_________________________________ Il baseball italiano visto da Michele Dodde

di Michele Dodde

L’interessante momento di riflessione su “ Ma come lo vediamo noi il nostro baseball ?” scaturito dall’analisi di Paolo Castagnini a seguito della sua lettura sulla rivista Ambassador su “Come gli Americani vedono il baseball italiano” è fortemente stimolante e si sintetizza in due particolari punti di vista:

  • Il baseball come sport giocato;
  • Il baseball come passatempo guardato.

Le considerazioni riportate da Paolo sono non solo condivisibili ma da sottoscrivere. Inoltre anche quelle inoltrate da Franco Ludovisi sulle due puntualizzazioni hanno delineano inequivocabilmente questi due grandi appassionati che vivono all’ombra del diamante. Realisticamente poi Franco individua subito alcune voci che non possono essere derogate: come sport giocato il baseball deve necessariamente confrontarsi in primo luogo con il Bilancio, autentico mostro a tre teste, in secondo con il Livello Tecnico commisurato alle diverse categorie con il traguardo di una continua elevazione; come passatempo la necessità della presenza del pubblico.

Questi due piccoli sassi spero abbiano dato inizio ad un continuo dialogo che senza debordare possano diventare il gustoso sale di un concreto bacino culturale. Questo perchè personalmente credo che da questo concetto, espresso in altro modo da Joe Connor :” L’Arte di contestare, il modo in cui ( gli italiani ndr ) lo fanno fa parte del loro tessuto culturale”, si deve partire per meglio configurare il come noi vediamo il nostro baseball.

 

Va da se infatti che il nostro baseball è stato fortemente assorbito da chi lo ha praticato e da chi “con il baseball ha avuto qualcosa a che fare”, come invitava il grande Babe Ruth, ma è rimasto agnostico per i molti che, frastornati dai continui commenti pallonari e dalle asfissianti visioni di due squadre che contemporaneamente si contendono a vario modo il punteggio, non riescono a capire come nel baseball sia l’uomo e non la pallina a segnare il punto, come entrambe le squadre non siano esplicitamente in diamante ma sublimano il loro gioco di squadra quando si è in difesa e che invece in fase di attacco sia l’unus quisque faber, poeticamente solo, e come unicamente in questa fase egli possa raggiungere la validità del punteggio. Non è poca cosa poiché ben lontana la filosofia del baseball dal nostro mondo e modo di vivere.

Ricordate?: Bruno Beneck presentava il baseball proprio come metafora del gioco della Vita. Ma avete mai preso in considerazione di quanti hanno capito o apprezzato il dramma, nel 1957, rappresentato nel film “Prigioniero della Paura” (Fear Strike Out) con un superbo Anthony Perkins nella parte del campione Jimmy Piersall? Dunque alla luce di queste difficoltà culturali di base di cui i molti sono impregnati, penso sia necessario ed opportuno parlare dei risvolti umani del baseball sempre e in ogni luogo: nelle scuole, nei circoli, presso le associazioni, nelle conversazioni poiché dobbiamo noi per primi ad essere convinti che sarà il baseball e solo il baseball la disciplina sportiva che in futuro appagherà il gusto degli spettatori ormai tecnologicamente evoluti.

 

Segnare lo score personale con il gusto intimo di vedere le partite e di ripetere le proprie sensazioni è dunque l’arma vincente di un pubblico che va educato sì nella visione sublime del gesto atletico ma anche nella qualificazione intima di gioco del proprio idolo: questa configurazione la può donare solo il baseball oltre alla eclettica possibilità di far divenire lo stadio il luogo dove sarà piacevole passare il pomeriggio, come già precisava la foto di H. J. Heinz Company ripresa sul diamante di Pittsburgh nel 1916.

Il baseball come sport giocato invece avrebbe a mio parere necessità di un azzeramento globale riportando il tutto alla visione della mentalità dei molti: non più usare sigle ma coordinare il tutto con il linguaggio ormai facente parte del DNA italico: Serie A, serie B, Serie C e promozione.

Questa suddivisione sarebbe più comprensibile ad un distratto lettore che non sia della casta e misurerebbe al meglio i diversi livelli tecnici. Inoltre, per fronteggiare la crisi monetaria, non disgiunta da quella tecnica, riporterei le gare di serie A e B a due alla settimana. Tale applicazione sarebbe di facile acquisizione anche da parte dei mass media a tiratura nazionale e quindi dare corpo e qualità soprattutto al lettore distante dai grandi centri. In caso contrario l’attuale ghettizzazione Nettuno, Bologna, Rimini, Parma resterà sempre attuale.

 

Infine ampliare la pratica giovanile che produrrà o futuri talenti o attenti spettatori: personalmente a Lecce sto sviluppando questo tema proprio in un Liceo. Certo, in questo campo siamo ancora all’alba pionieristica ma non bisogna mai dire mai e i giovani dirigenti del baseball pugliese e campano ed altri lo stanno provando con il loro carismatico open winter baseball.

 

Poi si cita più volte Dave Bidini come testimone della messa a fuoco del baseball italiano. Ma vogliamo mettere i puntini sulle i ?. Dunque l’italo-canadese Dave Bidini, già autore di due libri: On a Cold Road e Tropic of Hockey, quest’ultimo accolto con un discreto successo da parte del pubblico, nel 2002, certamente suggestionato dallo splendido articolo di David Lamb, corredato dalle eccezionali foto di William Albert Allard, “A Season in the Minors” pubblicato sul numero 4, aprile 1991, della prestigiosa rivista National Geographic da pag. 40 a pag. 73, (vedi foto ad inizio articolo) pensò bene di scrivere un racconto sportivo ripreso dal vivo, con personaggi reali e privi di soggezione e fortemente radicati nel territorio.

 

La scelta del baseball quale pratica sportiva da seguire indubbiamente è stata primaria perché egli è un appassionato del gioco antico cosi come l’Italia quale territorio per via della etnia di provenienza e Nettuno quale località dove ambientare i limiti della sua storia perché, come precisa il bugiardino in seconda di copertina, "Nettuno has been the baseball capital of Italy since 1944", cioè da quando il gioco fu presentato dai soldati americani dopo lo sbarco ( e chissà perché non passa mai alla memoria che comunque il primo diamante in Italia costruito dai soldati a stelle e strisce fu quello di Opicina a Trieste durante le tristi vicissitudini patite dalla città giuliana tra Zona A e Zona B).

Nasce così "Baseballissimo, my summer in the italian minor leagues" edito da McClelland & Steward Ltd. Di certo il Bidini pensava di confezionare una storia che entrasse anche nell’intimo dei personaggi movimentando risvolti emotivi ed incisivi ed invece ne è scaturito un diario colorito, spassoso ma molto piatto e a volte anche farcito di un linguaggio sopra le righe che poteva essere evitato. La bestemmia non paga mai, ma questa è stata una sua precisa responsabilità di scelta per delineare, certamente non al meglio, alcuni personaggi.

 

Quindi niente a che vedere con la classificazione di doppio A o triplo A e così via poichè la squadra dei Peones di Nettuno, descritta nella sua realtà, si è mostrata fortemente amatoriale a pizza, fichi e caffè ma soprattutto lieta di giocare il proprio baseball con il calibro di livello tecnico che ogni personaggio è riuscito ad esprimere sotto la supervisione di un Pietro Monaco sempre in linea con il proprio entusiasmo. Comunque va pur detto che Baseballissimo è e resterà il primo libro-romanzo scritto su e con una squadra di baseball italiana.

 

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