La complessa chiusura del cerchio magico…

di Michele Dodde 

Quando una ulteriore manifestazione inerente il “ Black Lives Matter” ("Le Vite Nere Contano"), movimento attivista originato all’interno della comunità afroamericana con l’intento di tramandare l’impegno nella lotta contro il razzismo, fu organizzata a New York  per protestare apertamente contro la profilazione etnica, la brutalità della polizia e la diseguaglianza razziale nel sistema giuridico degli Stati Uniti, l’esperto di musica e cartoonist per diletto Jim Shearer, nato il 3 gennaio del 1974 a Pittsburgh, pensò di richiamare l’attenzione dei coetanei sulle problematiche razziali andando a trovare una significativa testimonianza attraverso lo sport praticato dalle squadre sportive della sua città ed in particolare nel gioco del baseball. 

Questo suo secondo interesse dopo la musica lo portò ad individuare e spolverare  un evento, accaduto circa 50 anni prima, che di fatto sembrava avesse avuto la possibilità di chiudere il cerchio magico delle aspettative lontane dai sogni.

 

Infatti, se intellettualmente e moralmente la storia ha avuto inizio il 15 aprile del 1947 quando il giocatore Jackie Robinson con la casacca dei Brooklyn Dodgers ebbe la possibilità di debuttare nella Major League disarticolando le pregiudiziali barriere razziste, il 1° settembre del 1971 sembrò agli amanti della poesia avvenire la perfetta chiusura di quel cerchio in quanto, come il diabolico crescendo del Bolero di Ravel, si aveva avuto la visione di una franchigia della Major League interamente composta da giocatori neri e latini scendere su un campo di gioco. 

 

Erano questi i Pirates di Pittsburg e Jim Shearer con tocco magico a modo di completa effige fotografica riportò in caricatura tutti i componenti secondo il line up: Il seconda base Rennie Stennett, l'esterno centrale Gene Clines, i futuri Hall of Famers Roberto Clemente e Willie Stargell,  il ricevitore Manny Sanguillén, il terza base Dave Cash, il prima base Al Oliver, l'interbase Jackie Hernández e il lanciatore Dock Ellis. 

La didascalia di questo disegno dove tutti e nove i giocatori sono raffigurati in piedi fianco a fianco, con Clemente al centro, ed ora ben visibile presso la baseball Hall of Fame di Cooperstown, sintetizza in modo encomiabile le problematiche razziali che attraverso il baseball a Pittsburgh erano state scalfite riportando inoltre una voluta precisa nota sul giocatore Josh Gibson: “Il motivo per cui ho citato anche Josh Gibson – ebbe a dire Shearer - è perché poi postumo è stato considerato uno dei più grandi giocatori nella storia del baseball. Forse più di Babe Ruth ma a Gibson, sfortunatamente essendo nero, non gli fu mai permesso di cimentarsi giocando in una franchigia della Major League. Questo disegno l’ho ideato quale mio modo incisivo per convincere i miei coetanei ad essere orgogliosi di Pittsburgh ed affinché la gente non debba pensare che si possa combattere per l'uguaglianza solo a New York o a Los Angeles e decisamente voglio che sappiano che a Pittsburgh già nel 1971 è successo un singolare ed eccezionale evento storico riguardo alla razza. Questo evento accadde qui a Pittsburg presso il Three Rivers Stadium con i Pirates ad affrontare e vincere la gara per 10 a 7 contro i Phillies di Philadelphia. Anzi, in quell’anno i Pirates parteciparono anche alle World Series e sconfiggendo gli Orioles di Baltimora le vinsero".

La nota particolare di questa illustrazione è che a causa di uno sciopero dei quotidiani locali di Pittsburg in quel periodo, l’evento di quella gara non aveva avuto la dovuta presentazione e gran parte del pubblico per un inning e mezzo o due non si era resa conto che stava assistendo ad un evento epocale. “Era quasi la realizzazione di una piccola breve utopia – andò a precisare l’autore – poiché quando mai si sarebbe potuto pensare di avere ben nove giocatori neri e latini sul diamante con un’unica casacca indossata, e nessuno ci aveva mai pensato prima”.   

Nella foto Jim Shearer
Nella foto Jim Shearer

Tra i vari movimenti per la giustizia razziale attuati nel 2020 dunque, Shearer, che lavora come presentatore su Sirius XM Volume, ha intuito che era il momento giusto per usare il suo talento per documentare un evento così significativo nel baseball e nella storia americana avvenuto 49 anni addietro ed è stato un momento perfetto per illustrarlo.

 

Ovviamente per Shearer è stato un onore che la sua opera sia entrata a far parte della collezione della Baseball Hall of Fame tuttavia è da rimarcare come il suo intimo desiderio in realtà sia quello di far parlare delle evidenziate problematiche razziali, attraverso il baseball, anche persone che di questi temi non ne vogliono discutere. “Se ciò si è verificato e si verificherà anche in futuro – dice Jim Shearer con il dovuto interesse - allora sarebbe una piccola ma significativa vittoria per me”.

 

Baseball, quanti significati…

 

Michele Dodde

 

 

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