Solitudine e Appartenenza

di Michele Dodde

Sono sempre molteplici le domande che si ripetono, sono sempre molteplici le curiosità inerenti, sono sempre molteplici le perplessità: perché tu ami il baseball?, viene chiesto. Quale episodio ti ha permesso di conoscerlo?, viene puntualizzato. Perché è così difficile interpretarlo?, quale ultima analisi...

Ed è vero: il baseball, che è apparentemente un semplice gioco, è anche una disciplina sportiva che viene gestita su regole di atti leciti ed atti illeciti. Ma conosciuto e praticato diventa una sintesi specchiata della continua ricerca del proprio io e della propria esistenza perché in esso sono racchiusi due fondamentali e ricercati principi quali la Solitudine e l’Appartenenza. 

In verità, e forse è assolutamente vero, molti sono quelli pronti a giurare che il baseball piace di più a chi lo gioca che a chi lo osserva come semplice spettatore. E questo, viene da dire, è perché il divino disegno che accomuna tutto l’universale, che lega tutto il vivente è facilmente più individuabile lì sul diamante di gioco che sugli spalti tra frastornanti spettatori in continua attesa dell’evento senza conoscere i segmenti che l’hanno prodotto. 

 

Ed è lì sul diamante tra la terra rossa e l’erba rasata che si assiste sempre ad una continua metamorfosi seguendo una spirale senza soluzione di continuità poiché è sempre noto l’inizio della gara, come la nascita, ma essa poi durerà senza calcolo di tempo sino alla sua fine, come la morte.

 

Certamente quando si entra nel dugout ci accompagna il conforto del proprio guantone, appendice concreta e consistente dei primi passi, e ci si va a stabilire in una società eterogenea che vive delle diverse sensazioni ed emozioni globali e pronta a sopravvivere ed a superarsi nella comparazione.

Poi però le acquisite diverse considerazioni vanno a sfumare nel mentre si è chiamati alla prova della verità lì nel box di battuta. E’ vero che per quell’evento c’è sempre stata una continua preparazione, come quando si è stati impegnati a seguire i diversi capitoli di studio e della formazione culturale, ma in quel mentre ora si è chiamati a quella attesa prova della verità, e che poi si ripeterà pur in modo simile ma non eguale, come quando si affrontano gli infiniti esami della vita, e non ci si può sottrarre pena l’essere tagliati fuori.

 

E lì nel box di battuta ci si va da soli e lì, da solo, si è il tutto. E’ solo la solitudine ad accompagnarti e là, sotto la propria ombra si potranno constatare la qualità dei colori che circondano, vividi se si è in grado di poter godere della certezza di sensazioni nuove ed inebrianti o sfocati se si è destinati a provare ansia, sofferenze e paura.

 

Le regole del gioco impongono la necessità di affrontare l’inevitabile confronto che la società avversa richiede nel quotidiano, ed esse sono ferree perché fonti di saggezza e non ammettono deroghe: o stai al gioco e le rispetti o vieni escluso con derisione e scherno. E non si può tornare indietro anche perché gli studi e la preparazione stanno ad indicare che l’essere lì è frutto di ricerche, ambizioni e desideri che non permettono di cadere nella banalità della triste oscillazione degli estremi.

Dunque non resta che la certezza di andare avanti anche perché si deve essere consapevoli che poi si dovrà affrontare la salita della conquista con appropriata corsa tra le basi, come superare gli ostacoli dell’esistenza, e che dovrà essere ricercata la corsa senza possibilità di deleghe poiché sarà importante riconoscere il momento opportuno per osare.

 

E quella solitudine dunque diventerà sovrana quando si riuscirà a realizzare la realtà del sogno, quel sogno che diventa subito passato mentre si va a concretizzare la ricercata aspirazione di appartenenza che subentrerà al tempo della fase difensiva della società.

 

Ed il nuovo membro, acquisito ed accettato con il proprio guantone quale strumento dell’elevato lavoro, sarà coinvolto dai nuovi compagni che saranno la Forza del lanciatore, la Saggezza del ricevitore, la Bellezza gestuale del prima base, la Limpidezza del seconda base, l’Energia del terza base, lo Splendore dell’interbase e la Luminosità abbagliante degli esterni.

 

Egli sarà uno di loro e come loro si sottoporrà anche alle leggi dei giudizi che danno vitalità al difficile percorso della gara stessa. Ma in quella fase si vivrà l’appartenenza senza finte illusioni.

 

Ed è con questo continuo passaggio tra Solitudine ed Appartenenza che il baseball permette di migliorare il proprio ego aprendo le porte all’infinito delle possibilità. 

 

Si è vero, il baseball è solo un gioco, ma poi in definitiva non lo è se non il filosofico e travagliato cammino esistenziale che appartiene all’umanità.

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 2
  • #1

    Aldo Bucelli (mercoledì, 13 maggio 2020 17:56)

    Un articolo molto bello e profondo che apre la porta a molteplici riflessioni.
    Il baseball non solo inteso come metafora della ricerca interiore, ma esso stesso parte del percorso esistenziale. Come l'esperienza del saggio, che intraprende il distacco da tutto, per giungere a fondersi con il Tutto. Un apparente esaltazione dell'ego, perché quella solitudine ricercata non è compresa dalla moltitudine-spettatori, mentre invece dall'eremo del dugout si raggiunge il "brahman" del diamante.

  • #2

    Judith Testa (mercoledì, 13 maggio 2020 18:04)

    Hai capito benissimo gli aspetti filosofici di baseball. E questo frase è verissimo e quasi poetico! "Ed è lì sul diamante tra la terra rossa e l’erba rasata che si assiste sempre ad una continua metamorfosi seguendo una spirale senza soluzione di continuità poiché è sempre noto l’inizio della gara, come la nascita, ma essa poi durerà senza calcolo di tempo sino alla sua fine, come la morte."
    Bravo, Michele!