Il postumo riconoscimento a Joshua Gibson….il Babe Ruth nero

di Michele Dodde 

Il cartoonist Joe Sinnott, divenuto famoso per aver inchiostrato innumerevoli avventure dei supereroi dell’Universo Marvel Comics tra cui i “Fantastic Four”, “The Avengers”, “The Defenders” e soprattutto il fantasioso “The Mighty Thor”, in cuor suo amava molto il baseball ed i suoi personaggi e li ha onorati con particolari disegni commemorativi ora ben visibili presso la Baseball Hall of Fame. Perché parliamo di Joe Sinnot? Perché tra i suoi conclamati disegni, il più amato, a detta del figlio Marck, è stato quello che sinteticamente con rara maestria ha voluto rappresentare l’evoluzione dei costumi sociali grazie proprio al baseball. E’ questo il cartone originale a penna ed inchiostro "Honor Black Babe Ruth...At Last" che l'artista poi volle donare alla National Baseball Hall of Fame and Museum nel 1972, lo stesso anno in cui la indimenticabile leggenda della Negro League: Joshua Gibson è stata inserita nella Hall of Fame. 

Il significativo disegno che apparve l’8 febbraio del 1972 sul quotidiano Daily Freeman a Kingston (NY) accompagnava l’articolo inerente questo postumo riconoscimento a ben dopo 25 anni dalla scomparsa del giocatore ma l’evento in sé stava anche a significare da parte dei curatori l’accettazione pur tardiva dell’epopea storica che hanno configurato tutti i personaggi e gli eventi della Negro League.

 

Così dopo la prima apparizione di Jackie Robinson nella Major League che servì ad abbattere formalmente le barriere razziste e le tardive apparizioni di Satchel Paige che lo portarono ad essere il primo ad onorarsi della placca a Cooperstown, Joshua Gibson fu di fatto il primo giocatore afroamericano a ricevere l’ambito riconoscimento pur non avendo mai calcato i diamanti della Major League fortemente ignominiosamente difesi dalla razzista mentalità del “gentleman’s agreement”.

Il disegno, com’è intuitivo, è sì celebrativo ma racconta ai più le grandi vicissitudini che hanno reso il baseball testimone e foriero di cambiamenti pur nell’alveo delle tradizioni stesse. Infatti in esso è rappresentato un perfetto e giovanile Gibson, indossante la casacca degli Homestead Grays, che guarda con rispetto e stima gli spettatori.

 

Brandisce con le sue braccia muscolose una mazza col netto significato di indicare chi sia stato il vero re degli home run alla folla la quale, radunata in primo piano, guarda in alto con in mano cartelli che recitano: "Siamo spiacenti Josh!", "The Second Babe" e "Hall of Fame at Last!".

 

Da sopra la sua spalla, è riportato il volto sornione di Babe Ruth che sorride a Gibson con uno scintillio di orgoglio negli occhi dandogli il benvenuto nell’esclusivo club dei Famer. Entrambi poi sono ambientati su uno sfondo abbagliante di stelle.

 

Un disegno dunque molto più significativo di un articolo e che piacque di molto anche a Stanley Martin Lieber, il poliedrico animatore della Marvell Comics, passato alla storia come Stan Lee, che apostrofò Joe Sinnott come il più attento e talentuoso cartoonist tra i suoi collaboratori.

 

Ma chi era Josh Gibson? Un ricevitore ed un eccellente power hitter in ambito della Negro League e licenziato dai fan semplicemente come “il Babe Ruth nero” che di contro indicavano Babe come “il Joe Gibson bianco”. Purtroppo Joe per la evidenziata mentalità dell’epoca non potette mai giocare in una squadra della Major League ma dopo il 16 dicembre del 2020, quando la Major League Baseball ha annunciato che avrebbe riconosciuto tutti i record raggiunti e riportati dalla Negro League, a Gibson sono stati accreditati circa 800 fuori campo in carriera e la seconda media battuta della Major League pari a 0.466 realizzata nella sola stagione agonistica del 1943.

 

Durante i suoi 16 anni come giocatore, oltre ad aver giocato nella Negro League con i Greys di Homestead ed i Crawfords di Pittsburgh, Gibson ha vestito anche la casacca della Ciudad Trujillo nella Lega Domenicana e quella dei Rojos del Aguila de Veracruz nella Lega Messicana prima di divenire infine il primo manager dei Santurce Crabbers in Porto Rico.  

Scomparso molto giovane all’età di 35 anni a causa di un ictus, la sua reputazione nonostante l’incompleta registrazione dei dati della Negro League è sopravvissuta e, come detto, nel 1972 fu eletto all’unanimità nella Hall of Fame e di seguito il servizio postale degli Stati Uniti ha emesso con la sua effige ed il nome un francobollo commemorativo da 33 centesimi.

 

Nel 2000 la rivista “The Sporting News” lo ha inserito al 18esimo posto nella speciale lista dei 100 giocatori più grandi del baseball e nel 2009 una statua che lo raffigura è stata installata all’interno del Nationals Park.

 

La sua completa rivisitazione infine si è conclusa successivamente grazie ad un’opera basata sulla sua vita, “The Summer King”, scritta dal poeta Daniel Nester con testi aggiunti da Mark Campbell, e musicata poi dal compositore Daniel Sonenberg. 

 

Presentata in anteprima il 29 aprile del 2017 nel teatro dell’Opera a Pittsburg. Il musical “The Summer King” ora viene rappresentato come la testimonianza delle iniziali difficoltà patite dalla segregazione e la fattiva evoluzione sancita dall’integrazione nel baseball anche se in verità, come ha affermato il compositore Sonenberg in un'intervista, "Gibson non era interessato più di tanto a rompere la barriera razziale. Non era un politico. Era un giocatore di baseball e amava il gioco”

 

E gli aneddoti su di lui poi narrano che con un inimitabile stile battesse così in alto e lontano le palline che queste solo il giorno dopo dal cielo ricadevano in diamante…

 

Michele Dodde

 

 Sotto un piccolo estratto da "The Summer King", l'opera teatrale scritta da Daniel Nester con testi aggiunti da Mark Campbell, e musicata dal compositore Daniel Sonenberg.

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Commenti: 1
  • #1

    Aldo Bucelli (domenica, 14 novembre 2021 09:27)

    Una storia con un lieto fine, seppure postumo. Sarebbe bello se, con il riconoscimento tardivo dei meriti sportivi di Joshua Gibson, si fosse messo definitivamente la parola fine alle tante discriminazioni razziste ... se si potesse guardare a quei tempi come ad un periodo della nostra storia di cui vergognarsi, ma con la certezza che non commetteremo mai più tali errori.
    Strada ne abbiamo fatta, ma ancora siamo ben lontani dal traguardo dell'uguaglianza.