IL BASEBALL E LA SUA STORIA

 

In questa sezione troverete gli articoli tratti da A. SalvarezzaEccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009. Gli articoli sono pubblicati in ordine di tempo. Per seguire il senso temporale iniziare dal basso. Si può poi proseguire con il pulsante "segue" a fine pagina.

 

Un particolare ringraziamento ad Andrea Salvarezza per aver acconsentito la pubblicazione del suo lavoro. La Tesi di Andrea Salvarezza

 

gio

29

dic

2016

The National Game. Three "Outs" and One "Run"

di Andrea Salvarezza

Presentazione di Paolo Castagnini 

Il 16 febbraio 2016 iniziai la pubblicazione della Tesi di Laurea di Andrea Salvarezza: "Eccezionale quel baseball!". Dopo le prime puntate mi resi conto di avere in mano uno straordinario documento sulla nascita e lo sviluppo del nostro sport. Ovviamente parliamo di Stati Uniti, ma analogamente gli eventi che si susseguirono influenzarono anche il baseball nostrano. E' altresì interessante capire il perché del suo successo e attingere dalla storia quelle informazioni che potrebbero favorirne almeno in parte lo sviluppo anche in Italia. Oggi con l'ultima puntata, a distanza di un anno dalla prima, voglio ringraziare Andrea per questo importante lavoro che sarà a disposizione dei lettori nei prossimi giorni, così come pubblicato, in formato pdf.

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gio

22

dic

2016

L'eccezionalità dello sport americano

Nell'immagine Victor Trumper (a sx) e Raul Dodgers (dx) - Getty Images
Nell'immagine Victor Trumper (a sx) e Raul Dodgers (dx) - Getty Images

di Andrea Salvarezza

Il cammino dell’affermazione del baseball (con il contestuale rigetto del cricket), e soprattutto i significati che tale affermazione ha veicolato, lasciano supporre che le ipotesi messe a verifica nel corso della ricerca siano vere. Ma alla luce di quanto analizzato, la scelta degli Americani di sviluppare ed adottare giochi propri appare non solo comprensibile, quanto probabilmente inevitabile. Perché, in altre parole, avrebbero dovuto agire diversamente? Quando le precondizioni resero possibile lo sviluppo e l’affermazione dell’idea moderna di sport, gli Americani avevano di fronte due sole possibili opzioni: da una parte il cricket, dall’altra il baseball. L’uno era caratterizzato da una forte identificazione con la ex madre patria, in un contesto che invece stava sentendo crescere a più livelli l’esigenza di un carattere nazionale autoctono; l’altro al contrario non aveva mantenuto alcun collegamento con l’Inghilterra, da cui pure proveniva.

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mer

07

dic

2016

Il successo del baseball: sport individuale giocato in un setting collettivo

Nella foto il Wrigley Field (Chicago) in una foto del 17 Luglio 1937
Nella foto il Wrigley Field (Chicago) in una foto del 17 Luglio 1937

di Andrea Salvarezza

Il successo del baseball sembrerebbe quindi legato alla maggiore capacità di evidenziare ed esaltare il ruolo della prestazione individuale; del resto una simile impostazione sarebbe coerente con il frame culturale in cui il baseball si è affermato, poiché la Democrazia americana posta sotto la lente di ingrandimento da Tocqueville ha fra i suoi valori fondanti proprio quello dell’individualismo. Ma allora ancora maggiore popolarità avrebbero dovuto avere, nel panorama sportivo americano, discipline completamente individuali come il tennis, l’atletica o il nuoto. 

