Seventh-inning stretch

Nella foto il momento in cui Kane Kalas canta God Bless America durante il 7° inning
Nella foto il momento in cui Kane Kalas canta God Bless America durante il 7° inning

di Andrea Salvarezza

Sabato 23 ottobre 2010, sesta partita della finale della National League (NL): Philadelphia Phillies e San Francisco Giants si contendono il pennant della NL e soprattutto un posto nelle World Series, le finali del massimo campionato professionistico americano. Siamo a metà del settimo inning quando gli spettatori del Citizens Bank Park si alzano in piedi al richiamo dello speaker, si tolgono il cappello e si preparano ad assistere all’esibizione canora di Kane Kalas, figlio dello storico announcer dei Phillies Harry Kalas, scomparso nell’aprile del 2009. Le telecamere inquadrano una fotografia di “Harry the K”, come veniva affettuosamente chiamato dai tifosi di Philadelphia, poi staccano sul giovane, che in un’atmosfera di forte tensione emotiva esegue l’attacco di God Bless America.

L’esecuzione è trascinante, tutto lo stadio è avvolto da una carica straordinariamente suggestiva. Poi le note terminano, accolte dall’ovazione del pubblico, e si può tornare a riprendere il gioco, con Philadelphia che si appresta a battere in una delicatissima situazione di punteggio. Il rituale della proverbiale pausa del settimo inning è concluso.

Nella foto il 27° Presidente Americano William Howard Taft
Nella foto il 27° Presidente Americano William Howard Taft

La cosiddetta seventh-inning stretch è un’usanza di antichissima data, la cui origine, come avviene per tanti aspetti leggendari del baseball, è avvolta nelle nebbie del mito e del mistero.

 

Una ricostruzione agiografica la farebbe risalire al 1910 e addirittura alla persona di William Howard Taft, 27° Presidente degli Stati Uniti d’America. Recatosi al National Park per la partita inaugurale della stagione tra Washington Nationals e Philadelphia Athletics, il Presidente sedeva in tribuna da diverse ore quando, a metà del settimo inning, decise di dare finalmente sollievo alla schiena: un uomo della sua taglia (è stato il presidente più pesante della storia americana, con oltre 300 libbre di stazza (circa 140 kg) non poteva tollerare di restare seduto per un tempo così lungo. Vedendo il proprio presidente che si alzava, il pubblico sugli spalti pensò che si stesse preparando per andarsene, e si alzò in piedi a salutarlo, oppure più semplicemente ne volle imitare il gesto in segno di rispetto, fatto sta che si alzarono tutti in piedi all’unisono e si rimisero a sedere solo dopo che egli ebbe ripreso posto.

 

Da lì in poi, vuole la leggenda, la seventh-inning stretch divenne parte integrante di ogni partita di baseball. Quello stesso 14 aprile, curiosamente, vide la luce anche un’altra celebre tradizione americana. Subito prima dell’inizio dell’incontro, vistosi recapitare la palla dall’arbitro, il Presidente fu poi invitato dallo stesso giudice di gara, Billy Evans, ad effettuare un lancio: Taft, direttamente dal palco presidenziale, sistemato a ridosso del campo, lanciò con piacere verso il pitcher dei  Nationals, Walter Johnson, dando vita ad una tradizione che persiste tuttora.

Nella foto la Brother Jasper Team
Nella foto la Brother Jasper Team

Con l’eccezione di Jimmy Carter, da allora tutti i presidenti americani (compreso Barack Obama) hanno aperto almeno una regular season di baseball, effettuando il primo lancio dell’Opening Day (la partita inaugurale della stagione).

 

Se sulle circostanze in cui fu effettuato il primo lancio presidenziale della storia sussistono pochi dubbi, l’origine della seventh-inning stretch è invece piuttosto controversa. Esiste infatti una ricostruzione dei fatti completamente diversa, che fa risalire la nascita di questa usanza al 1882 e alla figura di Brother Jasper, che  ricopriva il doppio incarico di responsabile della disciplina e allenatore della squadra di baseball del Manhattan College. In virtù della posizione occupata, ad ogni gara Brother Jasper aveva anche il compito di supervisionare il comportamento tenuto dagli studenti che assistevano agli incontri. Sembra allora che in una giornata particolarmente calda ed afosa, preoccupato dalla crescente agitazione che andava scuotendo il pubblico sugli spalti, giunti alla metà del settimo inning il pastore pensò di chiamare un timeout per permettere agli studenti di alzarsi in piedi, sciogliere i muscoli ed allentare la tensione. 

