pallina battuta del seconda base dei Dodgers, il mitico Jackie Robinson, fu deviata dal guantone del terza base degli Yankees, Andy Carey, in direzione dell’interbase Gil McDougald che riuscì così ad eliminare il Robinson; poi fu la volta di Mickey Mantle, il “The Commerce Comet”, a porre il proprio sigillo di garanzia prima a battere un millimetrico fuoricampo alla prima valida che un irripetibile Sal Maglie, lanciatore partente dei Dodgers, dopo ben undici eliminazioni consecutive aveva concesso, poi a superarsi al quinto inning con una eccezionale presa al volo cancellando le velleità di Gil Hodges.

 

Così al nono inning con due eliminati già acquisiti, Larsen si trovò a misurarsi con il mancino e temuto battitore Loren Dale Mitchell. Sul conteggio di un ball e due strike quel suo 97esimo lancio fu giudicato ancora strike e la chiamata di Pinelli “Strike Three!, You’re out”, è ora riportata sui libri di storia del baseball. Ma si racconta anche che quella fu l’ultima chiamata di Pinelli quale umpire e che a partita finita, rientrando negli spogliatoi insieme ai colleghi di quel giorno: Hank Soar (AL), Dusty Boggess (NL), Larry Napp (AL), Tom Gorman (NL) e Ed Runge (AL) sia scoppiato a piangere per l’emozione di essere stato privilegiato testimone ed involontario protagonista di un evento eccezionale e che in tal modo quella chiamata ad alta tensione di fatto stava diventando l’inaspettato dono che andava a chiudere in modo sublime la sua carriera.

 

Pinelli è morto all'età di 89 anni a Daly City in California e nel 2000 è stato eletto nella National Italian American Sports Hall of Fame.

 

Michele Dodde

 

Segue

 

Sotto l'ultimo strike di Babe Pinelli nel pefect game di Larsen

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Commenti: 4
  • #1

    Loredana (lunedì, 05 settembre 2022 12:59)

    Complimenti per l'impegno e la disinvoltura del tuo stile che denota padronanza e cultura dell'argomento. ��Mi chiedo chi è un 'umpire' e quando offrirai agli ignoranti come me, una informativa di massima dello scopo è dei valori di questo tuo sport. Un caro saluto.

  • #2

    Maria Luisa Vighi (lunedì, 05 settembre 2022 14:13)

    Interessante l'aspetto sociologico che vede l'impegno e il valore dei risultati sportivi per fasce di popolazione in attesa di un riconoscimento sociale..In particolare si potrebbe indagare sugli straordinari esiti sportivi della nostra gioventù in ben diversi e differenziati ruoli sociali, ma forse in deficit di attenzione !

  • #3

    Marcella (lunedì, 05 settembre 2022 19:11)

    Condivido " in toto" tutto ciò che le amiche Loredana e Maria Luisa hanno evidenziato: caparbietà e valore hanno reso possibile,già negli anni '50, l'impossibile: l'affermazione della nostra italianità nello sport, oggi, finalmente, conseguita ai massimi livelli

  • #4

    Giuditta (giovedì, 08 settembre 2022 18:40)

    Mi ricordo bene la presenza di Pinelli nel "perfect game" di Don Larsen! Il resto della sua storia è anche molto interessante.