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ven

11

nov

2016

Il baseball, fenomeno sociale e culturale fondamentale per la storia d'America

Nella foto il Presidente Harry Truman si prepara alla cerimonia del lancio della prima palla  prima della gara tra Washington Senators e New York Yankees all'Opening Day, 1951. (Abbie Rowe/National Park Service)
Nella foto il Presidente Harry Truman si prepara alla cerimonia del lancio della prima palla prima della gara tra Washington Senators e New York Yankees all'Opening Day, 1951. (Abbie Rowe/National Park Service)

di Andrea Salvarezza

Oltre che eccezionali per aver adottato discipline sportive assolutamente peculiari, comunemente battezzate “sport americani”, gli Stati Uniti lo sono anche per il modo in cui hanno messo i loro sport (in particolare il baseball) al centro della propria vita culturale. Non sono molti i contesti in cui uno sport ha assunto una funzione così importante: a partire dagli anni ’60 dell’ottocento il baseball è stato un fenomeno sociale e culturale fondamentale per la storia d’America. Specialmente dopo l’avvento del professionismo, con cui la competizione divenne più intensa e il sistema di partite più regolato, il baseball svolse una funzione cruciale nell’appagare quel bisogno di appartenenza e quel senso di identità che negli Americani ardevano in modo particolarmente intenso.

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ven

28

ott

2016

La tradizione inventata: il mito di Doubleday

Nella foto Albert Spalding nella card del 1871 con i Boston Red Stockings
Nella foto Albert Spalding nella card del 1871 con i Boston Red Stockings

di Andrea Salvarezza

Proviamo per un momento ad assumere i panni indossati da Spalding in quella primavera-estate del 1905: egli ha cercato per anni di far attecchire l’idea dell’origine “interamente americana” del baseball, formulando a tale scopo anche un’astrusa teoria secondo cui il gioco si sarebbe evoluto a partire dal primitivo one-old cat a tre partecipanti, con la progressiva aggiunta di giocatori fino ad arrivare ai nove d’ordinanza. Incapace di sradicare la ben più convincente tesi del rounders, da pochi mesi il magnate ha giocato la carta della commissione d’inchiesta, subito formatasi in stretta osservanza delle direttive  da lui stesso impartite. 

Improvvisamente gli arriva tra le mani la testimonianza chiave, tanto attesa quanto insperata: Sullivan gli inoltra una lettera di tale Abner Graves, vecchio ingegnere minerario, che indica in Abner Doubleday l’uomo che ad un certo punto diede la forma moderna ed attuale al baseball.

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sab

24

set

2016

La Spalding Baseball Commission

Nella foto Abner Doubleday che nonostante gli sforzi di Spalding non inventò il baseball
Nella foto Abner Doubleday che nonostante gli sforzi di Spalding non inventò il baseball

di Andrea Salvarezza

Nella Spalding Baseball Commission figuravano i sei personaggi di spicco indicati da Spalding, fra cui ben due Senatori degli Stati Uniti, a testimonianza  della  rilevanza politica del baseball e di quanto fosse sentita la volontà di farne un  qualcosa di “interamente” americano. Ne fece parte anche quello stesso A.G. Mills che aveva arringato la folla da Delmonico’s, mentre segretario fu eletto James E. Sullivan, che all’epoca ricopriva anche il ruolo di Presidente dell’Amateur Athletic Union e che, giova ricordarlo, era un dipendente di Spalding. Il magnate americano invece non vi figurò formalmente in alcun modo, ma solo perché aveva una tale influenza sulla commissione da potersi tranquillamente permettere di non farne parte. Fu Sullivan a fare la maggior parte del lavoro: per più di due anni, tra il 1905 e il 1907, egli si preoccupò di raccogliere testimonianze, reperti, lettere e ogni altra possibile fonte in grado di dirimere la controversia. Gli altri membri della commissione venivano informati dalle relazioni inviate loro da Mills. E fu lo stesso Mills ad asserire, nel rapporto finale della Special Baseball Commission uscito il 30 dicembre 1907, che il baseball era un gioco interamente americano, che era stato inventato nel 1839 e che il suo creatore era niente di meno che Abner Doubleday, il generale americano eroe vittorioso della Civil War. 

