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Il racconto di Natale 2025

Foto di Eduardo Balderas su Unsplash
Foto di Eduardo Balderas su Unsplash

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di Michele Dodde

Era il giorno della vigilia e, come prassi consueta, era il momento maggiore votato alla propria ricerca interiore e così si orientò a rimettere ordine tra i cassetti della scrivania ben intenzionato a gettare via il superfluo quand’ecco che tra le mani comparvero come un singolare prodigio alcune pagine ingiallite del tempo dei tempi e là dove il tutto diventava limite desueto Johnny si accorse che incominciando a leggere quello scritto si stava commuovendo. Era quella scrittura la sua minuta da scolaro e con una punta di orgoglio notò che per la prima volta stava rileggendo i suoi appunti ricordi di come ebbe inizio il tutto. E perché nasconderselo? Di certo due fattori avevano delineato la sua scelta: lui era nato negli USA in quel di Massachusset e suo padre era stato un attento tifoso del baseball che incominciò subito a portarlo allo stadio a vedere le partite di Major League.

Immedesimarsi in alcuni giocatori preferiti immaginando poi di indossarne anche la casacca fu un tutt’uno e così il giardino di casa divenne per lui la sua prima palestra per allenarsi da solo. Ed incominciò a ricordare che già a cinque anni ogni particolare del giardino erano diventati suoi preziosi compagni di gioco: il muro di cinta su cui lanciava la pallina nell’ideale zona dello strike, il tetto per poi prendere la pallina al volo e la stessa tenuta ferma da una corda per imparare a battere… che tempi andati poi sino ai dieci anni!  E poi quel coach che lo vide e lo volle far giocare con il “Dad’s Club” l’allora squadra di quartiere, il suo primo successo quando fu eletto MVP in un torneo, la squadra della scuola ed il triste giorno quando alterne vicende di famiglia lo portarono via da quel mondo dorato per venire in Italia.

 

Lì si che il ricordo divenne angoscioso poiché nel salutare i suoi coach, uno di loro si sbilanciò proferendo dicendo alla mamma:” Un vero peccato signora, l’America sta perdendo un esemplare atleta, la Major League di Baseball sta perdendo un lanciatore vero campione del monte di lancio”.

Foto di Ryan Hoffman su Unsplash
Foto di Ryan Hoffman su Unsplash

Si ritrovò così in una località italiana dove il baseball non solo non si sapeva scrivere come parola, figuriamoci poi nel praticarlo come sport. Fu così che quegli appunti finirono nel cassetto unitamente ai suoi desideri e la vita reale lo portò in altre direzioni.

 

Tuttavia del baseball mai dimenticato poi in età matura non mancò di perfezionarne un suo singolare e perfetto studio degli aspetti esoterici del gioco, aspetti ch’egli profuse quando il baseball in Italia incominciò ad avere una precisa caratterizzazione contribuendo non poco alla vincita di qualche campionato.

 

Ma ora con quei fogli in mano nella sua mente molti particolari incominciarono a sovrapporsi alle futili parole che per scelta diventavano malate sfuggendo al lessico comune. E commosso si addormentò e la sua mente incominciò a divinizzare un suo sogno nella futura terra di mezzo dove tutto il possibile è reale e dove la realtà è illusione.

 

Improvvisamente allora si trovò ad indossare la casacca dei Tigers con il mitico numero 29 caro a Mickey Lolich, il suo idolo che aveva in precedenza stabilito il record delle World Series lanciando tre gare complete e vincendole tutte e tre. Si rese allora conto che stava giocando una partita di finale, o meglio la partita che contava e che era solo lì, su quel monte di lancio del mitico “Comerica Park” a contatto della pedana dove lo stesso Lolich, che fungeva ora da manager, con cipiglio severo lo stava indirizzando che il suo io si stava inebriando.

 

Era la settima gara delle World Series di quell’anno e subito tutto fu tumulto o plagio, meraviglia senza incertezze o poesia delle cose semplici poiché in quella gara era il tutto racchiuso. Non vi era un limite poiché il limite poteva essere solo là dove l’onda si unisce al mare, dove attendono i rincalzi nel dugout, dove il sole oscura la luna, dove il nulla diventa effimero. E dopo il primo lancio gli sembrò allora importante definire o interpretare in senso assoluto il dover essere sempre se stessi sentendo la concreta percezione di sentirsi libero con la pallina nella sua mano a dialogare con le 108 cuciture.

 

E inning dopo inning il manager Mickey intuì che il suo lanciatore Johnny in quella gara era anima e spirito della squadra inebriandosi senza confini e leggi se non quelle della trasfigurazione. Ed al nono inning l’apoteosi del pubblico gli stava delineando il suo successo in una gara no hit di assoluto rilievo. Ed avvenne allora come solo avviene nelle fiabe che in quella terra di mezzo tutto si stava realizzando come voleva Samuel T. Coleridge nel dire che “se a un uomo, attraversando il paradiso di un sogno, gli fosse dato un fiore come prova della sua visita là, e se al risveglio lo stesso si ritrovasse quel fiore tra le mani, allora cosa potrebbero dire gli altri che non hanno la dovuta sensibilità per sapere e capire, e quindi confermare, come i sogni siano in definitiva la realtà più intima di una persona” poiché al mattino al risveglio, di quei fiori Johnny ne trovò due a testimoniare il suo attraversamento del paradiso: infatti con dolcezza nella sua mano scoprì che vi era ancora la pallina da baseball firmata da Mickey Lolich e poi si trovò tra le braccia della moglie che gli sussurrava nell’orecchio “Stanotte ti ho visto tornare bambino".

 

Solo un sogno? Tutto in un sogno anche la vetusta frase del coach :” Un vero peccato signora, l’America sta perdendo un esemplare atleta, la Major League di Baseball sta perdendo un lanciatore vero campione del monte di lancio”?.  Di certo si avvide che quel sogno che completamente lo aveva appagato, lì nella magica terra di mezzo era stato il più bel regalo di Natale che Johnny avesse mai ricevuto.

 

Michele Dodde

 

Buon Natale e Buon Anno Nuovo a tutti i lettori di Baseball On The Road

 

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Commenti: 4
  • #1

    Edoardo Micati (lunedì, 22 dicembre 2025 09:37)

    L'ho letto con piacere, soprattutto perché quel Johnny lo leggevo Michael, Michael Dodde.

  • #2

    Manuela (lunedì, 22 dicembre 2025 10:22)

    Sei la storia vivente del nostro amato sport. Grazie e Buone Feste

  • #3

    Marino (lunedì, 22 dicembre 2025 19:21)

    Bravo Michele grazie per questo simpatico racconto. Auguri per un sereno Natale. Ciao

  • #4

    Maurizio geo (martedì, 23 dicembre 2025 08:08)

    Il testo mi ha commosso: mi sono rivisto nel mio cortile a lanciare contro il muro e battere la pallina legata alla corda come Jonny