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Quando la storia diventa leggenda…

di Michele Dodde

Quando fu divulgato il libro “Augie” scritto da John Bacchia, nel recensirlo sulle colonne del “New York Times” così si espresse Peter Golenbock, autore di ben cinque best sellers: “ Il libro rende omaggio ad uno dei migliori umpire nel giudicare gli strike e le ball... La passione, l’amore per il gioco e le grandi storie sono tutte qui”. Chi era questo umpire da meritare tanta attenzione? Un italoamericano di nome August “Augie” Joseph Donatelli la cui vita è degna di un romanzo d’appendice. La famiglia Donatelli fu coinvolta nella massiccia emigrazione di molte famiglie italiane ai primi del 1900 e si trasferì a Heilwood e poi a Bakerton nella Pennsylvania occidentale dove il capofamiglia, Antonio, trovò lavoro, insieme ad altri immigrati, nelle miniere di carbone. In queste miniere, a causa delle grandi ristrettezze economiche derivate dall’onda lunga della depressione, andavano a lavorare anche i figli di questi immigrati ben consapevoli della necessità di trovare un lavoro anche tra un periodo scolastico e l’altro. Accadde anche ad August, che era nato il 22 agosto del 1914, essere investito da questo destino lavorando sia all'interno sia all’esterno delle miniere caricando sui carrelli il carbone e dopo il tragitto scaricarlo.

Aveva 17 anni quando fu assunto presso le Sterling Mines nella contea di Cambria dove restò sino al 1938 quando decise di provare a giocare a baseball in modo professionale avendolo imparato nei momenti di riposo.

 

Giocò 14 partite con i “Beaver Falls Browns”, affiliati alla Penn State Association, per poi però ritornare al duro lavoro della miniera continuando come diversivo a praticare il gioco nel ruolo di interno in una lega amatoriale locale.

 

L’attacco alla base navale di Pearl Harbor il 7 dicembre del 1941 destabilizzò non poche certezze negli Stati Uniti così August il 6 gennaio del 1942, a 28 anni, si arruolò nell’Aeronautica Militare raggiungendo il grado di Sergente Maggiore nella specializzazione di artigliere di coda a bordo dei Boeing B-17G Flying Fortress.

 

Trasferito a Kimbolton, in Inghilterra, presso il 527esimo Bomb Squadron, partecipò indenne sino alla diciassettesima missione quando il 6 marzo del 1944, alla diciottesima e primo raid notturno su Berlino, il suo aereo, unitamente ad altri 68 bombardieri, fu colpito. Fortunatamente l’intero equipaggio potè paracadutarsi ed Augie riportò una frattura alla caviglia destra atterrando malamente tra gli alberi di una foresta.

Catturato, fu portato a Francoforte e da lì per 15 mesi patì una prigionia fatta di stenti e continui spostamenti ma durante la quale in lui nacquero gli stimoli di un suo futuro diverso dal carbone.

 

Infatti accadde che nelle lunghe giornate tra i prigionieri si evidenziò la necessità di una occupazione mentale giocando a softball e quando Augie vide che era diretto maldestramente, nonostante la frattura, si offrì come umpire e la sua capacità intuitiva e conoscenza del regolamento lo fecero emergere facilmente e di poi continuamente ricercato per dirigere le gare.  

 

E furono gare tutte da ricordare poiché a partire dall’umpire, che dirigeva le gare senza alcuna protezione per il torace e indossando nient'altro che gli abiti da prigioniero di guerra, anche le basi erano realizzate con semplici oggetti rinvenuti in giro per il campo, le palline con spago attorno a degli stracci, le mazze con vecchi bastoncini di legno e con pochi guanti da dividere tra i vari ruoli. 

 

Ma è pur vero che se attorno a queste partite svolte su una spianata di appena 150 iarde tra una baracca e l’altra non vi erano le note emittenti radiofoniche né le telecamere della televisione tipiche della Major League Baseball vi si trovava una grande partecipazione di giocatori magri, forse anche troppo magri, che non giocavano per soldi o per fama, ma per piacevole svago teso ad alzare il morale e mettere a tacere lo stomaco brontolante che chiedeva più di un pasto al giorno.

Questa esperienza convinse Augie, al rientro dalla prigionia, a lasciare il lavoro in miniera ed a ritornare nel mondo del baseball, se non da giocatore, da umpire e la sua scelta fu caldeggiata anche da Elmer Dayly, l’allora presidente della Penn League, che gli consigliò di frequentare a Cocoa Beach, in Florida, la prestigiosa scuola per umpire fondata da William Aloysius McGowan, riconosciuto illuminato direttore di gara per aver diretto ininterrottamente ben 2541 partite consecutive.

 

Così a 29 anni Augie si mette in gioco con serietà, fermezza e grande volontà applicandosi scrupolosamente alla teoria interpretativa del regolamento ed alla pratica della meccanica tanto da essere positivamente notato dall’umpire professionista, e suo futuro mentore, Al Somers che, unitamente a McGowan, gli predisse che dopo quattro anni, proseguendo nella sua determinazione, sarebbe giunto nel mondo della Major League.

 

Così fu poiché dopo il primo contratto con la Pioneer League per 150 dollari al mese, nel successivo anno fu ingaggiato dalla Sally League con 300 dollari al mese più 6 dollari per le spese giornaliere. Da allora passò alla International League per 600 dollari sino a quando fu notato dal famoso Bill Klem e chiamato poi da Ford Frick, il presidente della National League, per essere assunto nella Major League, dopo quattro anni, era il 1950, con lo stipendio iniziale di 5500 dollari più 15 dollari al giorno per le spese a trasporto gratuito.

