
di Frank De Rossi
…La prima volta nella massima serie
Quando nella prima infanzia si viene attratti da uno sport spesso questo diventa un sogno nel cassetto. Se poi questo sport è il baseball allora diventa un sogno al quale non si rinuncerà mai. Il Baseball è per sempre. Il Baseball è una passione che unisce e divide tutti coloro che lo conoscono. Il Baseball è il profumo della primavera ed è un gioco che si differenzia dagli altri per molti aspetti:
La partita non è a tempo - Il campo non è rettangolare - Il campo è un misto tra erba e terra rossa - Il punto lo realizza l’uomo e non la palla - La palla viene giocata dalla difesa e non dall’attacco - E’ un gioco di uno contro tutti - Ad ogni azione di gioco corrisponde un giudizio arbitrale prima di passare alla prossima - Compito arduo del giudice di gara è di valutare un lancio buono o sbagliato avendo come riferimento un rettangolo virtuale - L’arbitro comunica le sue decisioni tramite gesti
Tutte queste differenze fanno del baseball uno sport speciale. Quindi non è da meravigliarsi se negli States viene definito Il passatempo degli americani e lo stadio è il luogo dove si va con la famiglia per il gusto di tifare la propria squadra tra un hot dog e l’atro e tra una birra e l’altra. E’ naturale che quando un bambino assiste ad una partita di baseball ne rimanga incantato e da lì, come per quasi tutti, si comincia a sognare. E’ come se non si potesse farne a meno. Guardare quei mostri sacri effettuare giocate straordinarie e nel mentre le eseguono farle sembrare di una facilità estrema. Vedere la palla battuta con tanta destrezza da farla viaggiare anche a 140 metri da casa base. Tutto questo senza che i giocatori vengano a contatto, se non in casi molto rari.
Così, come per molti bambini, anch’io coltivai la passione da piccolo sognando un giorno di poter giocare su quei campi perfetti, un misto tra l’erba verde e la terra rossiccia davanti a migliaia di spettatori. Si comincia con il mini baseball nella scuola per poi passare sul campo con il settore giovanile nelle sue varie categorie per poi arrivare all’età del teenager e decidere se continuare o smettere. Io ho continuato.
Pur non vivendo negli States il sogno proibito era di arrivare nella Grande Lega, ma per raggiungere un tale risultato sono necessarie ore, giorni, settimane, mesi e anni di intensi sacrifici, tutto molto difficile quando si è relegati nel volontariato di pochi appassionati che di tempo a disposizione ne hanno ben poco ed è richiesto il coinvolgimento continuo dei genitori.
Negli States è tutto più facile. I campionati, dalle giovanili e fino all’High School, si svolgono tra le scuole. Il coach è un professore della scuola e le trasferte sono organizzate con gli School Bus. Nell’High School la selezione avviene tra circa 150 ragazzi che poi sarà decimata fino ad arrivare ad una rosa di 30. Salvo poche eccezioni, da noi non si riescono a trovare 150 ragazzi in tutta la città. Però queste difficoltà non hanno mai fatto dimenticare il mio sogno di arrivare nella massima serie.
E così anno dopo anno, seppure non dotato di talento naturale, lavorai duro.
Uno dei miei coach mi diede una dritta: Incontrerai compagni che hanno più talento di te, ma sarà il duro lavoro quotidiano che ti darà la possibilità di andare avanti.
Fu così che un giorno nei primi mesi dell’anno, durante il periodo di preparazione pre-season, entrando negli spogliatori trovai il mio nome nella rosa di coloro che facevano parte della prima squadra. A stento trattenni le lacrime per la gioia, e come prima cosa telefonai al babbo per dargli la notizia: “Complimenti figliolo”, mi disse, “ho sempre saputo che ce l’avresti fatta”. E così iniziò la tanto attesa avventura.
Non mi fu difficile entrare in sintonia con lo staff tecnico e i compagni. Sapevo che il segreto sarebbe stata l’umiltà e sapevo anche che dovevo impegnarmi negli allenamenti e tenere la bocca chiusa. Gli allenamenti erano quotidiani: difesa e relative strategie, battuta e relative strategie di attacco, giorno dopo giorno, routine e ripetizione. Eh si, perché la ripetizione è la chiave per la consistenza e la consistenza è la chiave per il successo!