L’usanza piacque al punto che da lì in poi divenne una costante, finché un giorno non fu recepita dai New York Giants, che in alcune occasioni lasciavano usare il proprio campo alla squadra del Manhattan College: i Giants la videro all’opera al Polo Grounds e pensarono di importarla nel baseball professionistico. 

 

Peccato però che a contrastare questa ipotesi vi sia una testimonianza del 1869, che dimostra come la seventh-inning stretch fosse in voga già almeno tredici anni prima degli eventi legati a Brother Jasper: in una lettera  autografa indirizzata ad un amico, Harry Wright, allenatore e giocatore dei  Cincinnati Red Stockings, lo informava dell’abitudine del pubblico di Cincinnati di alzarsi in piedi a metà del settimo inning per sgranchirsi le gambe dopo le  ore passate seduti su scomode panche.

 

Con buona pace di Jasper e Taft, l’usanza è allora vecchia più o meno quanto il gioco stesso. 

 

Se l’origine della pratica risale ai tempi di Wright, l’aneddoto relativo al President Taft, veritiero o meno, segnala però l’istituirsi di questa pratica spontanea come una vera e propria tradizione nazionale: curiosamente infatti la locuzione «seventh-inning stretch» apparve per la prima volta proprio pochi giorni dopo il match del National Park, stavolta in riferimento ad una partita giocata a New York tra gli Yankees e i Boston Red Sox. Il termine entrò poi a far parte definitivamente del vocabolario nazionale dagli anni ’20. 

Nella foto Harry Caray
Nella foto Harry Caray

Il rituale ha assunto una configurazione più strutturata a partire dagli anni ’70 del XX secolo, quando in concomitanza con la pausa del settimo inning si affermò definitivamente l’abitudine di cantare Take Me Out to the Ball Game, l’inno non ufficiale del baseball in voga fin dal 1908. A volte seguito da qualche brano tradizionale aggiuntivo, a volte cantato da solo, l’inno scritto da Jack Norworth e Albert Von Tilzer era stato eseguito in un campo di baseball per la prima volta nel 1934, e aveva sposato la coincidenza temporale della seventh-inning stretch undici anni più tardi, ma solo occasionalmente.

 

Poi arrivò (era la stagione del 1976) il giorno in cui Bill Veeck, proprietario dei Chicago White Sox, nascose un microfono nella cabina radio di Harry Caray, l’annunciatore ufficiale della squadra che era solito cantarla nella pausa del settimo inning: le note si trasmisero agli altoparlanti dello stadio, e anche se Caray era tutto fuorché un cantante provetto, il pubblico sugli spalti si lasciò trascinare dall’entusiasmo, e Take Me Out to the Ball Game entrò per sempre a far parte del rituale.

Dopo i tragici attacchi dell’11 settembre però l’America ha voluto apportare delle modifiche a questa sua tradizione così sentita: i primi furono i San Diego Padres, poi imitati dal resto della lega. In alcune occasioni, in aggiunta o in sostituzione di Take Me Out to the Ball Game, e sempre alla pausa tra la parte alta e la parte bassa del settimo inning, oggi si canta anche God Bless America: accade nella partita  inaugurale della stagione (Opening Day), in tutte le partite dei playoff (la cosiddetta postseason), nei match giocati di domenica, nell’All Star Game e nelle partite che si svolgono in giorni legati a speciali commemorazioni (4 luglio, Labor Day, Memorial Day, Patriot Day). New York Yankees e Los Angeles Dodgers, poi, hanno deciso di farla cantare ad ogni incontro casalingo della stagione regolare. All’indomani di una delle sue più grandi tragedie nazionali, l’America ha reagito con grande senso di orgoglio patriottico e ha visto anche nel baseball la via per tornare a sentirsi più unita e più forte. 

 

Segue

 

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Tratto da A. Salvarezza, Eccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009.

 

N.d.r. Ringrazio Andrea Salvarezza per aver acconsentito di pubblicare degli stralci della sua Tesi di Laurea. Questo è il primo al quale ne seguiranno altri. 

Chi fosse interessato all'intera Tesi la può scaricare qui sotto

 

Paolo Castagnini

 

La Tesi di Andrea Salvarezza

 

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Commenti: 1
  • #1

    Michele (martedì, 16 febbraio 2016 12:23)

    Veramente interessante per conoscere e capire i sintomi delle tradizioni e così scrupoloso nella ricerca da essere condiviso. Grazie a te Andrea ed al tuo relatore che ti ha seguito nella tesi. In effetti non è la prima tesi inerente il baseball, di certo per me la più interessante.
    Caro Paolo, cerca di trovare anche le altre....