Baseball Books Day - Gli autori: Manuel Mazzoni

di Manuel Mazzoni

Parlare di baseball, nel contesto americano, significa senza dubbio parlare non solo di uno sport, ma di una colonna portante della stessa cultura americana. Un filo rosso come quello delle cuciture che circondano ogni palla da baseball, che lega quello che viene definito “passatempo nazionale” prima ancora che sport (ed è una distinzione da non sottovalutare) alla storia ed al costume degli Stati Uniti. Una simbiosi che parte da lontano, fin dai primi vagiti del neonato gioco del batti e corri. Se infatti per altri sport americani, anche estremamente popolari in ogni angolo del globo come il basket, si conosce per filo e per segno ogni dettaglio relativo all'invenzione della disciplina, la nascita del baseball affonda le proprie radici nella leggenda. 

Per anni, per decenni, il merito di aver inventato il gioco che oggi siamo qui a celebrare è stato attribuito ad una persona che, molto probabilmente, a baseball non ha mai giocato ma che rappresentava il perfetto punto di congiunzione tra il gioco e la storia americana: stiamo parlando di Abner Doubleday.

Designato come inventore del gioco da parte di una commissione di esperti che nei primi anni del '900 venne incaricata del delicato compito di dirimere i dubbi che circondavano le origini dello sport che in quegli anni stava vivendo la sua prima grande esplosione di popolarità, la sua scelta rappresentava una sorta di conclusione perfetta, di 'vissero per sempre felici e contenti'.

 

Doubleday, generale dell'esercito degli Stati Uniti che si era distinto in diverse battaglie, non ultima la decisiva battaglia di Gettysburg nel corso della guerra civile americana, permetteva ai novelli ricercatori non solo di celebrare il baseball come uno sport indigeno, nato nella piccola città di Cooperstown da una vera mente americana (e non, come in molti giustamente ipotizzano, evolutosi da un vecchio gioco inglese), ma anche di legare la sua invenzione ad un vero patriota che aveva combattuto per il bene degli Stati Uniti.

 

In realtà il baseball, come si addice ad un vero e proprio passatempo, era un gioco che vedeva i propri incontri disputati nei parchi cittadini, e solo in rari casi nei primi anni del movimento questi incontri vedevano opposti dei club organizzati. Ma dobbiamo comunque a uno di questi circoli, il New York Knickerbockers Club, la stipula del primo regolamento del baseball, l'atto formale che ha effettivamente trasformato un passatempo in uno sport. 

Inventori del baseball ma anche esportatori del gioco, tra la fine del diciannovesimo e l'inizio del ventesimo secolo tantissimi giocatori si imbarcarono in viaggi lunghi anche 6 mesi, i cosiddetti Grand Tour, per giocare partite di esibizione in ogni angolo del globo e lanciare in ogni luogo toccato il seme del batti e corri. 

 

Anche qui in Italia le prime testimonianze riguardanti il baseball si possono far risalire a questi che oggi chiameremmo tour promozionali, ed in particolare a quello messo in piedi da Albert Spalding nel 1888 che dopo aver sostato in Australia, Sri Lanka ed Egitto arrivò a Napoli, dove si è di fatto giocata la prima partita di baseball in Italia, a Roma dove perfino il Re Umberto I si divertì ad assistere all'esibizione di Villa Borghese ed a Firenze. 

 

Sport americano ma globale quindi, e soprattutto sport democratico. Per molti negli Stati Uniti il baseball è la vera e propria esemplificazione del sogno americano, dove chiunque può avere un'opportunità, a patto di avere la voglia e la 'fame' per metterla a frutto. Una caratteristica, quella della voglia di emergere, in cui spesso si distinguevano i figli degli immigrati europei giunti in nord america dopo una lunga traversata atlantica  in cerca di fortuna. 

Joe DiMaggio, Yogi Berra, Tommy Lasorda o l'attuale manager della nostra nazionale, Mike Piazza sono solo alcuni degli esempi di figli o di discendenti di immigrati italiani che hanno avuto carriere scintillanti come professionisti del baseball. Ma io oggi sono qui per parlarvi di un altro figlio di immigrati, questa volta polacchi, che con il suo innato talento e la sua incredibile voglia di eccellere ai massimi livelli ha lasciato un segno indelebile nella storia del gioco: Stan Musial.

 

Vincitore di 3 campionati ed eletto per 3 volte miglior giocatore della National League, Musial ha sempre dimostrato, fin dai suoi primi anni come giocatore dilettante nella squadra di Donora, il suo minuscolo paesino natale nelle campagne della Pennsylvania, un talento fuori dal comune ed una passione incrollabile per lo sport (attitudine che lo metteva spesso in contrasto con i suoi genitori, convinti che gli togliesse del tempo prezioso da poter dedicare ad un vero lavoro). Queste due caratteristiche attirarono fin da subito l'attenzione di molti scout, ed in particolare fu Andy French, allenatore di una squadra semiprofessionistica di Monessen, sempre in Pennsylvania, a muoversi con maggiore rapidità e caparbietà. 

