Il sacrificio

(Photo by Joshua Bessex/Getty Images)

di Lorenzo Malengo

Il termine sacrificio deriva dal latino Sacrum, "azione sacra" e Ficium, "fare": compiere un'azione sacra, cioè dedicata ad una divinità, ad un ideale. Nel corso della nostra storia ci siamo accorti che, privandoci volontariamente di qualcosa di valore per offrirla ad un ideale come dimostrazione di fedeltà e dedizione, le probabilità di raggiungerlo e di prosperare nel futuro sarebbero aumentate. Cerchiamo da secoli di capire e tramandare questa nostra qualità, e lo abbiamo fatto attraverso storie e rappresentazioni drammatiche da cui possiamo estrarre alcuni punti di riferimento per capire che ci possono essere sacrifici più giusti di altri, e che cosa succede in base a quali scegliamo di compiere.

Nella storia di Caino e Abele, uno (Abele) compie sacrifici di alta qualità che gli permettono di ottenere tutto ciò che un essere umano può desiderare nella propria vita, mentre l'altro (Caino) compie sacrifici di secondo grado che non sembrano soddisfare l'ideale al quale li offre.

Ciò che li differenzia è la volontà con cui li compiono: senza tutto il proprio impegno e dedizione, i sacrifici non avranno il valore necessario ma, anzi, causeranno frustrazione, rancore, rabbia, amarezza, invidia e desiderio di distruggere quel compagno che invece dedica completamente sé stesso al proprio ideale.

 

Non ricevere la gratificazione per i propri sacrifici spinge infatti Caino ad uccidere suo fratello per non dover avere sempre davanti agli occhi i propri fallimenti in contrasto con i successi di Abele.

 

Abbiamo impiegato secoli sanguinosi per sviluppare l'idea che il sacrificio può essere astratto invece che ritualizzato. Tuttavia, al giorno d'oggi, ci manca la vera volontà di procedere e dedicare completamente noi stessi ad ottenere il cambiamento che desideriamo. Sta svanendo quella drammaticità, quella sacralità che invece avevamo quando ci sporcavamo le mani di sangue per ottenere il successo, qualcosa che potremmo riconquistare se fossimo a conoscenza degli antichi valori che come esseri umani abbiamo sviluppato in migliaia di anni ma che nell'educazione moderna sono dimenticati o disprezzati.

Il baseball è uno sport che incorpora il sacrificio nella propria strategia di vittoria: ci sono varie situazioni di gioco in cui, sacrificando il proprio turno di battuta, cioè offrendo alla difesa la propria facile eliminazione, la propria "morte" simbolica, permettiamo ad un nostro compagno di avanzare verso il punto.

 

Purtroppo, come nella vita quotidiana di questo momento storico, anche nello sport l'importanza del sacrificio sta svanendo. Oggi si vuole costruire una strategia di gioco che si concentra sulla forza dei propri giocatori individuali piuttosto che sullo spirito di sacrificio della squadra intera.

 

Considerata l'importanza che la rinuncia ha sempre avuto nella nostra storia, dovremmo riscoprire il valore del sacrificio al servizio della vittoria, e celebrarlo: tutti coloro che conoscono il gioco, quando hanno svolto il proprio ruolo attraverso un'azione di sacrificio, ricordano l'immensa soddisfazione che si prova nel vedere come la propria eliminazione, la propria "morte" volontaria avvicina la vittoria e viene festeggiata dai propri compagni.

 

È una sensazione che portiamo radicata nel nostro essere da secoli poiché ci ha permesso di sopravvivere fino ad oggi, e dentro di noi siamo ancora consapevoli che è l'unica strategia che aumenta le possibilità di continuare a vincere, che sia una partita di baseball oppure nella vita.

 

Come educatori, faremmo bene a mantenere viva nei giovani l'idea del sacrificio poiché la nostra storia ci insegna che i più vincenti sono coloro che offrono volontariamente una parte importante del proprio essere al proprio ideale con la fiducia che ciò che otterranno in cambio sarà migliore e più utile a raggiungerlo.

 

Lorenzo Malengo

 

 

Scrivi commento

Commenti: 0