 

Si era realizzata con successo la previsione di Al Somers. Da allora, e per 24 anni, Augie è stato uno degli umpire più rispettati della Major League dando lustro a quel segmento di umpire italoamericani quali Babe Pinelli, Art Passarella, Joe Paparella, Frank Dascoli, Augie Guglielmo, Joe Linsalata e Alex Salerno che attraverso lo sport avevano affrontato e vinto le generali perplessità e migliorate le loro condizioni socio economiche.

Di Donatelli si scriverà che “è stato un umpire atipico. Le circostanze peculiari della sua vita familiare e le esperienze come prigioniero di guerra gli avevano forgiato una personalità distintiva: forte, determinata e di mente dura con un forte senso di equità e cameratismo. Come evidenziato da una rapida ascesa attraverso le leghe minori, era un umpire "nato", in possesso di quell'insolita combinazione di abilità, giudizio e comportamento che contraddistinguono gli umpire veramente esemplari. Ancora più importante, in qualità di "fondatore" della Major League Umpires Association, Augie Donatelli è stato uno dei pochi uomini in blu a dare contributi storicamente importanti alla professione degli umpire ed al baseball della Major League”.

 

Si, perché da perfetto americano proveniente dalla classe operaia di seconda generazione, oltre ad essere stato attivo sui diamanti, era diventato anche un apprezzato sindacalista a difesa dei diritti e delle rivendicazioni salariali a favore degli umpire tanto da essere ancora oggi molto stimato nel proprio ambiente.

 

Per le sue capacità durante la sua carriera lunga 24 anni è stato prescelto a dirigere quattro gare All Star, cinque World Series e due League Championship Series oltre ad essere stato protagonista come plate umpire in quattro gare no-hitters: Warren Spahn (1961), Carl Erskine (1956), Ken Johnson (1964) e Bob Moose (1969). Inoltre, per notorietà acquisita di integerrimo e risoluto, apparve sulla copertina del primo numero di Sport Illustrated edito il 16 agosto del 1954 unitamente al ricevitore Wes Westrum ed al battitore Eddie Mathews.

Ora è risaputo che per un umpire l'anonimato è la giusta ricompensa finale poiché in una partita ideale ogni suo giudizio sarebbe da tutti condiviso e non ci sarebbe alcun motivo negativo per ricordarlo.

 

Per questo assioma molti colleghi umpire si sono sempre espressi nel dire che Augie non dovrebbe essere ricordato per alcuni scabrosi giudizi quali le perentorie espulsioni di Bob Elliot e quella del suo sostituto Bobby Hofman, rei di avergli contestato il giudizio sulla chiamata di uno strike durante la gara New York Giants e St. Louis Cardinals del 1952, o l’irriverente soluzione scaturita dalle tracce di lucido su una pallina o quella ancor più reclamizzata del 1973, sua ultima gara diretta come plate umpire, ma solo per le molte gare dirette senza fronzoli e piccinerie varie.

Tuttavia la gara del 1973 viene ricordata come aneddoto e per via di una inusuale foto che vede Willie Mays litigare con Augie Donatelli a casa base dopo una chiamata molto contestata durante la seconda partita delle World Series di quell’anno.

 

Si era al decimo inning tra i New York Mets e gli Oakland Athletics con il punteggio in parità 6 a 6 quando su una volata di Felix Millan il giocatore Bud Harrelson dalla terza base cercò di segnare il punto ma, piuttosto che scivolare, Harrelson corse attraverso l'interno del piatto di casa base. Il catcher di Oakland Ray Fosse afferrò la palla tiratagli da Joe Rudy, roteò su sé stesso e sfiorò Harrelson. Donatelli, in ginocchio per avere una visione migliore, immediatamente alzò in aria il braccio destro decretando con enfasi l’out.

 

Subito dal dugout uscì Willie Mays andando ad inginocchiarsi dinnanzi all’umpire per caldeggiare inutilmente la diversità della chiamata e subito dopo alla discussione si aggiunse anche il mitico Yogi Berra che seraficamente brontolò che forse il tutto era un “maledetto scherzo”.

 

Augie fu irremovibile nella sua decisione ed ancora oggi le riprese di quel gioco fanno parte di scolastiche interpretazioni per tutti gli umpire. Per la cronaca i Mets vinsero quella partita per 10–7 in 12 inning, grazie a due errori al 12esimo da parte del secondo base di Oakland Mike Andrews.

Di Augie allora però è giusto riportare il giudizio su lui espresso dal collega Paul Pryor: “Non si può etichettare un umpire per alcuni singoli episodi ma per le qualità acquisite e riconosciutegli partita dopo partita. Questo perchè in verità Augie era l’umpire di se stesso”.

 

Un giudizio da condividere perché per August “Augie” Joseph Donatelli la direzione di una gara non si esauriva nell’applicare le regole ma gestire le situazioni e pertanto era necessario essere attenti meccanicamente per portarsi nella giusta posizione per vedere il gioco.

 

Questo era il suo concetto più importante: bisogna essere nella posizione giusta per chiamare una giocata difficile. Se non si è nella posizione giusta e si indovina la chiamata, non sarà mai una chiamata corretta, non andrà mai bene e si comincerà sempre a sbagliare.

 

Ora e sempre questa sua filosofia resta e resterà un fondamentale monito.

 

Michele Dodde

 

 

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