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Umpire: Passione e determinazione

Alec Bohm, Tyler Anderson and Yordan Alvarez ESPN

di Michele Dodde 

Durante gli anni novanta, quando avevo assunto l’incarico di Presidente della Commissione Disciplinare del Comitato Nazionale Arbitri, tra le varie problematiche di cui la stessa era investita capitò il deferimento di un collega per un’azione fortemente singolare. Successivamente, raccolte le debite testimonianze ed espletando rigorosamente gli insegnamenti e lo stile tramandato alla Commissione da parte di Attilio Meda, con i colleghi membri Mario Noli e Casotti ci fu una lunga ed interessante disamina dell’accaduto poiché nel suo insieme lo svolgimento dell’episodio nella sua gestualità piaceva non poco, ma non si poteva confessare, ed anzi era vera e pregnante notizia. Era accaduto che il giovane collega umpire, per tutta la durata dell’intero incontro che stava dirigendo, era stato infastidito sino all’esasperazione da uno spettatore con frasi ed aggettivi fortemente offensivi. Bene, al termine della gara, con grande naturalezza, l’umpire si era diretto nel dugout della squadra di casa e prendendo una mazza, sicuramente una BX 80C, era uscito dalla recinzione del diamante per cercare l’irriverente individuo e “chiarire in modo urbano i vari e diversi punti di vista. Fu fermato e calmato da volenterosi dirigenti ma quella notizia dell’uomo che finalmente morde il cane restò solo nell’intenzionalità del gesto. 

Ma può l’umpire essere amato? Se lo chiedeva già nel 1950 l’eclettico giornalista sportivo ed attore Bill Stern. Bill nel 1939 fu il primo commentatore televisivo di una partita di baseball e dunque mangiava con giudizio hot dog e strikes ed assaporava da par suo tutto ciò che voleva dire baseball. Per tale motivo, quando fondò il suo seguitissimo periodico “Bill Stern’s Sport Book, come ho già precisato in una mia ricerca su “Il Baseball nell’antologia dei fumetti, nell’affrontare e narrare diverse ed oscure (o simpatiche) notizie, particolarmente interessante fu quella del nr. 10 quando in copertina richiamava l’attenzione su una eterna problematica: “Is it true? Nobody loves an umpire”.

 

In effetti, riposta nel cassetto l’aristocrazia dei padri fondatori delle prime franchigie, dirette emanazioni di riservatissimi club, e chiamati a dirigere le gare tra squadre di censo popolare singolari giudici che hanno scritto temi e procedure configuranti di certo la storia di questo sport negli Stati Uniti, la figura dell’umpire nell’immaginario collettivo è diventato colui che è capace di gettare il sale su una insipida gara o dare carisma alla stessa se spettacolare e tecnicamente valida. Come tale dunque l’uomo in blue è stato sempre oggetto di scherno, di abusi, di rabbia, di indignazione ma anche, secondo una occulta verità, e soprattutto di quella grande e spiegazzata coperta linusiana pronta a coprire i freddi limiti dei giochi errati degli stessi giocatori e delle squadre nell’insieme.

A risalire negli anni poi ci si imbatte ancora in corrosivi versi satirici pubblicati nel 1886 sul “Washington Critic” : “Mother, may I slug the umpire, / may I slug him right away,/ so he cannot be here, mother, / when the Clubs begin to play? e continua sino al verso finale “I will only knock him out o la celebre frase dell’attrice Ethel Barrymore nell’acquistare nel 1938 il quadro “Two Umpires” di Paul Clemens: “Hangmen. That’s what they are, you know. Hangmen!” così come la silenziosa ma rumorosissima copertina sul “The Saturday Evening Post” di Norman Rockwell,” Game Called Because of Rain,divenuta una godibilissima icona, per non citare commedie e film parodianti. In verità, onore al merito a John Hough Jr. che nel 1986 ha scritto, unico nel settore, un favorevole romanzo su un major league umpire: “ The Conduct of the Game

 

Dunque può l’umpire essere amato? Certamente no, ma stimato si. Questa è la finalità che si deve ricercare per dare un senso logico all’attività di Giudice di Gara. Da Paride in poi la letteratura insegna le diverse sfumature di un disarticolato specchio o l’altra faccia di una grande medaglia dove il soggetto è sempre il giudice: ebbene è nel perseguire una ferrea etica comportamentale che non sia arroganza o prevaricazione di un effimero potere che porterà l’umpire a quella stima che si deve riscuotere. Serenità nel giudizio, consapevole e dialogante interpretazione del regolamento, signorilità nel tratto e mai segni di insofferenza delineeranno con certezza quell’uomo in blue che le squadre accetteranno come Giudice così come è pur vero che lo stesso umpire dovrà sentirsi onorato di dirigere una gara di qualsiasi serie si tratti.

