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Il baseball sta morendo?

di Pietro Striano Michele Dodde

E’ questa una delle domande che subdolamente serpeggia tra i corridoi dei colletti bianchi e tra i perditempo da bar sempre alla ricerca di novità adrenaliniche. Ma poi questa domanda alla fine diventa così noiosa da perdere smalto e lucidità anche perché è una cantilena che in verità ha una origine ben datata. Dunque l’affermazione “il baseball sta morendo” o “il baseball è morto”, come cantilena incomincia ad essere sentita già nel 1846, da parte degli stessi New York Knickerbockers, presunti padri del gioco, che la enunciarono come affermazione pseudo ironica dopo appena dieci minuti dal termine della loro osannata partita del 19 giugno contro i New York Nine in quel di Hoboken. Il fatto era che si accorsero come il gioco stesse sfuggendo dagli aristocratici club per divenire anche gioco popolare on the road. 

Poi nel 1864, dopo la turbolenta sessione del 16 agosto a Philadelphia, certamente fu la volta del Col.  Fitzgerald a pronunciare la terribile profezia nel dare le dimissioni da presidente del locale Athletic Club. In effetti il buon uomo aveva speso molto della sua influenza per raggiungere una rispondente organizzazione che richiamasse pubblico e popolarità e centinaia di dollari provenienti dalla sua personale cassaforte erano stati investiti per ingaggiare i migliori giocatori offrendo loro tutte le opportune garanzie e necessità. Purtroppo il riscontro oggettivo delle rese dai botteghini, sempre in forte negatività, lo indussero a quel gesto.

Ancora nel 1876 con la nascita della National League, i più credettero che il baseball era ormai alla frutta e al punto di rottura…ed invece si è nel 2022 ed il baseball è ancora là sempre vivo ed interessante in ogni sua sfumatura. Certo, molti sono stati gli accorgimenti per migliorare già ciò che è perfetto, e la ricerca ancora dà segni di vitalità. 

 

Ma su quali basi e perché la vulgata insiste con questa storia del baseball che sta morendo volendo poi metterci sopra la classica pietra monumentale?.

 

Perché è antico?

Già, questa è la prima base da cui si parte…ma non è il gioco degli scacchi ancora più antico? Bene, a quanto sembra però nessuno se ne lamenta ed anzi nessuno tenta di velocizzarlo.

 

Si dice che è un gioco mentale…e cosa è il baseball se non un gioco mentale cui si aggiunge talento fisico?  Ancora poi si citano i tre pilastri guida della presunta morte del baseball che sono:

la lunghezza delle partite, l’attendance ed infine lo share televisivo…e purtroppo ci sono in giro occulti personaggi che per loro interesse considerano lo share televisivo qualcosa su cui valutare la salute dello sport. 

 

Bene, partiamo da questo ultimo punto. 

 

Foto tratta dal Los Angeles Times
Foto tratta dal Los Angeles Times

Un po’ di tempo fa, il grandissimo Keith Olbermann in uno dei suoi live shows disse che nel 1971 circa 40 milioni di americani erano attaccati alla tv a vedere i Pirates di Pittsburgh trionfare nell’ultima World Series contro i Baltimore Orioles, serie che viene ancora melanconicamente ricordata perché l’ultima giocata dall’indimenticabile Roberto Clemente, grande uomo di sport ed oltre, e che oltre 12 milioni seguirono in televisione la American League Championship Series tra i Texas Rangers ed i New York Yankees.

 

Dunque, veramente poco televisivo il gioco? Forse se non seguito con attenzione perché qui si snocciola la differenza. Negli altri sport lo spettacolo viene acquisito per immagini continue, nel seguire una gara di baseball lo spettatore è invitato a pensare sul divenire del gioco e poi ad impossessarsi della sua velocità esecutiva.  

 

La lunghezza delle partite….

E’ vero, il baseball non è schiavo delle forche caudine regolate dall’orologio ma non lo è perché in primis deve essere considerato, come lo è, un passatempo gradevole ed interessante per le sue sfumature. Nel 1982, una partita media di baseball (dati baseball reference) durava due ore e quaranta minuti, nel 2021 invece tre ore ed undici minuti: 31 minuti in più che certamente per chi ha fretta non è poco, ma non è nemmeno una tragedia!!!.

 

Ora è pur vero che nel 1912 una gara sembra durasse in media un’ora e cinquantasei minuti, ma non si può assolutamente mettere nello stesso paniere in paragone il baseball di quell’epoca con quello giocato oggi, cosa che invece vorrebbero fare i detrattori non vedendo l’ora di mettere dei chiodi sulla sua bara, poiché è importante andare a valutare le allora tecniche di gioco e quel triste periodo storico quando si giocava solo di pomeriggio per favorire una platea di spettatori medio bassa che lavorava 12 ore al giorno sei su sette, si viaggiava in treno, e spesso le partite erano accelerate da entrambe le compagini per non perdere il dannato treno. 

Photo by Paul Spinelli/MLB via Getty Images
Photo by Paul Spinelli/MLB via Getty Images

Infine l’attendance, ovvero la presenza sugli spalti.

Ad andare a controllare le statistiche potrebbe sembrare che il numero degli spettatori nel 2021 (43.304.109) sia stato in forte calo rispetto al 2019 (68.506.896) ma ci si deve fermare nella valutazione poiché quell’anno ha subito l’onda lunga della pandemia con tutti i divieti collaterali e dunque una tale affluenza ha di gran lunga superato tutte le aspettative. 

 

Ulteriori considerazioni si possono fare andando a visionare le differenze sostanziali che delineano i diversi mercati societari.

 

E’ evidente che tra i Dodgers di Los Angeles, che possono gloriarsi della frequenza annuale di 3.608.881 spettatori ed i Minnesota Twins fermi a 921.186, il divario è enorme, ma è anche enorme l’impegno economico profuso dalle due proprietà ed i dollari sono dollari, non sono noccioline.

 

Certo il difficile incedere economico di inizio di quest’anno potrebbe portare delle novità da far meditare ma ci si deve pure rendere di conto da un lato che l’offerta è tantissima: bisogna immaginare il baseball come una strada piena di ristoranti, uno accanto all’altro ed ognuno a differenziarsi per gusto, cultura ed etnia. A meno che non si sia soggetti a compulsi ossessivi, di certo non si andrà quindi sempre nello stesso ristorante tutti i giorni e magari queste diverse scelte proposte soddisferanno i desideri di tutti.

 

Ecco allora, cerchiamo di vedere il baseball come una grande vetrina pronta a vitalizzare il piacere della visione, a dare anima continua all’attenzione dei primati, a forgiare gli angoli remoti della mente. E se ancora le serpeggianti voci dicono che il baseball è morto, nicchiate le spalle dicendo viva il baseball…

E vediamola così.

 

Pietro Striano e Michele Dodde

 

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