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mer

07

set

2016

La tradizione inventata: Il mito di Doubleday

Nella foto Babe Ruth durante la partita commemorativa del 1939 a Cooperstown
Nella foto Babe Ruth durante la partita commemorativa del 1939 a Cooperstown

di Andrea Salvarezza

Cooperstown, 1939: mentre il mondo è sull’orlo della guerra, il baseball festeggia il suo falso centenario, e lo fa nel più sfarzoso dei modi. Viene inaugurata la Hall of Fame, la più antica di tutto lo sport mondiale, che da lì in poi assumerà la funzione di conservare la memoria storica del gioco e dei suoi protagonisti; viene allestita una parata celebrativa che ripercorre i momenti salienti dell’evoluzione del baseball; va in scena una sfida tra due selezioni di all-star composte dai più grandi di sempre. Persino il governo degli Stati Uniti non si lascia sfuggire l’occasione, e benedice laicamente l’evento con l’emissione di un apposito francobollo commemorativo. 

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gio

11

ago

2016

Perché il baseball vinse sul cricket? - L'ipotesi nazionalista

di Andrea Salvarezza

L’atteggiamento assunto nei confronti del cricket negli ex possedimenti dell’Impero britannico risentì fortemente dell’identificazione del gioco con la cultura inglese: se questa associazione lo rese senza dubbio attraente in molti ex paesi del Commonwealth, sia per coloro che avevano a cuore la madre patria, sia per coloro che si auguravano invece di poterla (almeno simbolicamente) sconfiggere, al tempo stesso può spiegarne il rigetto che si verificò in altre ex colonie. Un saggio uscito di recente ha messo a fuoco il ruolo giocato dal nazionalismo nell’indirizzare le culture sportive di India e Stati Uniti, in cui ad affermarsi come National Pastime furono rispettivamente cricket e baseball.

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sab

30

lug

2016

Perché il baseball vinse sul cricket? - L'ipotesi elitaria

Una partita di cricket presso Harlem, New York (1851)
Una partita di cricket presso Harlem, New York (1851)

di Andrea Salvarezza

Intorno alla metà degli anni 50 dell’ottocento il cricket in America era prevalentemente appannaggio di piccoli club elitari, ed era giocato soprattutto da immigrati inglesi, finendo così per diventare il passatempo preferito delle élite: l’entusiasmo per il gioco cioè non riuscì mai a propagarsi tra gli strati più ampi della popolazione. Perché il cricket non riuscì a coltivare l’attrazione della massa? Molto semplicemente, non vi riuscì perché non volle coltivarla. In questo fallimento ha giocato un ruolo cruciale l’esclusivismo, inteso come attitudine delle élite depositarie del gioco a tenere per sé l’attività ludica: volendo limitare gli incontri ufficiali solo a quelle organizzazioni che condividevano lo stesso rango sociale, le élite hanno di fatto stroncato ogni possibilità che il cricket diventasse uno sport a diffusione popolare, poiché essendo gli «interclub matches» piuttosto sporadici, non furono in grado di mantenere desto l’interesse verso il gioco. 

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mar

19

lug

2016

Perché il baseball vinse sul cricket? - L'ipotesi istituzionale

Foto da  Vintage Baseball Magazine (1882)
Foto da Vintage Baseball Magazine (1882)

di Andrea Salvarezza

In diversi passi si è fin qui accennato al fatto che il baseball ebbe un vantaggio decisivo sul cricket a causa della sua malleabilità, intesa sia come spiccata predisposizione a venire modificato nei regolamenti e negli stili di gioco, sia come maggiore ricettività ad essere influenzato culturalmente, ad essere cioè “americanizzato”. Sotto questo profilo, il cricket sembra avere paradossalmente scontato il fatto di aver raggiunto prima del baseball la piena istituzionalizzazione, poiché alla metà dell’800 era già entrato nella cosiddetta fase «modern stage», in cui  le innovazioni ed i cambiamenti che possono essere apportati alla struttura di uno sport non solo diventano molto meno frequenti, ma possono al massimo incidere a livello periferico, e non certo sugli elementi fondativi della disciplina in questione. 

