La storia del conteggio dei lanci - 2^ parte

Illustrazione di Marco Cibola
Illustrazione di Marco Cibola

di Frankie Russo

libera traduzione dal New York Times

Leggi la 1^ parte

 

Glenn Fleisig, il maggiore collaboratore di Andrews, si dedicò ad un approfondito studio relativamente alla meccanica del lancio arrivando alla conclusione che quando si esegue il caricamento si crea una serie di movimenti, ognuno disconnesso con l’altro. La teoria prova come il lancio sia fondato su una serie di sequenze coordinate. A conferma Fleisig dimostrò egli stesso, al rallentatore, le varie sequenze impartendo ad ognuna di esse lezioni teoriche del movimento e della fisica. Ci impiegò 15 minuti. Tim Lincecum, che lancia a quasi 100mph, per eseguire la stessa sequenza di movimenti ci impiega meno di un secondo, oltre a tener presente che il braccio gira in modo sconnesso. Se portato a termine il movimento circolare, il suo braccio effettuerebbe 21 giri al secondo. Ovviamente gli adolescenti non sono sottoposti a tali sollecitazioni, ma nelle majors gli atleti sottopongono il loro corpo ai massimi sforzi. 

Il braccio può essere paragonato a un elastico che dopo un eccessivo utilizzo comincia a lacerarsi. Quando questo effetto si verifica al gomito o alla spalla, si comincia ad accusare dolori, e se non si interviene con celerità, i legamenti si lacerano sempre più. Si arriva al punto che non importa quanto tempo si riposa, il danno diventa ormai irreparabile.   

 

Stan Conte, responsabile del settore medico dei Dodgers, sostiene che i meno protetti sono proprio i giovani i quali non devono essere trattati alla stregua degli adulti. Essi sono nella fase di crescita, la loro struttura ossea è completamente diversa e non possono e non devono essere sottoposti agli stessi regimi dei professionisti. 

 

Quando Andrews iniziò a dedicarsi al problema nella metà degli anni 90, negli Stati Uniti esistevano 13 leghe giovanili  tra nazionali e regionali, ognuna con regole diverse inerenti ai lanciatori.  Per esempio, alcune prevedevano un massimo di sei riprese per settimana, ma questo non escludeva che un lanciatore potesse effettuare più di 100 lanci per gara; altre invece erano meno rigide. Poi c’erano le leghe indipendenti che non prevedevano alcuna regola. Era possibile lanciare il sabato e magari anche il giorno dopo. Addirittura vi erano  libri regolamentari dove la pagina dedicata alle norme per i lanciatori era in bianco. 

 

Charles Blackburn, responsabile della National Amateur Baseball Federation e che all’epoca era responsabile dei tornei giovanili, riportò quanto fu difficile trovare una soluzione. Agli incontri per determinare le regole ognuno portava la propria tesi: C'era chi sosteneva che il limite dei lanci doveva essere posto a 75, chi a 40 e chi a 150. In conclusione ognuno fu lasciato libero di gestire come meglio credeva, ritenendo la stanchezza del ragazzo una valida misurazione per limitare il suo utilizzo. I migliori poi di questi ragazzi giocavano per più squadre, perfino lanciando due o tre giorni consecutivi con la conseguenza che i diversi coach, non comunicando tra di loro, si accusavano a vicenda per gli eccessivi carichi di lavoro. Tutto questo senza tener presente che capitava anche di lanciare dalle diverse distanze. 

Ancora peggio era la situazione di lanciatori come Alden che lanciavano per tutto l’anno escludendo ogni e qualsiasi altro sport.

 

Erano i genitori che inseguivano il sogno proibito di vedere il proprio figlio essere il campione del liceo, del college e divenire multimiliardario con un contratto nelle majors. Ciò che non capivano era che i ragazzi necessitano di un periodo di riposo, sia fisico che mentale dal gioco agonistico.

 

Vi era inoltre un elemento in comune a tutti i giovani che Andrews aveva operato: lanciavano nonostante accusassero dolori e avevano il braccio affaticato.

 

Finalmente nel 1999, grazie al contributo di 150 mila dollari messi a disposizione dall’USA Baseball, Andrews e Fleisig poterono approfondire gli studi alla ricerca di relazionare tra di loro il numero di lanci, i tipi di lancio, la fatica e il dolore al braccio.  L’esperimento fu eseguito su 476 ragazzi tra i 9 e 14 anni e il risultato alla fine della stagione fu che la metà di loro accusavano dolori alla spalla o al gomito. Nell’arco dei 25 lanci effettuati oltre i 50, la percentuale di lanciatori con dolori aumentava a causa della fatica. Il 52% di coloro che lanciavano curve accusavano dolori alla spalla, mentre l'86% di coloro che lanciavano slider, accusava dolori al gomito. 

