
È di qualche giorno fa la scomparsa di Franco Ludovisi, giocatore e manager di baseball bolognese e gran persona umanamente parlando. Ho avuto il piacere di condividere con Franco, sia il tifo nelle partite casalinghe della Fortitudo baseball, che il desco durante qualche cena che organizzavamo anche con Gianni Lercker, Kiko Corradini, Marcello Perich e tanti altri e ricordo che durante quelle cene era un proliferare di aneddoti da storia del baseball italiano. Quelle cene furono organizzate spesso proprio all’Antica Trattoria del Pontelungo, dove anche Paolo Castagnini incontrò Franco e dove in effetti, perdonate lo spot, si mangia bolognese in maniera ruspante e verace, senza rivisitazioni e si sta bene in compagnia: si mangia, si beve e si chiacchiera.
Quei racconti, intrisi di un baseball esordiente in Italia e che adesso non esiste più, come anche è normale che sia, me li sono tenuti per me, anche se anni fa sulla fanzine della Fortitudo, scrissi uno dei miei “articoletti” dedicato a Franco, che so colmarono di gioia, emozione e commozione anche sua figlia, cosa che mi fece molto piacere.
Quello che ammiravo in Franco era e resterà, la grande serietà con cui ha sempre interpretato il suo ruolo di giocatore e manager; Franco è stato un grande divulgatore di baseball, specie tra i bimbi e ha diffuso il nostro gioco, cercando sempre di stimolare la curiosità dei giovani, come un bravo nonno, anche se non so se avrebbe gradito essere chiamato così.

Della sua carriera si è già occupato Paolo e per quel che posso pensare, un po’ estremizzando credo che Franco avrebbe potuto essere un esempio anche per quel ragazzo di quindici anni, Alessandro Meszely, morto nel 2017 a Milano, mentre giocava a basket in un campetto.
Mi sono interessata alla sua storia, per diverse ragioni. La prima è che, come forse già saprete, qualche “buona lana”, da anni toglie i fiori, o più precisamente i girasoli che i genitori portano su quel campetto e di recente qualcuno ha anche avuto la vigliaccheria di scrivere, sulla targa che spiega il perché di quei fiori che, se per ogni morto a Milano ci fosse un fiore, la città meneghina diventerebbe una pattumiera.
Una roba che non si può sentire né, tanto meno leggere e che comunque ha giustamente indignato i milanesi che, pur essendo una comunità molto eterogenea e poco autoctona (i veri milanesi, quelli da sette generazioni sono pochissimi) è pur sempre molto attenta e pronta a reagire con un gran cuore, perché Milano è così e lo dico da bolognese, che è tutto dire, data la tradizionale rivalità sportiva tra Milano e Bologna.
L’altra ragione che mi ha portato a scrivere di Alessandro e a fare il parallelo con Franco sta nel fatto che, come già mi capitò per Sammy Basso, ho visto, a corredo dell’articolo, una foto di Alessandro davanti ad un manichino vestito con la divisa dei Mets.
Naturalmente mi sono incuriosita, perché ho pensato: vuoi vedere che Alessandro era un giocatore di baseball? In realtà Alessandro giocava a basket, anche, perché figlio di un direttore marketing dell’Olimpia Milano, da sempre e tra l’altro una delle avversarie più dure per la mia Virtus, ma a parte questo, ciò che ho anche pensato è stato: chissà, se mai si sarà interessato al baseball, magari quella foto poteva essere un inizio e comunque mi piace pensare che adesso Franco possa ancora insegnare baseball e magari proprio ad Alessandro.
Go Franco e Go Alessandro e che la terra vi sia lieve!
Allegra Giuffredi

Scrivi commento