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gio

07

lug

2016

Perché il baseball vinse sul cricket? - L'ipotesi strutturalista

di Andrea Salvarezza

Accomunati da alcuni elementi di fondo, baseball e cricket rientrano entrambi nella famiglia dei cosiddetti «bat and ball games» («giochi di palla e mazza»): la sintassi  dei due sport, dunque, è per certi aspetti simile. Tuttavia in alcuni punti cruciali essi differiscono notevolmente: un’analisi approfondita rivela come tali differenze strutturali abbiano avuto comunque un ruolo nel processo che fece del baseball lo sport più popolare d’America.

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mer

29

giu

2016

I Boston "Red Caps"

Nell'immagine Jim O’Rourke giocatore dei Boston Red Caps (1876)
Nell'immagine Jim O’Rourke giocatore dei Boston Red Caps (1876)

di Andrea Salvarezza

Già il nome dice molto: la NL era un’associazione di club, non di giocatori. Con essa la separazione tra manager/dirigenti e giocatori divenne netta e definitiva, come del resto chiarì da subito la costituzione di Bishop e Hulbert, adottata al termine di un’intensa giornata di confronti, affermando l’intenzione di proteggere e  promuovere i «mutual interests» di club e giocatori: fino al 1876 l’interesse dei ballplayers era lo stesso delle squadre, club e giocatori erano una cosa sola e non c’era alcun bisogno di affermare la volontà di coniugare questi due interessi, poiché essi venivano a coincidere. La National League affermava invece esplicitamente l’esistenza di uno iato all’interno della “baseball fraternity”, di una scollatura che avrebbe presto portato ad una guerra di posizione frontale tra proprietari («capital») e giocatori («labor»): come avrebbe affermato Spalding: «The idea was as old as the hills; but its application to Base Ball had not yet been made. It was, in fact, the irreprensible conflict between Labor and Capital asserting itself under a new guise»

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mar

14

giu

2016

La nascita della National League

Il primo logo della National League
Il primo logo della National League

di Andrea Salvarezza

Se la dinamica di gioco delle partite era certamente molto simile a quella di oggi, per quanto riguarda la struttura interna dei club si era ancora molto distanti dall’assetto odierno: non esistevano metodi sistematici o un’organizzazione di scout per il reclutamento dei giocatori, e negoziazioni e assunzioni di giocatori avvenivano prevalentemente tramite scambi di lettere. Il metodo più facile di assicurarsi giocatori per i club professionistici era quello di assoldare i migliori dilettanti; le squadre giovanili («junior club») avevano una loro associazione nazionale e giocavano tra  loro regolarmente, ma solo i Brooklyn Excelsiors utilizzavano i giovani come serbatoio per la prima squadra. 

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sab

04

giu

2016

La nascita delle statistiche

di Andrea Salvarezza

La NAPBBP introdusse una nuova regola per il campionato nazionale, nonché un concreto e tangibile “titolo” di Campione degli Stati Uniti rappresentato da un vessillo (pennant) che andava alla squadra vincitrice: tutte le squadre si sarebbero affrontate in una serie al meglio di tre partite su cinque e al termine degli incontri il titolo sarebbe andato alla squadra che avesse vinto più partite (o, in caso di parità negli incontri vinti, a quella con la miglior percentuale di vittorie).  Tuttavia non era previsto un calendario ufficiale, stilato o comunque approvato dall’Asssociazione,   e le squadre si organizzavano spontaneamente: pertanto regnava una discreta confusione, poiché alcune squadre non giocavano contro tutte le altre, soprattutto per via dei costi eccessivi causati dai trasferimenti. 