 

Alden non rientrò nella fascia dei ragazzi esaminati, ma anch’egli lanciava una buona curva che aveva imparato già a 12 anni, perfezionandola intorno ai 14. Anche se il padre era contrario che iniziasse così presto, il campionato era così impegnativo che Alden si dovette adeguare per essere  competitivo. Ma non fu la curva il vero  problema di Alden. 

 

Andrews e Fleisig arrivarono alla conclusione che inverosimilmente, se lanciata con la corretta meccanica, la curva non danneggia il braccio o la spalla più della diritta. Il problema consiste nell’eseguire la giusta meccanica, non sempre semplice da praticare per un adolescente. 

 

Successivi  studi rilevarono che arrivati all’età di 20 anni, al 36% dei giocatori che avevano lanciato sotto sforzo si rendeva necessario un intervento chirurgico alla spalla o al gomito.

 

Tra i vari campionati a cui partecipava, Alden lanciava per 10 mesi l’anno sin da quando aveva 13 anni. Andrews e Fleisig furono del parere che si può lanciare anche molto, ma non in sovraccarico e in situazioni di affaticamento. Alden però giocava per vincere, e non solo lanciava con il braccio affaticato,  non si concedeva nemmeno il necessario riposo. 

Nella foto Aaron Alvey - Nelle semifinali W.S. L.L. contro il Giappone ha lanciato 11 riprese e 129 lanci. Ha battuto un home-run facendo vincere la sua squadra per 1-0 (Foto da Sport Illustrated)
Nella foto Aaron Alvey - Nelle semifinali W.S. L.L. contro il Giappone ha lanciato 11 riprese e 129 lanci. Ha battuto un home-run facendo vincere la sua squadra per 1-0 (Foto da Sport Illustrated)

Finalmente nel 2002 USA Baseball invitò Andrews e Fleisig all’annuale riunione nazionale del baseball giovanile, e per la prima volta fu possibile mettere insieme sul tavolo tutti i vari programmi.

 

Andrews mise al corrente di come era necessario fare un riesame di tutti i vari programmi e convergerli in uno unico per tutte le leghe, ma la platea rimase dubbiosa.

 

Fleisig espose la sua teoria relativa alla correlazione tra la fatica e numero di lanci, ma eccetto un certo Steve Keener i presenti, pur ritenendola una tesi interessante, non ritennero opportuno applicarla.

 

Stephen Keener ha dedicato la sua intera vita  al baseball giovanile. Da bambino giocò a Williamsport, Pa, dove annualmente si disputano le Little League World Series e anche al liceo, al college e dopo la laurea, ha continuato ad interessarsi di Little League baseball, facendo di questo il suo obiettivo dominante. A metà del 2002 Keener fu eletto Presidente della Little League International e volle affrontare seriamente la questione. 

 

Durante le LL World Series di quell’anno, milioni di appassionati assistettero ad Aaron Alvey tirare 129 lanci e il suo avversario Walker Kelly tirarne 118 nella semifinale. Entrambi lanciarono una gara completa di 11 riprese. Tenuto conto che erano le finali mondiali, la Lega non aveva posto limite ai lanci, ma avendo annunciato che l’obiettivo principale era la salvaguardia dei giovani (fu il primo anno in cui furono introdotti gli elmetti e i salva gola), l’organizzazione fu molto criticata.

 

Keener continuò sulla sua strada mantenendo i contatti con Andrews e Fleisig  fino a quando nel 2005,  un ragazzino di 12 anni fu sottoposto ad intervento chirurgico, decidendo che era arrivato il momento di intervenire. Era stato proprio il padre del ragazzo a spingerlo all’eccesso, ignaro delle conseguenze che avrebbe comportato.

 

Di questo episodio,  Keener fece il suo cavallo di battaglia. Quello era il vero problema di fondo: I ragazzi non sanno, i genitori non sanno, i coach non sanno. Non sono essi gli esperti, spesso sono volontari e pensano di fare il loro meglio.

E’ la Lega che li deve supportare e deve dettare le regole

 

Frankie Russo

 

Segue

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Dodo Furiassi (martedì, 17 gennaio 2017 12:10)

    Paolo e Frankie....grazie!

  • #2

    Frankie (martedì, 17 gennaio 2017 14:14)

    Ciao Dodo, so che questo argomento è stato sempre un tuo cavallo di battaglia. Suggerimenti e consigli sono sempre ben accetti. Continua a tenere la discussione viva! Grazie