Il baseball in questa Roma sparita

di Michele Dodde

Il Tevere tra ponte Milvio e ponte Regina Margherita scorre ancora oggi lento e maestoso, in specie nell’ansa sotto Monte Mario “ …hic septem dominos videre montis / et totam licet aestimare Romam, / Albanos quoque Tusculosque colles / et quodcumque iacet sub urbe frigus / Fidenas veteres brevesque Rubras…” (…da dove è possibile vedere i sette colli, signori del mondo ed  abbracciare in tutta la sua ampiezza Roma, i colli Albani, i colli di Tuscolo e tutti i giardini alle porte della città, l’antica Fidene, la piccola Rubra…) come cita Marziale nell’epigramma LXIV, 11 – 15, quasi silenziosamente a sottolineare che nonostante la più che citata città eterna e la sua emblematica storia, sempre così confusa e travagliata anche nelle more di un’esatta datazione, Lui, il Tevere, lì in quell’ansa “prima de Roma c’era già “ (cfr. il musical “I sette re di Roma” di Garinei e Giovannini).

E questa consapevolezza il Tevere la evidenzia con signorilità, sia all’ombra dei saggi platani, che tutto sanno e molto hanno visto, sia al sentire tutti quei sopiti rimpianti, di chi non ha ancora trovato la propria dimensione, o quei  romantici sospiri di chi ancora cerca perduti amori. Certo è sempre stato consapevole anche delle continue e caduche promesse di chi mal ha delineato l’io virtuale e pazientemente continua a sopportare  quei variopinti canottieri che, così ignari dell’arte del remo, fanno impallidire e nulla avranno mai a che fare con il tenebroso, supplicato e commovente “er barcarolo”, l’unico a carpire il suo cuore misto al dolore.

 

Ma è un Tevere stanco quello che scorre tra una Roma sparita e questa insignificante quinta Roma che si appresta ora a generarne una sesta senza paternità. E non c’è rimedio al suo scorrere apatico ora che non sente più gli stimoli tra Romolo e Remo, tra gli Orazi ed i Curiazi, tra Bonifacio VIII e Giordano Bruno, tra Mazzini ed i massoni Garibaldi e Ernesto Nathan. Gli sono solo rimaste le irragionevoli carte impolverate di un baseball che fu. 

E come poi  può dimenticare quella Roma che nella sua sintesi aristocratica e nella sua grandiosità di intenti, riusciva sempre a risvegliare gli incontri tra i giovani nei pressi dell’uscita delle scuole da dove poi era facile portarsi lungo i viali complici sino ai polverosi campi di calcio in eterna lotta con l’assolato sahara per giocare lì un nuovo gioco importato ma fantasioso.

 

E questo perché nel rimando degli eventi bellici tra gli assordanti muti silenzi, reprimendo le maestose volontà del desiderio, quei giovani volevano continuamente dare un senso alla propria crescita.

 

E l’opera continua della Y.M.C.A. nella sede di Piazza dei Cinquecento con l’avallo dell’USIS (United States Information Service) era coinvolgente e permetteva di giocare così dappertutto mai umiliandosi nelle sfide a partire dalle gloriose franchigie della S.S. Lazio e A.S. Roma a presenziare con alterni successi nella serie A, poi con le squadre del sanguigno Quarticciolo Club e della mitica U.S. Condor nata nella parrocchia Santa Francesca Cabrini di Via Livorno sulla volontà di padre Maurilio ritornato fresco dagli Stati Uniti sino a dare specchiata continuità in oltre trenta società tra cui si evidenziavano quelle degli Enti di Promozione Sportiva e dei Circoli Dopolavoristici: Libertas San Saba, Libertas Sparviero, Libertas Primavalle, Fiamma Roma, Acli Chiesa Nuova, Cral ATAC Roma, G.S. Ferrovieri Roma, M.I.F.E.M. Roma e l’invidiata American Embassy Roma.

 

Erano gli anni cinquanta e si giocava su quei campi di calcio della periferia con l’idea fissa di come doveva essere un vero diamante utilizzando le palline al risparmio per cui quelle abrase erano fortemente gradite. Le divise se c’erano era un bene e soprattutto ricercate le protezioni dei catcher che poi si alternavano dandole all’umpire per consentirgli di potersi posizionare dietro casa base per emettere i suoi giudizi sui lanci.

 

Ed erano giovani volenterosi quegli umpire in perfetto stile statunitense indossando pantaloni neri, camicia bianca a maniche corte e soprattutto una elegante cravatta nera. E la sua dotazione era composta da un eccellente fischietto da utilizzare quando veniva chiesto “Tempo” ed uno sgualcito regolamento in continua consultazione con gli stessi manager. 

Ma c’era tanta voglia di giocare in ogni quartiere, dal Flaminio con i Black Feet all’Esquilino con l’A.S. Exquilia ed ancora dal Tiburtino con l’Ausonia Club al Prenestino con A.S. Preneste e così via senza farsi mancare l’epopea iniziale della Juventus con la Reale Roma. 

 

Ora intorno non c’è che gente trasandata, pallida, triste e sempre tesa alla ricerca di una moda effimera ed in attesa di eventi mai capiti.

 

Un diorama di personaggi che non hanno più confini come  l’ultimo trasognante poeta naif che vuole vendere le sue poesie guardando il sole pensando però alla luna e gesticola per dare concretezza ad un sogno infranto. E scuotendo la testa sussurra : “Che palle! Non capiscono. Uno vuole parlare della luna e mi rispondono: che palle!”

 

Ora quella Roma non c’è più. Quella realtà dei sogni è sfumata all’apparire della prima alba ed il risveglio si confonde con la malinconia. E forse è anche sparito quell’ultimo dei piatti dal sapore antico di quella Roma sparita: spaghetti all’aglio, olio, peperoncino e funghi porcini in quella trattoria di certo insignita dell’Ordine della Giarrettiera che è il “Gioia mia Pisciapiano”.

 

Ma il dio Tevere tra Ponte Milvio e Ponte Regina Margherita continua a scorrere lento e maestoso durante la notte poiché Lui, sornione e saggio, sempre aspetta “…l’arba quanno spunta er sole d’oro, te vedo Roma bella alla lontana…”

 

Michele Dodde

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    Vittorio (giovedì, 28 gennaio 2021 18:51)

    Complimenti, caro Michele. Bellissima e particolare la descrizione della città eterna ... il suo Tevere ... le sue bellezze ... non hai tralasciato un pò di latino e tra tutto questo poteva mancare il baseball? ... NO, ASSOLUTAMENTE!