La sostenibile leggerezza di un accento

di Michele Dodde

Ancora una volta Paolo Bossi da par suo è riuscito a spolverare dei ricordi funambolicamente giocando sulla sostenibile leggerezza di un accento che lo ha riportato a rinverdire episodi ed eventi unici per il loro essere. E tra i molti personaggi citati, grazie all’incontro con Nicola Còrmio, dal divulgatore principe Lou Campo agli inossidabili Gigi Cameroni e Giulio Glorioso, dall’aristocrazia dell’intuito giocato di Giancarlo Mangini e Silvano Ambrosioni, dai puri di cuore Beppe Guilizzoni ed Ezio Cardea, ecco che magicamente è stata evidenziata una galleria di personaggi che non solo hanno resa viva lo storia del baseball italiano, poiché in realtà loro stessi sono la storia, ma ancor più la presa di coscienza di quanto il baseball possa, ma lo è, una ricercata e condivisa scelta di vita ed un modo di essere. Scorrono vivi questi ricordi enunciati familiarmente da Paolo Bossi, e che non devono restare chiusi nei cassetti poiché il baseball deve far conoscere le modalità con cui si è divulgato, come sia divenuto un aspetto filosofico che ha plasmato i giocatori e come l’attento spettatore ne abbia poi assorbito tutto il bagaglio culturale.

Baseball di ieri: Nicola Cormio e altre storie

Lippanews 29 gennaio 2022

 

Quando ritrovare un amico … è questione di accento

 

Per chi ha fatto dello sport, è sempre bello rintracciare vecchi compagni di viaggio. A favorire rinnovati incontri a distanza di tempo, a volte ci si mette il caso, grazie a coincidenze o incroci incredibili. A me sembra che questo capiti, sportivamente parlando, solo nel mondo del baseball. Mi sbaglierò ma...

Se la tua auto fa fumo, meglio che vai dal meccanico. Una volta succedeva spesso. Da più d’un trentennio risiedo a Milano, dopo il trasferimento da Novara. Appena giunto nella grande città, mi parve appunto di osservare del fumo anomalo uscire dal tubo di scappamento d’una vecchiotta “Regata” e così cercai un meccanico a portata di mano. Trovato in via Medeghino: officina e garage Cormìo. Sì, il meticoloso signor Matteo ci teneva: non tanto al puntino sulla “i” del suo cognome, quanto all’accento su quella stessa lettera, ben evidenziato. La nostra frequentazione periodica proseguì per tutti gli anni ’90 e sino a che non ebbi più bisogno di questo tipo di assistenza. Ho ritrovato, tra le carte, non già il lavoro iniziale circa la fumosa marmitta ma la regolare ricevuta di pagamento (cancellato qualche dato) di una successiva batteria per una gloriosa “Punto

 

Diversi mesi fa e appena prima che si scatenasse la pandemia, dentro una panetteria ubicata curiosamente nello stabile dove mi pareva stesse quell’officina ormai inattiva, all’entrata in negozio di un cliente, ecco il titolare esclamare ad alta voce: “Buongiorno signor Cormìo”. A quel punto, girando il mio sguardo, non resistetti a esternare il dubbio se lui fosse la stessa persona conosciuta tanto tempo prima. Risposta affermativa! Allora incalzai. “Mi scusi signore, avrei dovuto togliermi il dubbio già trent’anni fa. Io giocavo a baseball a Novara e nel 1972 fui in squadra con un milanese di nome Nicola e che di cognome faceva Còrmio. Non Cormìo però. Un caso di quasi omonimia, questione di accenti; dunque non sarà stato suo parente, immagino…”. La replica mi lasciò di stucco: “Nicola? Ma è mio fratello!”.

 

La faccio breve: il gentilissimo Matteo mi invitò ipso facto in casa sua (stava al piano superiore) per telefonare a Nicola e poi passarmelo. Così entrai in contatto con l’amico che forse non avrei mai ritrovato, abitando lui in Trentino, a Riva del Garda, con la famiglia e da molti anni. Seppi che ogni tanto tornava a Milano per qualche giorno. Combinare un “revival-coffee” fu inevitabile.

