· 

Miguel Cabrera ultimo atto

da MLB.com 

di Frankie Russo

Di Cabrera si è scritto tutto, o quasi, e come ogni cosa in questa vita terrena, tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Ora, dopo 21 anni di onoratissima carriera, anche per Miguel Cabrera, uno dei più grandi di tutti i tempi, è arrivato il momento di appendere gli spikes al chiodo, ma non di uscire dal mondo del baseball, la sua saggezza e leadership sono troppo preziosi. Per 16 anni in Detroit Miggy è stato la faccia dei Tigers. Dopo la stagione 2022 dove certamente non ha brillato con un rendimento che assolutamente non ci si aspetta da un DH, ritornare per un altro anno e avere successo sembrava pura follia solo a pensarci. A 40 anni suonati, Cabrera sembrava fosse ormai destinato a un patetico addio. Mai previsione fu così sbagliata. I Tigers sapevano che non sarebbero arrivati ai playoff e sapevano anche che Cabrera non sarebbe rimasto a casa in poltrona a godersi i 32 milioni di contratto. Il modo in cui il manager AJ Hinch lo ha gestito in questo farwell è stato semplicemente esemplare. Insieme a Miguel, Hinch ha pianificato le gare in cui sarebbe stato presente nel lineup ed inizialmente, per rispetto verso un grande campione, lo ha tenuto nella parte alta. Una volta che i giovani prospetti hanno messo in mostra il loro talento, con umiltà e dignità Cabrera ha accettato lo spostamento nella parte più bassa del lineup. Queste sono cose che non saranno stampate sulla targa in Cooperstown. 

Il suo canto del cigno è stato un trionfo di grazia, di classe, di vero e proprio divertimento.  

 

La presenza di Cabrera durante il suo tour di addio è stata vivace, energica e celebrativa ricevendo ovazioni non solo in Detroit, ma in ogni altro stadio dove ha giocato. Cabrera è stato onorato, oltre che dalla presenza di grandi giocatori del passato, anche con regali e somme di denaro destinate alla sua fondazione in favore dei bambini latini poveri per il loro studio. 

 

I Tigers gli hanno riservato tre giorni di celebrazioni nell’ultimo week-end della sua carriera. Cabrera ha gestito tutto con grazia e umiltà ma traspariva anche emozione e malinconia. E’ un momento che tutti sapevano che dovesse arrivare ma era qualcosa d'impossibile  prevedere di come verrà gestito.

 Ma cosa ci lascia veramente in eredità questo campione?

Ciò che Cabrera lascia in eredità è una lezione di vita dello sport e non sono solo i numeri relativi alle sue statistiche che lo porteranno a Cooperstown al primo ballottaggio tra cinque anni. Questa è solo una parte. La vera eredità saranno le innumerevoli memorie che lascerà dopo 20 anni di carriera.

 

Osservando le statistiche di quest’anno, non è stato un anno tra i più produttivi, tuttavia soddisfacente.

 

Rispetto alle stagioni precedenti non ha speso un solo giorno sulla lista infortuni e dopo un inizio molto lento, a giugno ha battuto con una media di .304, .298 in luglio e .281 fino a metà settembre. Merito va riconosciuto alla società e al manager AJ Hinch che hanno saputo orchestrare dignitosamente l’ultimo capitolo della sua gloriosa carriera. 

 

I più giovani non possono ricordare quel ragazzino mingherlino appena 20enne che battè il suo primo HR, un walk-off al suo primo turno in battuta. O l’HR nelle WS del 2003 contro Roger Clemens. O quell’iconico HR contro Mariano Rivera e la sua espressione “WOW” di quest’ultimo mentre la palla sorvola la recinzione al centro dello Yankee Stadium. Poi HR n. 500 al Rogers Center di Toronto e valida n. 3.000 al Comerica Park davanti al suo pubblico. 

Ecco una carrellata dei suoi numeri vita: .307 di MB, 3.173 valide, 511 HR, 626 doppi, 1.880 RBI, 11.780 PAB in 2.795 gare giocate con i Marlins (2003-2007) e Tigers (2008-2023). E’ stato eletto 12 volte per l’ASG, vinto le WS nel 2003, AL MVP nel 2012 e 2013, Tripla Corona nel 2012 e 4 titoli di miglior battitore nel 2011, 2012, 2013 e 2015.