 

Non è facile dirigere una gara e tutti sono consapevoli di questa difficoltà poiché è notorio che in una partita ideale il plate umpire sarà chiamato ad emettere ben 162 giudizi tutti fortemente decisionali ed anche che gli stessi sono legge e non appellabili ma è qui che l’uomo in blue dovrà dimostrare che la sua presenza lì sul diamante non è un episodio saltuario quanto invece ferma determinazione motivata da forte passione per averci con il baseball “qualcosa a che fare” (cfr. Babe Ruth). Passione e determinazione dunque i sigilli indelebili che dovranno accompagnare l’umpire in tutto il proprio iter unitamente alla grande voglia di migliorare i propri limiti studiando continuamente la qualità del proprio timing. Solo in questo modo la propria preparazione tecnica si eleverà e i giudizi satirici non diventeranno altro che sorridenti attestati di benevolenza nella piena consapevolezza che in una gara tutto si potrà mutare, dall’attrezzatura alle divise, dai regolamenti alle interpretazioni, dall’impiantistica tecnologica alla fredda schedatura dei giocatori ma niente e nessuno potrà mai sostituire la presenza dell’umpire. 

 

Da ultimo un aneddoto personale: quando al termine della terza settimana di Harlem lì in Olanda, in cui fui votato dal pubblico tra i tre migliori umpire del Torneo, alla domanda inerente quale fosse stata la motivazione che mi aveva indotto a divenire un umpire risposi che amavo molto questa disciplina e che mai avrei voluto vedere le gare dalla tribuna. Per questo motivo avevo scelto l’unica possibilità che mi permetteva di vedere il gioco il più vicino possibile. Non è così per noi tutti umpire?  

 

Michele Dodde

 

 

Art. pubblicato il 1° luglio 2015

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Commenti: 4
  • #1

    alex (giovedì, 02 luglio 2015 13:05)

    Molto interessante e bello.
    Grazie!!!

  • #2

    Ezio cardea (mercoledì, 17 agosto 2022 16:08)

    Direi meraviglioso!

    Caro Michele,

    come ho scritto nell'articolo di qualche anno fa su Baseballmania.eu (https://www.baseballmania.eu/notizie/news/riflessione-su-uno-dei-ruoli-piu-delicati-di-una-partita-di-baseball-lesempio-di-silvano-filippi/), per quanto possa sembrare assurdo, solo dopo che ho abbandonato il campo di gioco mi sono reso conto di quanto fosse affascinante un ruolo che non viene mai gratificato da un applauso e che, anzi ...

    I giudizi positivi su quell'articolo da parte tua e di Claudio Rizzo, data la fonte altamente qualificata da cui provenivano mi hanno inorgoglito non poco e hanno rafforzato il mio convincimento sull'"unicità" di questo ruolo il cui interprete, fino alla tua "lectio magistralis", anch'io chiamavo "arbitro": inorgoglito perché, pur avendo usato quel termine fino a quel momento, avevo comunque percepito la vera essenza di quel ruolo che trascende lo sport per assumere un valore etico di cui questo mondo ha sempre più bisogno!

    Hai citato Attilio Meda, un temutissimo arbitro degli anni '50, capace di usare del "lei" anche rivolgendosi ad atleti giovanissimi come me allora minorenne! Un "signore", oltre che impareggiabile conoscitore ed interprete del suo ruolo di grande "Umpire".

    Anch'io dico: grazie Michele!



  • #3

    luca (giovedì, 18 agosto 2022 19:22)

    L’arbitro è arbitrario per definizione

  • #4

    franco ludovisi (venerdì, 19 agosto 2022 15:44)

    Attilio Meda è stato un Direttore di Gara autorevole e autoritario al tempo stesso. I suoi giudizi spesso non venivano condivisi in toto anche se resta un personaggio importante della classe Arbitrale del tempo, come Pettener, Bucchi, Schirman e tanti altri.