________________________________ Pete Rose: 25 anni in esilio (1^ parte)

di Frankie Russo

Traduzione dell'articolo da ESPN.com dal titolo: Pete Rose: 25 Years in exilie

Pete Rose abita a circa 2 km dal Mandalay Hotel & Casino di Las Vegas, sei minuti di auto per raggiungere il piccolo negozio di musica adiacente l’hotel. Al contrario, resta  più difficile da ricoprire il divario tra il suo glorioso passato e l’infamante presente. Cinquant’anni fa aveva la reputazione di uno che avrebbe attraversato il fuoco cosparso di benzina pur di giocare con i Cincinnati Reds. Oggi, a 73 anni, è un personaggio dimenticato dal mondo del baseball, veste in tuta e si guadagna da vivere firmando autografi, sempre con un sorriso.

Gli articoli sono costosi al negozio “The Art of Music” dove Rose si intrattiene con penna ed un sorriso, ma la gente è ben contenta di uscire con una casacca firmata al prezzo 399$ o una mazza per 199$. I più fortunati hanno la possibilità di fare colazione nella stessa sala di Rose. Una volta, mentre era intento a mangiare le sue uova con pancetta, un cameriere gli porse un biglietto macchiato di olio, senza per questo sminuire il profondo sentimento in esso contenuto:

 

“Pete, siamo tifosi dei Reds e viviamo nella speranza che un giorno la MLB si svegli e possa realizzare quanto tu sia importante per il baseball! Apprezziamo tutto ciò che hai fatto per noi.

2 Tifosi dei Reds”

 

E’ un sentimento comune tra coloro che considerano Rose un eroe del baseball, che ha pagato il suo debito per gli errori commessi e ritengono merita una seconda opportunità. Altri invece vedono ancora la sua figura macchiata di ombre che non possono essere cancellate con un semplice mea culpa. A gennaio l’ex commissario della MLB Fay Vincent ha ribadito che Rose deve essere per sempre bandito dalle elezioni per la Hall of Fame per aver commesso un “crimine capitale” che è “ben radicato nel DNA del baseball”.

E Rose sa di aver costruito una legenda controversa intorno al suo personaggio.

 

“Sono uno che, una volta passato a miglior vita,  potrà essere ricordato in nove differenti modi”, dice Rose. “Potrei essere ricordato per aver battuto più valide di tutti. O ci si ricorderà di me quando ero in prigione, o quando ho divorziato, o scivolando testa in avanti, o caricando i ricevitori. O per essere stato un insolente. O potrò essere ricordato per uno che ha vinto più di tutti in ogni sport. Questo è il migliore record di tutti.”

 

Rose ha vinto 1.972 partite dal 1963 al 1986, più di qualunque altro sportivo di qualsiasi altro sport.


Molti lo ricordano però come colui che è stato emarginato dal mondo del baseball per le scommesse clandestine ed essere stato bandito dalla Hall of Fame. Il suo nome crea molto imbarazzo nell’ambiente tanto da far saltare sulla sedia entrambi, sia il commissario Bud Selig che il cerimoniere della Hall of Fame Jane Forbes Clark, quando Barry Larkins durante le recenti introduzioni nella Hall, dichiarò che uno dei momenti più belli impressi nella sua memoria, è quando Rose superò il precedente record di Ty Cobb di 4.192 valide.

 

Nell’aprile 1988 Rose fu sospeso per trenta giorni a seguito di una vivacissima contestazione con un arbitro. 

Pete Rose da Manager dei Reds (AP Photo/John Swart)
Pete Rose da Manager dei Reds (AP Photo/John Swart)

Prima che cominciasse lo Spring Training nel 1989, Rose, manager dei Reds, comunicò che sarebbe arrivato con qualche giorno di ritardo. Nel frattempo il GM dei Reds ricevette una telefonata dal commissario della MLB. Gli disse che avevano convocato Rose per interrogarlo e che la notizia non doveva essere resa pubblica.