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dom

29

mag

2016

Nascono i Boston Red Stockings (Sox)

di Andrea Salvarezza

Il grande successo sportivo dei Cincinnati Red Stockings del 1869, amplificato dalla sempre crescente attenzione riservata al baseball sulle pagine dei giornali, portò presto le altre squadre a seguirne le orme; la squadra di Cincinnati invece finì per dissolversi quasi subito, quando l’anno seguente la dirigenza annunciò di non essere più in grado di pagare i giocatori: forse fu solo un bluff, una mossa strategica per cercare di abbassare i salari, ma comunque non ebbe il successo sperato e vide i suoi migliori elementi migrare verso altre squadre in grado di pagarli (Harry Wright andò  a Boston portando con sé il fratello George, Charlie Gould e Calvin Mc Vey: partendo da questo blocco di fedelissimi, Wright impiegò tutta la sua abilità come manager e scopritore di talenti per costruire una squadra sensazionale, che aveva in Spalding un lanciatore ineguagliabile e che fu capace con il nome di Red Stockings – anch’esso “predato” a Cincinnati – di vincere 4 titoli nazionali di fila per Boston, sfiorandone un quinto.

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lun

23

mag

2016

La prima squadra professionista:  I Cincinnati Red Stockings

di Andrea Salvarezza

Le insistenti richieste di riforma, sollevate da più parti per porre rimedio all’intricata situazione che si era venuta a creare nella seconda metà degli anni sessanta, continuavano però a cadere nel vuoto a causa degli scarsi poteri dell’Associazione: regole e provvedimenti adottati di volta in volta non erano sufficienti, poiché la questione era di carattere più generale e riguardava la necessità di prendere posizione di fronte al più ampio problema dell’avanzata del professionismo. 

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ven

13

mag

2016

Il primo scandalo scommesse nella storia del baseball

di Andrea Salvarezza

Fu in questo momento che si verificò una frammentazione nel mondo del baseball organizzato, un’insanabile separazione in tre classi distinte che si mantiene tutt’ora: directors (dirigenti dei club, che presto ne sarebbero diventati proprietari), managers (inizialmente chiamati captains, provenienti dalle file dei giocatori e assunti al servizio dei proprietari) e player-workers (i ballplayers, i veri protagonisti del  baseball giocato). Un altro momento degenerativo fu legato al diffondersi delle scommesse e della loro logica, naturale conseguenza: le partite truccate. 

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ven

06

mag

2016

Il fragoroso ingresso del denaro nel baseball

di Andrea Salvarezza

In un modo che potrebbe sembrare paradossale, fu proprio il grande successo della NABBP a decretarne il rapido rovescio: una volta propagatosi con convinzione alle masse, il baseball aveva imboccato la via che lo avrebbe presto portato al professionismo. Se infatti «a game can remain amateur only as long as a privileged minority plays it as an aristocratic diversion» («un gioco può rimanere amateur solo se giocato da una minoranza privilegiata come svago aristocratico»), la  grandissima diffusione del baseball apportò profondi cambiamenti all’antico spirito del gioco, poiché estendendosi ad altri luoghi geografici, e soprattutto ad altre classe sociali, questo sfuggì alle forze “fraternalistiche” dei primi club.

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dom

01

mag

2016

Perché il baseball e non il cricket divenne National Pastime

Nella foto A.G. Spalding al tempo in cui era un grande pitcher per Boston Red Stockings (Calze Rosse traduzione letterale) poi divenuta Red Sox
Nella foto A.G. Spalding al tempo in cui era un grande pitcher per Boston Red Stockings (Calze Rosse traduzione letterale) poi divenuta Red Sox

di Andrea Salvarezza

La guerra civile americana rappresenta allora uno snodo cruciale per il tentativo di capire come e perché fu proprio il baseball ad affermarsi non solo come “lo sport” principale d’America, ma ancor più significativamente come National Pastime tout court. Se con il termine pastime si intende «an activity that someone does regularly for enjoyment rather than work; a hobby», appare allora significativo sottolineare come il baseball non solo fu eletto come il preferito fra gli sport, ma assurse altresì al ruolo di svago americano per eccellenza, ossia l’attività più amata fra quelle  alternative al lavoro (e tuttavia non contrapposta ad esso). 

