1958, quando i Dodgers lasciarono New York

(Photo by Joshua Bessex/Getty Images) 

di Michele Dodde

E’ una simpatica storia quella dei Dodgers poiché ha profonde radici in quel di Brooklyn a partire dal 1883. Dopo essersi fatti amare da svariate etnie tra cui quella dei migranti italiani, hanno poi lasciato in lacrime gli appassionati tifosi nel 1958 per librarsi verso la costa occidentale a riempire vuoti ed aspettative in quel di Los Angeles. Non certamente i Dodgers sono stati la prima squadra che abbia cambiato sede e prospettive, ma quel cambio di sede nasconde verità sussurrate ed animate da contrastanti correnti di pensiero che sottacciono interessi economici ed una rigidità politica tra due grandi personaggi dell’epoca: Walter O'Malley, che era il principale azionista della squadra, e Robert Moses l’allora potente commissario per l'edilizia di New York City. E’ pur vero che il baseball, a partire dalla prima gara acclarata nel 1846, 19 giugno, tra i New York Nine e i Knickerbockers, due aristocratici club di noti figli di papà, era diventato nell’area di New York uno sport popolare e molto seguito e dunque non fa meraviglia che anche a Brooklyn si formasse una squadra professionista che andò a debuttare nel 1883 con il nome di Brooklyn Baseball Club subito però affettuosamente cambiato da parte dei primi sostenitori e dalla stampa sportiva in “Atlantics” e poi per via della loro uniforme, economica e completamente grigia, in “ Grays”.

In seguito i soprannomi che le furono configurati rispecchiarono temi vissuti o desunti dal rispetto verso i manager. Infatti  nel 1889, dopo che ben sette giocatori erano convolati a nozze nella bassa stagione, furono nominati i “Bridgegrooms” (gli Sposini) mentre nel 1899, poiché era in auge una popolare compagnia teatrale di vaudeville che negli Stati Uniti si intendeva come una forma popolare e divertente, con numeri di varia natura che includevano scene comiche, balletti, canzoni, prove di abilità e coraggio, tutti collegati tra loro e presentati come una sorta di grande spettacolo, ed il loro manager era Ned Hanlon, subito furono battezzati come “Hanlon’s Superbas” (gli Orgogliosi di Hanlon). 

La svolta epocale però avvenne nel 1911 quando a Brooklyn l’energia elettrica mise a riposo i cavalli e la tramvia fu elettrificata. Subito ironicamente la franchigia fu indicata come “Trolley Dodgers”, ovvero “gli Schivatori dei Tram”, coniato in modo spregiativo dai colletti bianchi newyorkesi nei confronti degli operai di Brooklyn per indicare in modo canzonatorio i numerosi tram che attraversavano il quartiere creando pericoli ai pedoni.

 

Dopo la parentesi del manager Wilbert Robinson (1913-1931) quando la franchigia venne indicata come i “Robins”, il nome Dodgers ritornò in auge come sfida e determinazione in contrapposizione con le altre squadre di New York più ricche e blasonate: i Giants che giocavano a Manhattan e gli Haighlanders nel Bronx, che poi divennero i mitici Yankees. Tuttavia nel linguaggio dei bar, i tifosi più accesi mai hanno risparmiato ironici ma affettuosi giudizi sulla squadra in specie quando durante gli anni del 1920  il loro gioco, ricamato da incredibili errori e scelte sbagliate, li portò ad essere apostrofati come i “Daffiness Boys” (i Ragazzi Narcisi) oppure come i “Dem Bums” durante gli anni del 1930 grazie al fumettista Willard Mullin che raffigurò un giocatore dei Dodgers in somiglianza ad Emmet Leo Kelly il famoso clown del circo statunitense. 

La squadra ad inizio secolo incominciò a giocare in uno stadio rabberciato nel Washington Park, località non molto amata poiché lì l’esercito indipendentista guidato da George Washington aveva perso la battaglia di Long Island contro l’esercito inglese, e pertanto nel 1908 l’allora proprietario Charlie Ebbets decise di realizzare uno stadio moderno, funzionale e soprattutto quale orgogliosa presentazione di un quartiere sì di ceto popolare ma laborioso ed in continua affermazione.

 

Giocò molto sulla propria iniziativa e comprando un intero isolato dismesso tra Bedford Avenue e Sullivan Place nella zona di Flatbush dette il via nel 1912 alla costruzione di quel che verrà in seguito chiamato Ebbets Field e definito dalla stampa come il “monumento al gioco nazionale”.

 

Purtroppo resterà nei sogni di molti tifosi sino al 1960, anno in cui fu decisa la sua demolizione. Poteva ospitare circa 35 mila spettatori ma i giovani passati alla storia come i “peephole gang” si potevano permettere di assistere alle partite attraverso studiati buchi praticati nella recinzione in legno. Inoltre si narra che proprio davanti all’Ebbets Field un immigrato tedesco ebbe l’idea di confezionare e vendere agli spettatori “frankfurter” caldi tra due fette di pane divenuti poi celebri con il nome di “hot dog”.

 

N.d.r.- Il 27 luglio 1940 debutta Bugs Bunny! Secondo Warner Brothers, Bugs Bunny è nato a Brooklyn sotto l'Ebbets Field. Il doppiatore originale della lepre, Mel Blanc, ha usato un accento Flatbush per Bugs, quindi, di diritto, ciò rende Bugs Bunny un fan di True Blue Dodger.