Prima ancora che Pete giungesse a New York il palazzo era attorniato da centinaia di giornalisti e operatori televisivi. AL suo ritorno a Plant City, località dello Spring Training dei Reds, nel parcheggio dello stadio, generalmente vuoto, non si trovava posto nemmeno per una bicicletta.


Gli fu chiesto il motivo della convocazione con lievi accenni alle scommesse, ma Rose negò ogni coinvolgimento. Ormai la notizia si faceva sempre più largo tra i media. Grande risalto veniva dato anche su “Sports Illustrated” e altre testate sportive. A questo punto Rose era seguito a vista, negli spogliatori, negli hotel, mentre si recava allo stadio, mentre saliva sull’aereo. Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto , centinaia di metri di filmati erano entrati a far parte della sua vita quotidiana. 

Nella foto Pete Rose Jr. accanto al padre (Photo: Bill Frakes/SI)
Nella foto Pete Rose Jr. accanto al padre (Photo: Bill Frakes/SI)

A volte era irascibile, a volte sembrava un vittima innocente, poi ritornava ad essere il combattente  di sempre, e a volte era disperato nella sua paranoia. Il figlio Pete Jr. giocava nelle minors  e la folla lo accoglieva sventolando carta moneta in senso di disprezzo.


Circolò anche la voce che la figlia lo avesse definito il “peggior genitore del mondo”. 

“Sono un bravo padre,” rispose ai media. “Ho appena comprato un Mercedes a mia figlia.”

 

Quando dopo venticinque anni gli è stato chiesto cosa ricordava di quell’estate, la risposta non ha lasciato spazio a fraintendimenti:

 

“I momenti più rilassanti furono quando ero in campo con la squadra.”

 

Non solo Rose, ma anche i giocatori non riuscivano a sopportare lo stress. Rose limitava le sue apparizioni evitando di farsi vedere durante il pre-game per poi fuggire nel suo ufficio subito dopo l’ultimo lancio. Come se non bastasse anche gli infortuni influirono sul rendimento della squadra. Almeno sei giocatori finirono sulla lista degli infortunati e i Reds persero 63 delle ultime 103 partite. 

Nella foto Bartlett Giamatti (AP Photo/Richard Drew)
Nella foto Bartlett Giamatti (AP Photo/Richard Drew)

Il 24 agosto 1989, l’allora commissario A. Bartlett Giamatti in una conferenza stampa trasmessa sulle TV nazionali, decretò l’espulsione a vita di Pete Rose dal mondo del baseball. La mattina dopo Rose rilasciò un’intervista scusandosi con i tifosi e negando di aver scommesso sulle partite. Otto giorni dopo la condanna di Rose, Giamatti, all’età di 51 anni morì a seguito di un attacco cardiaco.


Ovviamente, anche questo evento risultò essere una macchia nella vita di Rose. Non lo si può certamente accusare di essere responsabile della morte di Giamatti, ma fu lecito supporre che lo stress dell’estate 1989 ebbe il suo peso.

 

Rose fedele alla sua personalità rispose alla provocazione senza mezzi termini  evitando ogni forma di diplomazia. Naturalmente s’irritò molto nell’apprendere la decisione di Giamatti di sospenderlo a vita accusandolo di aver scommesso, ma nessuno si aspettava che Giamatti sarebbe morto da lì a poco creando ancora più mistero intorno agli eventi dell’estate 1989.

 

“Chi è stato sottoposto a più stress di me nel 1989?” ebbe a dire Rose in un’intervista del 1998. “Bart Giamatti era un uomo molto intelligente. Ma quanto intelligente può essere una persona che ha 32 chili di sovrappeso e fuma cinque pacchetti di sigarette al giorno? Era uno zombie vivente.”

 

Nel 1990 Rose spese cinque mesi in prigione per evasione fiscale. Nella stessa estate, mentre giocava a golf, una pallina passò vicinissima alla sua testa.  “La fortuna forse sta girando dalla mia parte,” commentò. “L’anno scorso quella pallina mi avrebbe colpito forse uccidendomi!”

 

Fine prima parte

 

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