Da una “batteria” (del garagista) all’altra. Fantasioso pensare che quella del baseball, cioè il binomio lanciatorericevitore, presenti un polo positivo e uno negativo. Piuttosto può essere che il pitcher abbia un calo di tensione, allora spetta al catcher dargli la “ricarica”.

 

Prima che cominciasse il campionato di serie C 1972, il nostro Memi Bassignani decise di realizzare pagine d’un album, con immagini dei giocatori del B.C. Novara raggruppati per ruoli. Così ecco in posa due delle “batterie” possibili, combinando una coppia di lanciatori (in foto, da destra Alberto “Baffo” Fontana e Gigi Faccio) con una di ricevitori (da sinistra, Bossi e Còrmio). Di fatto non fu proprio così, perché io giocai con discontinuità causa servizio militare. Il maggior peso del campionato, nel ruolo “2”, gravò su Nicola Cormio. Classe ’46, faceva parte di un manipolo di lombardi (oltre a lui, Paolo Salvadori e Mario Manzi) che Beppe Guilizzoni, ex “Leprotto” e Pirelli, ora manager del Novara, scelse tra le sue conoscenze come iniezione d’esperienza per la squadra, con l’obiettivo di agguantare in poco tempo la serie B

Torniamo al filo iniziale del discorso. Al bar di piazza Agrippa, fioccarono domande per Nicola.

 

Come ti avvicinasti al baseball? - “Da ragazzino abitavo nel quartiere milanese di Porta Romana, avendo come riferimento l’oratorio di San Francesco di Sales: era tra quelli spesso visitati dal grande Lou Campo, che mai si stancava di propagandare il baseball fra i giovani. Ricordo bene che quel maestro si presentò, prese un foglio della nota Gazzetta color rosa che aveva con sé, lo stese a terra piegandolo opportunamente e disse questa è la casa-base, cominciamo da qui.”

 

E poi? - “Campo aveva fondato l’Ambrosiana e io più tardi la frequentai, così come altre formazioni locali. Alla vigilia dell’inaugurazione ufficiale dell’impianto del Kennedy, avvenuta in occasione del Campionato d’Europa 1964, ci furono su quel terreno partite amichevoli fra rappresentative di Milano. Con orgoglio posso affermare che sul nuovo diamante, in anteprima, giocai anch’io!”.

 

Ruolo ricevitore e anche buon battitore, non è così? - “Già, e devo a una gara amichevole verso fine stagione ’64, giocata al Giuriati contro la GBC di Giancarlo Mangini, se andai al Lodi. Picchiai un paio di legnate tali che qualcuno mi invitò a entrare nella squadra lodigiana che stava vincendo il campionato cadetto”.

 

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Dopo la fusione con la milanese Seven Up, il B.C. Lodi compì infatti, sotto la guida dell’esperto allenatore-giocatore Ezio Cardea, un trionfale torneo di serie B, con conseguente promozione alla serie A 1965. Per la prima volta si sarebbero giocati i doppi incontri e occorrevano rinforzi.

 

Dunque, da ragazzo dell’oratorio, ti trovasti a 19 anni nella massima divisione. Cosa ci puoi raccontare? - “A inizio anno ’65 il tecnico Ezio Cardea preferì lasciare, sostituito da Dino Valcarenghi, mentre io invece debuttai, come terzo catcher, affiancando giocatori che già conoscevo quali Brustolon, Chesini e Chan Yat. Arrivò anche Silvano Ambrosioni, che sarebbe poi diventato allenatore della Nazionale. In breve tempo, grazie al rendimento in battuta, divenni titolare. Fu un campionato difficile, ma appassionante e indimenticabile, pieno di avventure. Una per tutte, il viaggio notturno in treno alla volta di Nettuno; e poi quello stadio con tanta gente che ci applaudiva. Porto con me la scena di quando andai nel box e mi trovai di fronte lui, Giulio Glorioso, un idolo assoluto del “mound”. Devo dire che in una occasione riuscii a incontrare la sua palla, ma fui eliminato con presa al volo del seconda base. Ci sommersero di punti nelle due gare, ma che esperienza”.