Dalla prima partita disputata all'Ebbets Field il 5 aprile del 1913 tra i Brooklyn Dodgers e i New York Yankees, oltre ad un incerto ma conclusivo palmares inerente campionati vinti e World Series, la franchigia di Brooklyn acquisì in proprio anche l’epocale evento dell’abbattimento delle barriere razziali nel 1947 quando l’illuminato, ma interessato  molto di più al rendimento sportivo, Branch Rickey, presidente e general manager della squadra, prese la storica decisione di inserire nel roster un giocatore nero di nome Jackie Robinson contrastando con studiata filosofia le reazioni razziste e le polemiche persistenti aprendo la strada all'integrazione nel baseball professionistico. 

Inoltre il sempre crescente numero dei tifosi e la gloria di aver vinto nel 1955 le World Series convinse il principale azionista della squadra, Walter O’Malley, che era necessario costruire un nuovo stadio più grande, moderno ed accogliente in ogni parte della sua struttura non potendo ampliare l’Ebbets Field così privo anche di un confacente parcheggio ed al fine di non perdere ulteriori profitti. Scelse, poiché pensava di realizzare uno stadio a cupola, un’ampia zona presso l’Atlantic Yards di Brooklyn.

 

La presentazione di questo ambizioso progetto però fu aspramente contrastato da Robert Moses che propose di contro un’area di sedime a Flushing Meadows nel Queens. Le cronache riportarono in gran risalto il “beau geste” di O’Malley quando rispose: “Noi siamo i Brooklyn Dodgers, non i Queens Dodgers!!!", ma sorvolarono sul fatto che lo stesso, constatando l’irremovibilità del commissario per l’edilizia, di già aveva preso contatti con i funzionari della città di Los Angeles, in California, pronti ad assecondare qualsiasi sua richiesta al fine di favorire l’esodo dei Dodgers da Brooklyn.

A dare poi una ulteriore spinta a questa non più nascosta scelta furono anche le dure parole pronunciate dal democratico John J. Rooney che per decenni aveva rappresentato l’area di Flatbush-Atlantic in nome della classe operaia, di fatto base dei tifosi della squadra: “Per anni il Brooklyn Club ha creato ottimi profitti in favore degli azionisti e questi non li hanno mai condivisi con i fan. Hanno sempre lucrato sulla passione dei tifosi in ogni gara nel corso degli anni…Dicono che si trasferiranno a Los Angeles ma se l'alternativa è soccombere all’arrogante richiesta che comporterà anche spese da parte dei contribuenti per costruire uno stadio tutto loro qui a Brooklyn, pur essendo contrario allo sradicamento di una realtà che è nata e vissuta nel mio distretto congressuale, sono contrario ad immettere più soldi nelle tasche del mio caro amico Walter O'Malley ed agli azionisti privati del Brooklyn Baseball Club che hanno fatto sino ad ora solo profitti...Allora si lasci che Walter O'Malley ed i suoi azionisti, che non hanno orgoglio civico per Brooklyn, dove hanno fatto i loro soldi, si trasferiscano sulla costa occidentale in cerca di più onnipotenti dollari”.

Inutile evidenziare che questa violenta presa di posizione politica e l’intransigenza urbanistica di Moses furono argomenti di corridoio e di calcoli economici tanto che il buon O’Malley, con abile diplomazia manipolare, si trascinò al seguito anche Horace Stoneham, proprietario dei New York Giants, prospettandogli migliori possibilità economiche se avesse trasferito la sua squadra sempre in California, a San Francisco.

 

Così nel 1958 New York City perse non una ma due squadre di baseball della National League. Cinque anni dopo, quale nemesi storica, i neonati New York Metropolitans (o Mets), dopo aver giocato due stagioni nel vecchio Polo Grounds dei Giants, si trasferiranno al nuovo Shea Stadium di Flushing Meadows, nel Queens, con buona pace per Moses che voleva ci fosse lì, in quell’area, una franchigia da Major League.

 

Dunque, quali sono state le vere ragioni che indussero O’Malley ad approfondire le tematiche dell’esodo: disinteresse ed ostracismo da parte dei politici? Rigorosa e severa applicazione di segmenti urbanistici della città? Il canto ammaliatore della nuova frontiera che avrebbe di gran lunga ampliato il numero degli spettatori? La forza bruta e sotterranea del business? Forse e certamente tutte queste particolarità hanno influito su quella scelta che però, se apparentemente sia stata drammatica per i fan di New York, di certo ha galvanizzato i nuovi tifosi di Los Angeles dove gli “Schivatori dei Tram” con l’indimenticabile voce di Vin Scully e la magia del baseball hanno reso palpitanti i loro cuori.

 

Michele Dodde

 

Nella foto sopra: "In mancanza di un grande stadio da baseball a Los Angeles, i Dodgers trasferiti ne hanno adattato uno dal Los Angeles Memorial Coliseum di forma ovale sapendo che i fan assetati di baseball lo avrebbero riempito; lo hanno fatto, come dimostrato dai 78.000 che si sono presentati per la prima partita casalinga del franchigia in California. (Stampa associata) 

 

Nella foto sotto - 1889 Brooklyn Base Ball Club (soprannominato "Bridegrooms"). Gardner & Co. (Life time: 1889), Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

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Commenti: 3
  • #1

    Maria Luisa Vighi (martedì, 13 dicembre 2022 14:31)

    Straordinaria immersione in un racconto colorito e dettagliato che indica, anche per l'autore,una nuova prospettiva...Adesso è gioco e rappresentanza etnica,architetture edilizia cittadina ed infine il valore economico dello sport!!

  • #2

    Paolo Ignesti (martedì, 13 dicembre 2022 16:19)

    Bravo Michele, questa è storia, bellissimo articolo, ricco di dettagli, un prezioso documento per gli appassionati!!

  • #3

    Rosa Mariano (martedì, 13 dicembre 2022 22:25)

    Con il tuo modo di raccontare rendi viva la gloriosa storia dei fantastici Dodgers.
    Grazie Michele