 

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dom

24

apr

2016

La guerra civile e il baseball Passatempo Nazionale

Nell'illustrazione dell'artista Otto Boetticher una partita di baseball tra soldati e prigionieri durante la guerra civile (clicca sulla foto per allargare)
Nell'illustrazione dell'artista Otto Boetticher una partita di baseball tra soldati e prigionieri durante la guerra civile (clicca sulla foto per allargare)

di Andrea Salvarezza

Ormai giunto sul punto di acquisire un carattere davvero “nazionale”, il baseball si trovò a dover fronteggiare gli eventi legati alla guerra di secessione americana. Questi certamente ne ostacolarono in qualche modo la crescita, se non altro sotto il profilo pratico; tuttavia il conflitto non fu in grado di arrestarne del tutto lo sviluppo, se è vero che subito dopo la fine della guerra il baseball si attestò insindacabilmente come il National Pastime americano per eccellenza.

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lun

18

apr

2016

Scommesse e offese all'umpire prima della guerra civile

Nella foto ingrandibile un'illustrazione di una delle partite tra Excelsiors e Atlantics per il titolo di Campione di Brooklyn (The New York Illustrated)
Nella foto ingrandibile un'illustrazione di una delle partite tra Excelsiors e Atlantics per il titolo di Campione di Brooklyn (The New York Illustrated)

di Andrea Salvarezza

Per la diffusione del baseball e l’affermazione del “New York game” non fu poi di secondaria importanza il ruolo giocato dalla stampa specializzata. L’ampio spazio riservato al baseball sia sui settimanali che sui quotidiani newyorchesi diede infatti grande risalto alla popolarità del gioco: pur presentando infatti anche resoconti sul townball e sul “Massachusetts Game”, a New York i periodici sportivi (come il New York Clipper, lo Spirit of the Times, il Porter’s Spirit of the Times e il Wilkes’ Spirit of the Times) e alcuni fra i più prestigiosi quotidiani (New York Times, New York Herald, Brooklyn Eagle) affidavano gran parte del loro spazio alla versione in voga a Brooklyn e Manhattan.

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sab

09

apr

2016

I primi 10 cents per vedere una partita

di Andrea Salvarezza

Tornando alla rapida diffusione del gioco che si verifica alla fine degli anni ’50, essa non si evince solo dall’aumento del numero di squadre che vengono alla luce e di conseguenza dall’incremento delle partite giocate, ma anche per il sempre maggiore coinvolgimento di spettatori e giocatori. La febbrile eccitazione che si va sviluppando è testimoniata in modo emblematico dalla Fashion Race Course series di Long Island del 1858, una mini serie di 3 partite tra le selezioni dei migliori giocatori provenienti dalle squadre di New York e Brooklyn. Giocato sul campo neutro del Fashion Race Course, questa sorta di all-star game ante litteram mostra non solo l’enorme grado di popolarità raggiunto all’epoca dal gioco, ma testimonia anche la crescita di un forte senso di identità che avvicina le comunità locali a quelle squadre di baseball che ne rappresentano la diretta emanazione sul diamante.

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sab

02

apr

2016

I "muffins"

Negli Stati Uniti esiste una lega che gioca con le regole dei tempi passati. Una delle squadre si chiama The Muffins (Scarsi)
Negli Stati Uniti esiste una lega che gioca con le regole dei tempi passati. Una delle squadre si chiama The Muffins (Scarsi)

di Andrea Salvarezza

Grazie all’attenta consultazione dei quotidiani dell’epoca possiamo affermare con certezza che la «fly rule» venne introdotta dalla NABBP alla convention annuale del 14 dicembre 1864, in cui la mozione fu finalmente adottata con 32 voti favorevoli e 19 contrari. La stagione del 1865 fu dunque la prima giocata con l’obbligo di eliminare i battitori necessariamente al volo.

Se ci siamo soffermati a lungo sull’introduzione della «fly rule» è perché dietro a quello che potrebbe apparire come un semplice e magari banale cambiamento regolamentare vi sono significati ben più importanti per l’evoluzione del gioco. 