 

E veniamo a un fatto saliente di questa avventura lodigiana… - “Al termine del campionato rischiavamo la retrocessione, scongiurata all’ultima partita svoltasi nel mitico campo delle Baste. Si trattava del recupero con lo stesso Simmenthal Nettuno! Infatti il regolare ritorno in calendario non si era disputato per maltempo”. 

 

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Ormai il team laziale, allenato da Fausto Camusi e giunto a Lodi senza Giulio Glorioso, aveva già lo scudetto tricolore in tasca (il decimo della sua storia): irraggiungibile da parte del secondo in graduatoria, cioè l’Europhon condotto da Gigi Cameroni, e ancor più dal terzo, il Pirelli di Romano Lachi. In quest’ultima formazione giocavano Beppe Guilizzoni (già in serie A con Leprotti e Maglierie Ragno) e Paolo Salvadori: che dunque, in quel campionato, furono avversari di Cormio, l’ispiratore di questo racconto.

 

Prosegue Nicola… - “Un solo e improbabile successo, su due partite, sarebbe bastato per evitare lo spareggio retrocessione. E infatti vincemmo la seconda gara, per 6 a 4! Un delirio. Conservo la pallina dell’ultimo strike (credo di Brustolon) finita nel mio guantone. Poi riempita di autografi”.

In divisa bianca alcuni giocatori del Lodi. In piedi da sin: Negri (quasi al centro della foto), Trevisan, Lopopolo, Brustolon, Cormio (giubbotto scuro e pallina della vittoria in mano); in ginocchio, Antoni, Bellomi, Brambilla, Mulazzi, Ambrosioni, Chesini, Dino Valcarenghi e Busto. In divisa grigia (riconosciuti per noi da Gianluca Marcoccio e Giorgio Costantini) i nettunesi Pietro Monaco (in giubbotto), Giampaolo Mirra, Leonardo Micozzi, Enzo Masci, dietro di lui Alfredo Lauri, poi Giuliano Salvatori, Aldo Cannucciari. Del tutto a destra Antonio Caiazzo; accanto a Cormio c’è Vincenzo Blanda; dopo di lui, di profilo e in abiti borghesi, Gigi Cameroni.

 

Sotto la pallina storica con firme un po’ slavate. Si intravvede la scritta Lodi-Nettuno; segue il punteggio. Per la cronaca, nel ‘65 Nettuno (con Glorioso) conquistò anche la Coppa dei Campioni.

Riguardo alla foto in alto, con giocatori del Simmenthal Nettuno e del B.C. Lodi, devo ricordare qualcun altro, oltre ai citati Costantini e Marcoccio custodi delle memorie nettunesi. Circa dieci anni fa, volendo approfondire le vicende del baseball lodigiano, entrai in contatto con chi aveva curato il bel libro “Old Rags - Storie di baseball e di amicizia”: era Paolo Motta di Lodi. Seppi più recentemente che Motta stava lavorando a un altro volumetto sulla storia dei “Blue River’s Boys”, come si facevano chiamare i giovani che diedero avvio al baseball a Lodi nel 1953, fondando lo storico club in cui giocò anche Cormio. A inizio 2020 eravamo d’accordo, noi due “Paoli”, che ci saremmo incontrati nella piazza di Lodi Vecchio per scambiarci i frutti delle nostre ricerche, su Lodi e su Novara. Qualche settimana dopo però, telefonicamente, avevamo deciso si spedirci il materiale e vederci più avanti, cioè quando “questo virus - mi disse - cesserà di rompere”. Purtroppo i contatti si interruppero, perché Paolo Motta non riuscì a parare i colpi dell’avversario che seminò lutti tra Lodi e Codogno. Ci ha pensato allora Stefano, figlio di Paolo, a onorare quel patto. Ancor più volentieri avendo lui giocato a lungo a baseball, negli Old Rags. Stefano aveva ritrovato sulla scrivania del papà la busta ben confezionata e a me destinata! Anche questa è “Storia di baseball e di amicizia”. Grazie, Paolo e Stefano. 

 

E la tua storia come continuò? - “Giocai nel B.C. Lodi, in seguito sceso in B, sino al suo scioglimento nel 1969. Venne poi l’era di Old Rags e Giants. Io tornai a Milano. Mi aspettava il lavoro con mio fratello maggiore Matteo”.