 

E’ uno dei soli tre giocatori insieme a Hank Aaron e Albert Pujols con almeno 500 HR, 600 doppi e 3.000 valide. E’ uno dei soli tre giocatori insieme a Hank Aaron e Willie Mays con 500 HR, 3.000 valide e MB oltre .300. Quando il tuo nome è affiancato a questi mostri sacri della storia del baseball, allora sai che hai fatto veramente qualcosa di speciale. 

 

Ma non sono solo i numeri di per se che hanno fatto di Cabrera uno dei più grandi della storia del baseball, non è solo la coordinazione occhio-mano, è la sua intelligenza nel conoscere il gioco, di cui è un grande dotto. Egli studiava ogni minima minuziosità del gioco. I compagni rimanevano esterrefatti quando prima di andare in battura diceva: “Il primo lancio sarà uno slider e lo butterò fuori”. E ci puoi giurare che  spesso era così.

 

Con lui i compagni hanno imparato ad andare in campo con gioia. Seguendolo, tutti hanno potuto notare come si divertiva in campo a scherzare con gli avversari quando arrivano in base e, perché no, anche con il pubblico. 

 

Cabrera adesso vaga per lo spogliatoio dove i suoi giovani compagni lo guardano e lo elogiano sapendo che è una scena che ormai non vedranno più. Tutti hanno dei ricordi indelebili, dal modo din cui si è gestito durante la sua carriera, di come si preparava per ogni gara e per ogni turno alla battuta per finire all’infinita quantità di consigli dati ai più giovani. Tutti i compagni lo hanno visto come un esempio da seguire e hanno imparato da lui. Un esempio su tutti. Quando due anni fa Cabrera capì che il suo corpo non reggeva più il ritmo e non sarebbe stato in campo tutti i giorni, si avvicinò a Torkelson e disse: “Prendi il mio guanto (1B), te lo meriti e lo dimostrerai negli anni a venire”. E se te lo dice Miguel Cabrera, allora ci puoi credere.

 

Cabrera non ama parlare di se, quindi ogni intervista iniziava con una domanda sui compagni, sulla squadra e sul baseball in genere. Pian piano però la conversazione scivolava su di lui. E allora con il suo sorriso smagliante si rivolgeva al cronista: “Hai detto che non avremmo parlato di me, perché menti?”. 

E’ ormai lontana quella sera di dicembre 2007 quando in una delle suite dell’Opryland Hotel in Nashville vi era fermento. I giornalisti stazionavano nella hall in attesa di notizie ricevendo da Al Kaline solo sei semplici parole: “Cose da pazzi stanno per succedere!”  

Dal successivo spring training 2008, i tifosi dei Tigers hanno avuto il piacere e il dono di godere questo fenomeno fino all’atto conclusivo. E’ stata una stagione che ha riservato tante soddisfazioni per lui, per i Tigers e per i loro tifosi. Un anno fa tutto questo sembrava impossibile. 

 

Negli anni i Tigers hanno avuto diversi giocatori latini che hanno lasciato il segno sul campo quali Carlos Guillen e Ivan Rodriguez. Ma dove Cabrera si distingue dai suoi predecessori è il suo attaccamento verso la città di Detroit. Cabrera non è stato sempre uno stinco di santo ma non capita spesso di vedere un giocatore del suo calibro che oltre al campo, è stato così coinvolto con la comunità della città. 

 

Per questo Cabrera ha sempre espresso la volontà di rimanere nell’organizzazione dei Tigers e la società non ha atteso nemmeno la fine della stagione per annunciare che il suo prossimo ruolo sarà “Speciale Assistente del Presidente delle Operazioni Societarie” e nello specifico sarà vicino ai giocatori per insegnare loro come gestire gli elogi e le pressioni del gioco. 

 

Nel tempo Cabrera ci ha mostrato che lui non è un comune mortale del baseball, ma è più una divinità del baseball. E c’è un’altra cosa da dire sulle divinità: esse sono eterne. E questo è sicuramente l’impronta del baseball che immancabilmente Miguel Cabrera lascerà sulla città di Detroit. 

 

Frankie Russo

Scrivi commento

Commenti: 0