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mar

15

mar

2016

The Knickerbocker Base Ball Club

di Andrea Salvarezza

A testimonianza di come il baseball avesse ormai raggiunto un rilievo di natura pubblica, arriva negli anni ’40 dell’ottocento il primo, “vero” momento istituzionale: la nascita di un club stabile ed organizzato (1845). Il primato di essere il più antico club formalmente riconosciuto nella storia del baseball spetta a “The Knickerbocker Base Ball Club”: formata da alcuni gentlemen che già dal 1842 erano soliti riunirsi per occasioni sociali di svago e sport, la squadra divenne realtà grazie alla spinta di Alexander J. Cartwright, che nella primavera del 1845 propose di giungere ad un assetto più regolare. Allo scopo fu creato un apposito comitato, che aveva il compito di organizzare il club e di stilarne il regolamento ufficiale: questo, che comprendeva anche le regole del gioco praticato dai Knickerbockers, venne pubblicato il 23 settembre 1845

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mar

08

mar

2016

I primi regolamenti del baseball

Nella foto un'illustrazione dell'artista Xavier Leprince - Palla prigioniera - Stampa del 1822
Nella foto un'illustrazione dell'artista Xavier Leprince - Palla prigioniera - Stampa del 1822

di Andrea Salvarezza

Che negli Stati Uniti il baseball fosse un passatempo molto in voga già negli anni ’20 dell’ottocento lo conferma del resto William Latham, studente alla Brown University di Providence dal 1823 al 1827: egli riporta nel diario dell’ultimo anno il suo grande entusiasmo per il baseball, pur lamentando il fatto che alla Brown il gioco fosse praticato con un minor numero di giocatori. Poiché Latham non specifica le ragioni  di questa limitazione, possiamo supporre che si trattasse solo di una prassi locale; ad ogni modo non esistono prove che alla Brown fu fissato un numero preciso di giocatori. Latham mostrò nei suoi scritti un grande interesse ed un forte entusiasmo per il gioco, al punto da essere ricordato come «the first “fan”», il primo fan del baseball di sempre.

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gio

25

feb

2016

Gli albori del gioco

di Andrea Salvarezza

Come giunsero negli Stati Uniti i vari «bat-and-ball games» da cui poi scaturì il National Pastime Americano? Con ogni probabilità essi furono importati dai bambini inglesi che traversarono l’Atlantico con le loro famiglie, all’interno del più ampio processo di migrazione culturale in cui generazioni successive di coloni portarono nel Nuovo Mondo aspetti significativi delle loro tradizioni politiche e folkloristiche. Al di là delle variegate e difformi origini del gioco, infatti, è certo che esso arrivò in America grazie alla diretta influenza culturale inglese:

«there is little doubt that baseball’s implantation and nourishment in colonial America was almost exclusively the immediate product of English cultural influence»

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mar

16

feb

2016

Seventh-inning stretch

Nella foto il momento in cui Kane Kalas canta God Bless America durante il 7° inning
Nella foto il momento in cui Kane Kalas canta God Bless America durante il 7° inning

di Andrea Salvarezza

Sabato 23 ottobre 2010, sesta partita della finale della National League (NL): Philadelphia Phillies e San Francisco Giants si contendono il pennant della NL e soprattutto un posto nelle World Series, le finali del massimo campionato professionistico americano. Siamo a metà del settimo inning quando gli spettatori del Citizens Bank Park si alzano in piedi al richiamo dello speaker, si tolgono il cappello e si preparano ad assistere all’esibizione canora di Kane Kalas, figlio dello storico announcer dei Phillies Harry Kalas, scomparso nell’aprile del 2009. Le telecamere inquadrano una fotografia di “Harry the K”, come veniva affettuosamente chiamato dai tifosi di Philadelphia, poi staccano sul giovane, che in un’atmosfera di forte tensione emotiva esegue l’attacco di God Bless America.

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