 

French ebbe la fortuna, proprio in qualità di allenatore, di assistere dal vivo all'esordio di Musial, allora ancora quattordicenne, avvenuto nel 1935 nella partita proprio tra il Monessen ed i Donora Zincs. Quello che vide in quell'incontro, nel quale Musial giocò come lanciatore eliminando ben 13 battitori tutti molto più grandi ed esperti di lui, lo stupì. Quello che vide nelle partite successive lo convinse definitivamente che quel ragazzo di Donora era speciale ed a quel punto French, che oltre ad allenare lavorava anche come scout per i St. Louis Cardinals, iniziò un lungo lavoro ai fianchi della famiglia di Musial, in particolare del padre Lukasz, per arrivare alla firma di un contratto professionistico nell'inverno del 1937.

Nonostante l'interesse di tante altre squadre, Musial decise di accettare l'offerta dei Cardinals proprio per la presenza di una persona conosciuta, se non proprio un amico e confidente, come Andy French. Una scelta dettata dal cuore di cui non si sarebbe mai pentito ed un tratto distintivo di tutta la sua carriera.

 

Per 22 anni ha giocato in Major League e per ben 7 volte è stato il miglior battitore del campionato. Ha chiuso la sua carriera straordinaria nel 1963 con 3630 battute valide, il migliore di sempre fino a quel momento in National League ed il secondo di sempre nell'intera Major League (ancora oggi, quasi 60 anni dopo il ritiro, Musial è il quarto battitore di tutti i tempi per numero di valide). E' stato in grado di battere in maniera costante per 22 anni, sia in casa che in trasferta, e non sto scherzando né esagerando: al momento del ritiro, Musial aveva battuto 1815 valide a St. Louis e 1815 valide nelle partite giocate fuori casa. 

 

E' stato testimone della più importante evoluzione del gioco nel ventesimo secolo, quando i Brooklyn Dodgers nel 1947 con Jackie Robinson hanno sgretolato il muro di segregazione razziale, o per meglio dire razzista, che impediva ai giocatori di colore di giocare con i bianchi. Nei primi, difficilissimi, anni dell'integrazione, quando i primi giocatori di colore venivano ricoperti di insulti e minacce di vario genere, Musial si è trovato suo malgrado dalla parte sbagliata, facendo parte di una delle squadre più attive nelle proteste contro l'ingresso dei giocatori neri in Major League.

 

Ma questo non gli ha impedito di schierarsi in favore del progresso e dell'inclusione, non con grandi discorsi ma con pochi significativi gesti. Come quando, era il 1947, molti dei suoi compagni si dissero addirittura pronti a boicottare le partite contro i Dodgers, pur di non giocare contro Robinson. Stan, che nonostante i soli 26 anni era un vero pilastro della squadra, avendo già vinto 3 degli ultimi 5 campionati ed essendo appena stato nominato miglior giocatore della lega per la seconda volta, si schierò contro i suoi stessi compagni difendendo il diritto di Jackie Robinson, e di tutti i giocatori che come lui erano stati fino a quel momento confinati nelle Negro Leagues, di avere una opportunità di affermarsi ai massimi livelli.

Musial ha indossato la casacca dei St. Louis Cardinals per tutta la sua lunghissima carriera, dal 1941 al 1963 (rimanendo poi per altri 4 anni come vice presidente e general manager della squadra) e nel corso degli anni arrivò a sviluppare un rapporto simbiotico con la città del Missouri, che rimase la sua casa anche dopo aver chiuso la propria avventura sul campo. 

 

Fu un giocatore adorato dai tifosi dei Cardinals ma amato ed ammirato anche da tutti gli appassionati di baseball del paese, qualunque fosse la loro squadra del cuore. La sua umanità, la sua umiltà, la sua capacità di entrare in empatia con chiunque incontrasse, unite alla innata capacità di destreggiarsi in mezzo al diamante lo hanno fatto diventare un simbolo di quanto possa esserci di bello nello sport. 

 

L'elezione nella hall of fame, tra gli immortali del baseball, ne ha certificato la grandezza come giocatore. Ma al di là di quanto possa essere inciso su una placca di metallo conservata in un museo a Cooperstown, per chiunque ami, abbia amato o amerà mai questo meraviglioso passatempo, Musial rimarrà sempre impresso nel cuore come Stan, The Man.

 

Manuel Mazzoni

 

 

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