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La prima squadra professionista:  I Cincinnati Red Stockings

Foto tratta da MLB.com 

di Andrea Salvarezza

Le insistenti richieste di riforma, sollevate da più parti per porre rimedio all’intricata situazione che si era venuta a creare nella seconda metà degli anni sessanta, continuavano però a cadere nel vuoto a causa degli scarsi poteri dell’Associazione: regole e provvedimenti adottati di volta in volta non erano sufficienti, poiché la questione era di carattere più generale e riguardava la necessità di prendere posizione di fronte al più ampio problema dell’avanzata del professionismo. 

Un ritorno al dilettantismo puro dei primi tempi fu invocato da diversi  riformatori (come gli Albany Knickerbockers), ma presto anch’essi rividero le proprie posizioni, arrivando a sostenere che il professionismo avrebbe portato a dei vantaggi se condotto apertamente (ad esempio risolvendo l’annoso problema delle partite truccate, per lo più dovute alla sete di facili guadagni da parte dei giocatori, o potendo permettere un aumento del livello tecnico).

 

L’opening game (partita inaugurale) del 1868 fu un banco di prova importante, perché fu giocata da due selezioni di New York e Brooklyn composte principalmente da professionisti. Circa mille spettatori pagarono ¼ di dollaro per vedere l’incontro: da questo momento fu chiaro che vi erano ormai due diversi classi di giocatori, dilettanti («amateur») e professionisti («pros»).

 

Anche la NABBP dovette adeguarsi, e alla convention di fine stagione nel 1868 la “Rules Committee” non poté far altro che accogliere anche formalmente il principio che si era ormai affermato nella sostanza.

 

Fece così la sua comparsa la sezione 7 della regola numero 5:

«All players who play base-ball for money, or who shall at any time receive compensation for their services as players, shall be considered professional players; and all others shall be regarded as amateur players»

«Tutti i giocatori che giocano a base-ball per denaro, o che riceveranno in qualsiasi momento compensi per i loro servizi, come giocatori, sono considerati giocatori professionisti; tutti gli altri sono considerati giocatori dilettanti»

 

Con essa l’Associazione accolse dunque il principio delle due classi di giocatori, ammettendo che il professionismo era ormai cresciuto al punto che era necessario riconoscerlo e cercare di governarlo.

 

L’aspetto più significativo del rapporto della commissione regolamentare fu però l’implicita ammissione, da parte dell’Associazione, dell’incapacità di prendere qualsiasi tipo di decisione operativa: la NABBP aveva ormai del tutto perso il potere di guidare lo sviluppo del gioco, ed era dunque nell’impossibilità di tenerlo sotto controllo e dirigerlo, potendosi solo limitare a seguirne le evoluzioni e a riconoscere formalmente i cambiamenti avvenuti di fatto.

 

Il 1869 vide quindi la prima squadra composta interamente da professionisti, i Cincinnati Red Stockings: in essi ebbe un ruolo fondamentale Harry Wright, che abbiamo già visto come “simbolo” del sorpasso del baseball ai danni del cricket, e che ora nei Red Stockings giocava come center field e soprattutto ne era allo stesso tempo captain. Il rapporto tra cricket e baseball nella città di Cincinnati e il passaggio che Wright fece da una disciplina all’altra ricalcarono, seppur più rapidamente, il cammino già visto a New York e nel resto d’America: nel giro di appena una stagione Wright abbandonò uno sport che stava sempre più perdendo popolarità, il cricket, per dedicarsi a tempo pieno al baseball, che invece continuava a crescere e ad espandersi a dismisura.

 

Come accennato in riferimento al tour degli Washington Nationals del 1867, per l’affermazione del professionismo a Cincinnati giocò un ruolo decisivo la cocente sconfitta subita a domicilio proprio durante quella tournée: l’umiliante 53-10 (in cui  si distinse la brillante prestazione di George Wright, fratello minore di Harry, che giocava come interbase per i Nationals) diede la spinta fondamentale perché il club di Cincinnati si apprestasse ad operare la virata verso una gestione imprenditoriale della squadra. All’inizio della stagione 1868 si decise di recintare il campo di gioco, di imporre un prezzo di ingresso e di iniziare il reclutamento di alcuni professionisti. Questa operazione, così come la successiva conduzione manageriale della squadra e la gestione della sfera tecnico-tattica, spettò interamente ad Harry Wright. Egli selezionò i giocatori basandosi esclusivamente su motivazioni tecniche, abbandonando così il mero criterio dell’appartenenza geografica (in squadra compariva un solo giocatore locale, il prima base Charles Gould; il resto della rosa  era composto da giocatori di grande livello provenienti dal resto d’America). Ma soprattutto portò all’interno delle sue squadre un modello di management assolutamente ineguagliabile per gli standard dell’epoca:

 

«Wright was a baseball genius, who not only mastered the techniques of the game, but possessed that vital “something extra” of which geniuses are made. Wright worked tirelessly on fundamentals. […] Disciplined practice was the leitmotiv of Wright’s style»

 

Avendo giocato a lungo sia a cricket che a baseball, peraltro ad altissimo livello, egli era un profondo conoscitore del gioco, e aveva compreso pienamente che le pratiche razionali di allenamento potevano portare grandi benefici al livello tecnico delle squadre. Non solo amava lavorare duramente e incessantemente sui fondamentali (lancio, battuta, ricezione), ma soprattutto sapeva come creare coesione e  compattezza all’interno del gruppo: era insomma in grado di padroneggiare la formula per ottenere la “chimica” che permetteva ad un insieme di giocatori di essere davvero “squadra”.

 

Inoltre aveva un dono speciale e preziosissimo, quello di plasmare i giocatori di talento, di saper lavorare su di essi per farne emergere le rispettive qualità e per aiutarli a crescere come ballplayers e come uomini: il suo lavoro non si limitava ad assemblare un gruppo di fuoriclasse già formati, ma al contrario consisteva anche nel contribuire al miglioramento individuale di ciascuno di essi. In questo Wright dimostrò di possedere non solo esperienza e conoscenze tecniche, ma anche una grande abilità nel sapersi relazionare nel modo giusto con i suoi “ragazzi”:

 

Wright fu inoltre il primo ad introdurre una gestione tecnica della squadra orientata non solo al conseguimento dei risultati sportivi, ma che fosse anche in grado di contemperare le altrettanto importanti esigenze economiche ed imprenditoriali.

 

Con il professionismo che era ormai sul punto di affermarsi definitivamente, egli sapeva di dover dare ai tifosi una squadra allenata, ben guidata e competitiva al massimo grado: solo così il pubblico sarebbe stato felice di pagare il prezzo del biglietto, sopportando volentieri questo onere pur di assistere alle partite. Il miglioramento dei singoli giocatori, poi, finiva per coincidere con l’interesse che questi avevano di procacciarsi contratti migliori e meglio retribuiti.

 

Inoltre Wright aveva pieno controllo anche sugli aspetti logistici, vale a dire il calendario delle partite, l’organizzazione delle trasferte, l’affitto e la gestione del campo di allenamento, le competenze amministrative; per non parlare del suo ruolo in campo come giocatore (ove agiva come esterno centro), e del fondamentale compito di essere anche capitano, dunque in costante supervisione della squadra sia nelle gare casalinghe che in quelle lontano dall’Union Grounds (fin quando era a Cincinnati) o dal South End Grounds (dopo il trasferimento a Boston).

 

All’inizio del 1869 i Cincinnati Red Stockings potevano così vantare una squadra composta interamente da professionisti (tra cui il fratello di Harry, George Wright) e gestita secondo criteri assolutamente all’avanguardia, che avrebbe concluso la stagione con 56 vittorie e un solo pareggio (contro i famigerati Troy Haymakers, i quali lasciarono il campo nel sesto inning solo per preservare il denaro puntato su di essi da Morrissey e dagli altri gamblers).

 

Nel 1870 i Red Stockings proseguirono poi la loro striscia fino alla sconfitta per 8-7 all’undicesimo inning contro i Brooklyn Atlantics, partita che fu vista da 9.000 persone accorse all’incontro pagando un  prezzo di ingresso di 50 centesimi: il professionismo era ormai una realtà a tutti gli effetti.

 

 

 

Segue

 

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Tratto da A. Salvarezza, Eccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009.

 

 

La Tesi di Andrea Salvarezza

 

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