 

Còrmio e Cormìo insieme? - “Già, a proposito: nel caso mio, preferivo l’accento a inizio parola, in casa sua era più corretta la seconda dizione. Ma cambia poco. Comunque sia, in officina ero addetto anche ai ricambi… marmitte e batterie comprese. Anche se la ‘batteria’ preferita restava quella del baseball”.

 

E, dunque, l’attività sportiva ebbe un seguito? - “Proseguì un po’ a singhiozzo (nel garage c’era da fare i turni di notte), in squadre dell’area milanese. Ricordo il Mach2, i Cardinals di Panattoni e l’Arese del ‘75, dove ebbi modo persino di “ricevere” più volte i lanci pesanti di un certo Cameroni. Molto prima avevo fatto lo stesso con le micidiali curve di Lachi che nel ’67 fece qualche apparizione nel B.C.Lodi. Beh, insomma, nel mio piccolo… Aver “ricevuto” Cameroni e Lachi, affrontato mostri sacri come Glorioso e Mangini, obbedito ad allenatori del calibro di Jimmy Strong e Beppe Guilizzoni poi campione d’Europa con la Nazionale (come in seguito il mio compagno di squadra Ambrosioni); e in più avuto come primo maestro Lou Campo, celebrato tra i padri del baseball italiano… Davvero una bella soddisfazione! E non posso dimenticare gli amici novaresi del ’72, tra cui i pitcher Alberto ‘Baffo’ Fontana e Luigi ‘Gigi’ Faccio, che sarebbero arrivati con il Novara fino alla massima serie!”.

 

In queste vicende di uomini e squadre, nel 1972 era spuntato appunto il B.C. Novara… - “Mi volle, anzi Ci volle (eravamo in tre, con ruoli differenti, e viaggiavamo insieme) il manager Beppe Guilizzoni, già avversario anni prima, ma da sempre amico. Fu una bella stagione, in una serie C combattuta. Non potevo ambire di più. Infatti non mi allenai affatto quell’anno, causa il lavoro: entravo in campo come ne ero uscito la partita precedente! E lo dissi fin da subito, patti chiari, non era il caso di “vendere fumo”. In genere quinto del line-up, battevo lungo: spesso una valida che portava punti a casa. Rammento che sullo sconnesso terreno di calcio del Centro Sociale tutto poteva accadere. Però, quanta grinta nella squadra forgiata da Beppe. Non mi risparmiai”.

La coabitazione tra lavoro e sport durò molto? - “Nel 1976, sposato e con un bambino, presi una decisione importante. Lasciai i fumi del garage e aprii un esercizio bar-tabacchi in via Gioia a Milano, per servire caffè e vendere sigarette. Nel baseball però continuai… sempre senza allenamenti e collaborando anche con Paolo Salvadori a Rho. Tutto quanto filò liscio sino a una terribile rapina a mano armata nel mio locale, patita nel 1983, e poi una seconda a breve distanza”. Criminalità dilagante. Gioia finita?

 

Insomma… tu, che di “colti rubando” ne hai realizzati con successo in campo, in questo caso eri condannato a subire. A meno di cambiare mestiere o città. - “Infatti, mi trasferii a Riva del Garda nel 1984: per gestire, subentrando poi mio figlio Alessandro, un’altra tabaccheria! Cocciuto. E pensare che io non sopporto il fumo”.

 

La foto in Home page:

Una formazione al Kennedy di Milano: in piedi da sin. Bossi, Pezzolato, Salvadori, Maggiora, Marnati, Faccio L. Borghi, Faccio M., Calcaterra; in basso, Cormio, Giovaninetti, Bassignani, Tognazzi, Borsi, Canna, “Baffo” Fontana, Dominic Carlucci (italo-americano, prezioso assistente tecnico, consigliato da Chet Morgan) e infine Guilizzoni. 

 

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Commenti: 1
  • #1

    # 1 (venerdì, 29 aprile 2022 09:18)

    Squadra con Dominic Carlucci, il "coach" che non poteva entrare in campo.