Poi arrivò il fatidico giorno dell’Opening Day, un'emozione indescrivibile. Indossare la casacca della tua città, quella casacca che avevi sempre sognato di indossare da ragazzino. E poi correre verso la linea di foul insieme ai compagni mentre dall’altoparlante senti pronunciare il tuo nome. Era un’atmosfera surreale.
Le prime giornate di campionato non furono facili da digerire, le vittorie stentavano ad arrivare, eppure non giocavamo male. C’erano stati diversi nuovi innesti rispetto alla precedente stagione ed era necessario più tempo per entrare in sintonia. Però rimanendo in panchina, con le braccia appoggiate sul parapetto del dugout, ebbi la possibilità di prestare maggiore attenzione a quelle fasi di gioco e strategie che il più delle volte ti sfuggono quando sei sulle tribune e non direttamente coinvolto.
Mi ricordo una volta che si giocava il 2° inning e la gara era ancora in parità, la nostra squadra era in difesa. Il primo battitore raggiunse la base per 4 ball concessi ed ecco che al battitore successivo venne chiesta una smorzata. “Omioddio” pensai tra me e me è vero che la partita potrebbe essere stretta, ma perché regalare un out già nelle prime riprese. Avevo sempre sentito dire che è una strategia da evitare, se non in casi estremi, per due motivi: 1) per non far intendere all’avversario di temerlo; 2) non mandare un messaggio alla propria squadra di non aver fiducia nelle loro capacità offensive. Però, contenti loro! Il caso volle che la smorzata fu eseguita male e fu eliminato il corridore in seconda.
La squadra pian piano cominciò ad entrare in sintonia e contemporaneamente cominciarono ad arrivare risultati positivi. Insieme a qualche altro compagno speravamo che finalmente arrivasse il nostro turno di entrare in campo, ma il manager sembrava di altro avviso e così rimasi sempre nel dugout ad osservare e studiare. Anche in un’occasione che stavamo perdendo per manifesta il coach non ci diede la possibilità di entrare, ma ad essere onesti il manager se ne accorse della nostra insoddisfazione e ci disse che non era sua abitudine buttare nella mischia dei debuttanti quando la squadra andava così male, lui preferiva il contrario, farci entrare a risultato acquisito, evento che purtroppo non era ancora successo.
Un altro episodio che catturò la mia attenzione fu in occasione di una nostra vittoria avvenuta nell’8° inning a seguito di un errore di presa di un difensore. Questo fa parte del gioco avevo sempre pensato; sbagliano i giocatori professionisti delle majors, perché non possiamo sbagliare noi. Dal dugout avversario udii degli strilli e bestemmie rivolti verso il malcapitato giocatore e pensai subito che se avessimo continuato a battere su di lui sicuramente avrebbe commesso altri errori dopo essere stato rimproverato con tanto clamore. Ricordo quando giocavo nelle giovanili il coach dovette allontanare dal dugout il padre di un giocatore che aveva rimproverato il figlio per aver commesso un errore. Sentii il coach dire al genitore che i ragazzi devono essere incoraggiati dopo un errore, è già imbarazzante per loro aver sbagliato, figuriamoci poi ad essere strillati in pubblico. Una pacca sulla spalla e un “La prossima volta farai meglio” forse sarebbe la reazione più giusta.
Intanto il campionato proseguiva e piano piano ci avvicinavamo alla zona playoff, non era un nostro obiettivo ad inizio stagione, ma se viene, l’occasione va presa al volo. In concomitanza con i buoni risultati cresceva la speranza per me ed altri compagni di poter fare il nostro ingresso in campo. Alcune vittorie, erano anche state conseguenza di una gestione forse non tempestiva dei lanciatori. Ora, è vero che non abbiamo un bullpen imbottito di rilievi e che non essere dall’altra parte della barricata tutto diventa difficile da interpretare, ma ho sempre saputo che chi gestisce deve essere avanti con le strategie. Ebbi l’impressione invece, che troppo tardi si provvedesse a far riscaldare un rilievo e quando finalmente era pronto, i buoi erano già scappati dalla stalla e la partita era ormai compromessa.
L’ultima giornata di campionato era per noi di una importanza vitale, in caso di vittoria avremmo guadagnato la partecipazione ai playoff e l’avversario era un diretto contendente.
Fino a metà gara fu un duello sul monte dove i due partenti ben poco concessero agli avversari. Poi arrivò il momento in cui, con corridore in prima, entrò nel box di battuta il nostro battitore mancino più potente, uno che tendenzialmente batteva forte e quasi sempre a destra. Questo si sapeva poiché giocava nella massima serie da molto tempo, quindi niente di nuovo da scoprire.
