_________________________________ Il baseball sul grande schermo - n°1

Nella foto il giovane Billy Beane interpretato dall'attore Reed Thompson in Moneyball
Nella foto il giovane Billy Beane interpretato dall'attore Reed Thompson in Moneyball

di Michele Dodde

1^ parte

Vedere per la seconda volta le sequenze del film Moneyball, prodotto nel 2011, dopo la  prima volta viste in modo totalmente emotivo per quell’incipit che licenziava il movie quale esortazione a verificare come la vera vittoria non deve essere basata sul risultato ma sul coraggio di portare avanti le proprie idee, ha suscitato una condivisibile curiosità da parte di quell’esegeta che è Paolo Castagnini: come vengono scelti gli attori nei film che trattano di e con il baseball? Indiscutibilmente il grande schermo è la sintesi dell’arte visiva e tutti i particolari diventano oggetto e soggetto per analisi del dettaglio e forza persuasiva e che consegneranno poi alla storia banalità ed immortalità delineatrici di accurate analisi e scelte.

Molto sofferta la confezione del film con la Sony Pictures a chiedere una prima sceneggiatura dell’omonimo libro redatto da Michael Lewis nel 2003 direttamente a Steve Zaillian, fresco di Oscar, poi revisionata da Steven Soderbergh ed infine rimodellata da Aaron Sorkin in sintonia con Bennet Miller dietro la cinepresa. Inoltre, dopo aver usato il Blair Field, il Dodger Stadium e l’Oakland Alameda Coliseum per le riprese esterne, tutti gli interni sono stati accuratamente ricostruiti presso i Sony Studios di Culver City. 

L'attore Philip Seymour Hoffman nel ruolo del manager Art Owen in Moneyball
L'attore Philip Seymour Hoffman nel ruolo del manager Art Owen in Moneyball

L’argomento non era banale, anzi essendo una storia vera non poteva debordare più del dovuto. Qui vi è stata la precisa ed esclusiva responsabilità del regista che ha edulcorato o tratteggiato il diorama dello sceneggiatore al fine di provocare l’interesse visivo dello spettatore anche senza rispettare le peculiarità. 


Certo nel film Moneyball il giovane Billy Beane gira la mazza in un modo tale che non avrebbe affascinato alcun scout e quindi giusta la sua scelta interpretativa di cambiare ruolo, tuttavia in una delle scene tagliate nella versione italiana il manager interpretato da un Philip Seymour Hoffman un po’ teso nel ruolo dice a Billy che volentieri l’avrebbe allenato. 


Due visioni sfumate che permetteranno al regista Miller di ben evidenziare quasi con un fermo immagine la complessa idea del non più necessario parere degli scout soppiantati egregiamente dall’attenta analisi di una emergente sabermetrica, scienza statisticamente esatta, fornita dal freddo cervello del computer, ma come tale priva del calore umano.


Recita il sottotitolo del libro di Michael Lewis : The Art of Winning an Unfair Game (L’Arte di vincere un gioco sleale) forse la dice lunga sul nuovo approccio interpretativo di questo baseball ultracentenario.

Comunque sia il libro, meritevole di essere letto per capire meglio il cambiamento che sta avendo il modo di giocare a baseball, sia il film, generosamente nominato per sei premi Oscar tra cui il miglior attore ed il migliore film, hanno riscosso indubbiamente un eccezionale successo. 

Nella foto Clint Eastwood nei panni di Gus Lobel assieme alla figlia Mickey
Nella foto Clint Eastwood nei panni di Gus Lobel assieme alla figlia Mickey

Ma alla dilagante sabermetrica, immediatamente nell’anno successivo (2012), ha risposto la Warner Brothes con “Trouble with the Curve” (Di Nuovo in Gioco) cui il taciturno Clint Eastwood, svestitosi dei panni del solitario cowboy, dell’integerrimo detective e del veterano, al massimo della forma ha magistralmente dato un senso magico al soggetto di Randy Brown sotto la regia di Robert Lorenz, ovvero a quell’immaginario Gus Lobel, un anziano scout degli Atlanta Braves in età pensionabile.

Ad una storia vera però non si è risposto con un’altra storia vera inerente il baseball quanto invece ci si è rifugiati nella malinconia del tramonto di un’era e nel romanticismo che essa racchiudeva.

 

Osteggiato da Phillip Sanderson, un altro scout della stessa società che però utilizza esclusivamente la sebermetrica per individuare le qualità dei giocatori emergenti, Gus Lobel consapevole del proprio innato istinto e fortemente motivato dalla sua grande passione per il baseball non accetta di chiudere la sua carriera andando a scaldare la panchina. Qui la storia diventa favola poiché contrariamente a tutte le aspettative nasce e si sviluppa il coinvolgimento dei suoi intendimenti verso sua figlia Mickey che sì, ella, seguendo gli insegnamenti del padre, intravede attraverso un brutto anatroccolo un futuro cigno del monte di lancio. Caramellato il finale con Gus in rinnovo di contratto, Phillip ad emigrare altrove ed alla brillante Mickey, gettando alle ortiche la sua carriera di emergente avvocatessa, oltre ad aver trovato il futuro compagno della vita, anche la certezza di divenire un quotato procuratore nel dorato mondo della MLB. Un film dunque pieno di spunti meditativi con l’invito a non trascurare le tradizioni.

 

Segue

 

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