Il sulfureo Jimmy Burke

di Michele Dodde

James Timothy Burke, in arte “Jimmy”, ha iniziato a giocare nella Major League Baseball come terza base nel roster dei Cleveland Spiders nell’ottobre del 1898 e trasferitosi poi nel successivo anno a St. Louis, ovvero prima che macchinazioni da salotto impoverissero del tutto gli Spiders facendoli diventare nel 1899 con 20 partite vinte e ben 134 perse, pur avendo come manager Lave Cross e Joe Quinn, la peggiore squadra in assoluto nella lunga storia del baseball. Non che fosse un giocatore di assoluto talento il Burke, ma lì sul diamante era determinante poiché il suo scontroso carattere ed il suo modo di intendere la competizione sportiva ben lo hanno distinto in più occasioni. Infatti egli con il suo approccio alle fasi di gioco ha avuto modo di ritagliarsi una personale configurazione, ovvero di colui che mai è stato giudicato uno stinco di santo poiché ben lontano dei principi etici decoubertiniani in quanto per lui non era importante partecipare ad una gara quanto vincerla a qualsiasi costo anche usando se del caso maniere forti o ricercati corpo a corpo. 

In effetti il baseball d’antan, dopo aver perso il sigillo di ricercata attività sportiva tra aristocratici club privati e divenuto oggetto e passatempo popolare, era diventato uno spettacolo tutto da inventare se non fosse già veramente esistente poiché tra i giocatori allora era invalsa l’abitudine di far entrare nel gioco più la propria fisicità che una corretta esecuzione del gioco.

 

Dunque Burke, personaggio decisamente eccentrico, sia da giocatore con i colori dei Cleveland Spiders, dei St. Louis Perfectos, Milwaukee Brewers, Chicago White Stocking, Pittsburg Pirates e St. Louis Cardinals e poi da manager alla guida dei Tigers di Detroit, dei Browns di St. Louis, dei Boston Red Sox, dei Chicago Cubs e da ultimo dei New York Yankees si era sempre distinto quale deciso fautore di un gioco rude e soprattutto dalle effervescenti finali di ogni gara ampiamente condite da una corale scazzottatura.

 

Gli piaceva il tipo di baseball in cui letteralmente dovevi combattere per vincere e per questa sua personale interpretazione mal stava digerendo il cambiamento che i soloni della Major League stavano incominciato ad imporre. Egli era rimasto mentalmente ancorato al suo vecchio modo di giocare e lo confermò anche in una intervista apparsa il 18 marzo del 1914 sulle pagine del “Detroit Free Press” dopo aver lasciato il guantone e poco prima di iniziare la sua attività di allenatore.

 “Per noi, quando si partiva per una rubata era semplicemente normale urlare al difensore di togliersi di mezzo pena un taglio della gamba causato dagli spike - confidò al giornalista con grande naturalezza – ma devo pur dirti che anche loro, gli avversari, avrebbero detto e fatto la stessa cosa. Chiunque sbaglierebbe a pensare il contrario. Ora purtroppo non credo che al momento ci sia qualche giocatore dell'American League che userebbe lo stesso linguaggio o intenzionalmente farebbe un’azione del genere. I giocatori di oggi si comportano tutti da gentiluomini dentro e fuori dal campo. Se un difensore riesce a catturare la pallina di una volata lunga con una sola mano è pronto a dire alla vittima che gli dispiace di averlo derubato di una battuta valida e se un lanciatore realizza uno strike out egli stesso è così distrutto che non è più in grado di lanciare strike vincenti. Puoi scommettere che le cose non erano così quando ho incominciato io a giocare. Il meglio che si poteva ottenere allora era una maledizione con un linguaggio scurrile oppure che si verificava una scivolata sulle basi con i piedi a martello quale primo silenzioso avvertimento al difensore…”.

 

Burke era della vecchia scuola in tutto e per tutto e quello che vedeva mancante nello sviluppo del baseball era una buona dose di cattiveria con una sana volontà di violenza. Per lui una irripetibile offesa o un pesante commento o qualche pugno volante erano davvero manifestazioni di sana competitività. “Ora – continuò – quando una squadra inizia una serie di gare, si verificano grandi strette di mano tra i giocatori come fosse una riunione familiare. Parlare dello spirito da "fratellanza", comune ai college, non è un buon segno per la famiglia felice del baseball. La rivalità come la si intendeva 15 o 18 anni fa ormai è sconosciuta. Gli uomini allora giocavano duro e portavano i loro rancori anche fuori dal campo. Ricordo il tempo quando alcuni club non consideravano legale una gara se non finiva con una scazzottata da qualche parte dentro o fuori dal diamante. E queste erano così comuni nei club house o negli hotel che non facevano alcuna notizia. Ora qualche volta si verificano alcuni litigi   ma sono così rari che diventano solo materia di buoni pettegolezzi”.

 

Tuttavia il burbero ed antiquato Burke, nonostante i suoi sulfurei intendimenti, al termine non potè fare a meno di ammettere che i cambiamenti che si stavano attuando nel baseball non erano poi del tutto negativi finendo col dire: “Le cose ora vanno molto meglio così come sono, lo ammetto. Il pubblico non sopporterebbe più le diatribe che venivano portate avanti ai vecchi tempi e gli stessi giocatori devono dimenticarle pena il loro licenziamento. C'è stato un tempo in cui le donne perbene esitavano ad andare alle partite in alcune città, ma ora un buon quarto della folla in tribuna ad ogni partita della grande lega è composta da membri del gentil sesso. E non vedono né sentono mai un linguaggio che possa offendere. Se un club oggi dovesse provare a mettere in atto le tattiche ruvide di allora, probabilmente ci sarebbe una rivolta da parte dei tifosi con il conseguente loro abbandono dalle tribune.  Il baseball pulito ora è ciò che porta i soldi al botteghino e questo sembra essere il fine ultimo dei proprietari”.

 

Il buon James Timothy Burke, in arte “Jimmy”, dunque è rimasto mentalmente nella storia come l’ultimo highlander di un baseball sanguigno nel ricercare comunque la vittoria, un baseball che veniva giocato in un modo rude e spietato che gli piaceva e che lo coinvolgeva ma che poi ha dovuto constatare che l’evoluzione lo aveva scavalcato e che pur rispettandola difficilmente riusciva a piacergli ma ormai il suo futuro lo avrebbe visto sulla pedana degli allenatori e quindi ad applicare non più la pratica ma solo la tattica del gioco. Ma sempre avrebbe sognato quel baseball da nostalgia…

 

Michele Dodde

 

 

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