Mi soffermai ad osservare la difesa avversaria e aspettai che dal dugout arrivasse il segnale di spostare gli interni più verso destra, quello che gli americani chiamano lo shift, ma non successe. Mi rivolsi al compagno al mio fianco e glielo feci notare. “Tu vedi troppi film americani” mi rispose "e poi sei troppo giovane per conoscere le persone. Vedi il loro manager, è uno che dice sempre di conoscere tutto sul baseball”. Lasciai cadere il discorso ma ricordai un vecchio detto che recita: L’arroganza del pensare di sapere tutto ostruisce il passaggio delle nuove idee. Segno del destino fu che il nostro battitore colpì forte una rimbalzante che passò tra la prima e la seconda finendo alla recinzione per un doppio mentre il corridore in prima segnò il punto del vantaggio. Probabilmente il partente aveva finito la benzina poiché seguirono altre valide per un big inning mentre nel bullpen avversario il rilievo aveva appena cominciato a riscaldarsi. Ed è stato così che ci trovammo proiettati nei playoff.
A quel punto le speranze di poter debuttare nella massima serie erano ormai rinviate al prossimo anno, sempre che avessi fatto parte della rosa. Intanto riflettendo sul campionato arrivai anche alla conclusione che tutte le squadre erano formate quasi esclusivamente da stranieri e comunitari lasciando poco spazio ai giocatori italiani in ottemperanza ai regolamenti e di cui anch’io ero una vittima.
I pensieri mi portarono ad auspicare che chi di dovere potesse porre un freno a questo stato di cose che danneggia il baseball nostrano. In aggiunta poi, vi sono quelli che sostengono che sono pochi i giocatori di scuola italiana in grado di giocare poiché ormai nelle giovanili non s’insegna più. Lavorare sui fondamentali durante l’inverno è diventato un optional, e quando inizia il campionato si pensa solo a come vincere, magari attaccandosi alla regola del conteggio dei lanci per far uscire il lanciatore anzitempo. Personalmente non credo che questo sia il modo giusto di formare i giocatori del futuro. Tra i tanti comunitari e la mancanza di una corretta formazione, difficilmente ai vertici arriveranno atleti di qualità costringendo i vertici stessi ad accontentarsi di quello che c'è, un po’ come la poesia “L’imputata” che Eduardo scrisse nel 1973 quando Napoli fu colpita dal colera.
La cozza fu messa sotto accusa per aver portato il bacillo del colera e il magistrato, prima di emettere la sentenza definitiva, chiese alla cozza cosa avesse da dire a sua discolpa. “In fondo al mare, rispose la cozza, ci si arrangia, laggiù è un inferno. Quello che arriva è quello che mangiamo, e se arriva la merda, sicuramente arriva dall’esterno”. Morale della favola, ciò che si prepara è ciò che arriverà ai vertici.
In conclusione però ero soddisfatto dell’esperienza fatta e il giorno di Gara 1 dei playoff mi sdraiai sul letto riflettendo sull’anno appena trascorso. All’improvviso mi trovai in campo, la gara era in corso con risultato in parità al 7° inning. I partenti avevano tenuto a bada gli attacchi avversari. La nostra squadra era in attacco con corridori in seconda e terza. Mentre gli avversari facevano visita sul monte, il manager mi si avvicinò e disse: “Vai Frank, è arrivato il momento di farti valere”. Impugnai la mazza e cominciai a sventolare. Pensai: E’ proprio vero, il baseball premia chi lo rispetta. Guardai sul monte se ci fosse stato un cambio, niente, nessun cambio.
Mentre mi avvicinai al box di battuta le gambe mi tremarono; cercai di nascondere la paura che si leggeva negli occhi. Mi chiesi: Perché proprio a me e proprio in questo momento. Forse il manager mi chiederà uno squeeze. Misi i piedi nel box, e dopo aver preso il segnale, fissai il lanciatore mentre lui fissava me. Terminato il caricamento partì il lancio …….
Qualcuno bussò alla porta: “Frank, forza scendi che si parte per lo stadio!” Oddio, solo allora realizzai che era stato tutto un sogno.
Frank De Rossi

Scrivi commento
Michele (giovedì, 23 aprile 2026 11:28)
Non è solo un racconto, ma essenziale poesia dove il limite del sogno si coinvolge con la voglia della realtà