Eventi salienti di una storia infinita # 14

di Michele Dodde

1893, quando i Nel l baseball incominciò ad andare a compiere il 47esimo compleanno configurando per vera la nascita in quel 19 giugno del 1846 allorchè giovani  soci di club esclusivi e molto selettivi si dilettarono a giocarlo presso i verdi prati degli Elysian Fields in quel di Hoboken, ancora una volta la Rules Committee decise di attuare un ulteriore e definitivo azzeramento inerente il campo di gioco e l’attrezzatura che comportò non poche discussioni e/o diversi punti di vista. Tuttavia va precisato che ormai in modo finale ed a conclusione dei tanti passaggi, il baseball non era più solo una prerogativa degli aristocratici ma era diventato un argomento pulsante molto popolare nella variegata società statunitense e soprattutto era ormai il vero cuore pulsante del popolo e dunque su di esso furono coinvolti, quale proficuo ed interessante appannaggio, lungimiranti mecenati, oculati businessmen e raffinati speculatori che avevano ben intuito come il gioco potesse diventare fonte di ricchezza e/o notorietà. 

E dunque, per rendere il gioco ancora più spettacolare, fu deciso di aumentare la distanza tra la pedana del lanciatore ed il piatto di casa base portandola dai praticati 50 piedi a 60 piedi e 6 pollici e le mazze da usare nelle gare, a partire da quell’anno, dovevano essere armoniosamente lavorate tonde e non più piatte da un lato e segate in cima. Per quanto riguarda le mazze ci fu il solito brontolio di coloro che caldeggiavano sempre una sognante discendenza dal cricket, per la distanza invece molte accese furono  le perplessità che scaturirono su quel 60 piedi e 6 pollici.

 

In seguito però l’enigma dei 6 pollici fu sciolto quando si apprese che il geometra incaricato di completare il progetto lo aveva interpretato erroneamente leggendo 60 piedi e 6 pollici al posto di 60 piedi e 0 pollici. Aneddoto fantasioso o meno, resta il fatto che a tutt’oggi quella  distanza è questa in uso oggi: 18,44 metri. (60 piedi sono 18,28 metri, 6 pollici sono 15,24 cm e la somma, arrotondata, dà metri 18,44) ed essa andava a completare la filosofia degli esegeti del gioco che, dopo aver reso lo stesso innegabilmente perfetto, ora evidenziavano la perfezione del campo all’insegna del numero perfetto 3 e suoi multipli.

Il vecchio "diamante" quadrato
Il vecchio "diamante" quadrato

Come detto, questa decisione di aumentare la distanza tra la pedana del lanciatore e la casa base movimentò discussioni e diatribe che fecero lievitare non poco le vendite dei quotidiani ben disposti a pubblicare tutte le opinioni.

 

Nel mese di marzo di quell’anno infatti fece epoca una innovativa ed originale soluzione portata avanti da Clifford Spencer, attento giornalista sportivo, che suggeriva di sostituire il campo interno a forma di diamante quadrato con uno a forma di pentagono regolare comprensivo quindi di quattro basi ed il piatto di casa base.  

 

Il nuovo "diamante" a pentagono
Il nuovo "diamante" a pentagono

La sua soluzione più volte decantata caldeggiava la configurazione di un campo interno maggiormente bilanciato, un più attento equilibrio del gioco con un minor numero di palline in zona foul, un maggior numero di rubate a vivacizzare il gioco sulle basi ed una posizione più consona per i difensori della seconda base. Questa proposta incuriosì non poco e non fu del tutto rigettata ma formalmente fu accantonata e posta nei sacri cassetti poiché l’inizio dei campionati sotto l’egida delle nuove regole sancite dalla Rules Committee aveva già di riscontro portato lo svolgimento delle gare ad essere più animate  per via dei molti punti realizzati e dei diversi giochi irresistibili in diamante che stavano in definitiva rivitalizzando sempre più l’interesse degli appassionati spettatori.

 

Sull’onda lunga del 1893, nel 1894 ancora un curioso aneddoto fece scaturire una morbida e simpatica interpretazione dei lanci. Si stava affermando già a partire dal 1892 con i Giants, poi nel 1893 con i Brooklyn Grooms ed infine nel 1894 con i Baltimore Orioles un giocatore speciale per la sua statura e per la sua particolare capacità di colpire la pallina: William Henry Keeler utilizzato nel ruolo di esterno destro. 

 

Questi era alto appena un metro e sessantatrè centimetri ed aveva il diabolico talento di saper smorzare la pallina più volte in modo consecutivo in zona foul prima di aspettare il lancio buono per realizzare una battuta valida (in effetti nel 1898 riuscì a battere ben 206 singoli compiendo un record superato solo nel 2009 da Ichiro Suzuki). Bene, al fine di contrastare questa sequenza, la sempre attenta Rules Committee, sanzionò che le smorzate in zona foul venissero considerate a tutti gli effetti come strike e fu varata la regola del “battitore eliminato se attuava una smorzata in zona foul al terzo strike”.

 

Il talento di Keeler nel box di battuta comunque continuò sempre a stupire sino a quando inventò il suo personale “Baltimora Chop” indiscutibile sigillo che gli permetteva di smorzare la pallina con tanta potenza da farla rimbalzare da terra così in alto da permettergli di raggiungere la prima base prima che un difensore potesse prenderla e giocarla. Da allora è leggenda.  

Ancora, in quel 1894, un altro personaggio lascia la sua traccia tra il vero e il falso: si racconta infatti che i giocatori del Baltimora cospirassero con il loro custode factotum Tom Murphy affinchè sul diamante di casa segnasse le linee di foul  in modo tale che la pallina non rotolasse oltre in zona foul  e che invece tagliasse poco l’erba in campo esterno per nascondere illegali palline da poter essere messe in gioco al momento opportuno tra il divertimento del pubblico. 

 

 

 

 

 

E la storia infinita continua…

 

Michele Dodde

 

Leggi la 13^ parte

 

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