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La peggior squadra di sempre

di Frankie Russo

tratto da MLB.com

Al campo non esistevano i dugout, non c’erano gli spogliatoi, non c’erano i bagni, non esisteva la terra rossa per demarcare l’avvicinamento alla recinzione, mancava l’acqua per innaffiare il campo. Era un campo oggi denominato Fleming Field situato all’ombra della città dove regna la scritta in blu e grassetto “YONKERS”, un’area dove mai si potrebbe immaginare che una volta ci giocasse una squadra professionista. Ed era ancora meno conosciuta nel 1995. Fleming Field era il campo dove giocò la peggiore squadra professionista di sempre, una squadra denominata Yonkers Hoot Owls (Gufi Urlanti di Yonker) e la storia non è a lieto fine come nel film “Major League”. Nei servizi, nelle presenze e nella classifica, gli Hoot Owls erano sempre ultimi. Riuscirono a portare a termine il campionato, ma con una situazione finanziaria disastrosa.

Nonostante si dovessero cambiare direttamente sul campo, provvedere loro stessi a tagliare l’erba e viaggiare su uno scalcinato pullman scolastico senza aria condizionata, i giocatori degli Gli Hoot Owls formarono un gruppo sincero di amicizia e con ricordi che nessun record è in grado di compensare. A tale proposito, il prima base Peter Bifone pronunciò la frase: “Facevamo semplicemente schifo, ma fu l’anno più divertente della mia vita”.

A sx Larry Massaroni
A sx Larry Massaroni

Questa è la storia di un gruppo di persone che vollero perseguire il loro sogno di giocare a baseball, è la storia del baseball in Yonkers, una storia unica nel suo genere.

 

La Indipendent League è dove giocatori non selezionati, poco conosciuti o non desiderati riescono a rimanere nel giro del baseball professionistico. Essi si mescolano con giocatori sulla soglia di entrare nelle minors e a coloro che non ne hanno avuto mai l’opportunità. Vi partecipano anche giocatori di college che sperano ancora in una selezione e il campionato si svolge su circa 70 partite.

 

Gli Hoot Owwls nacquero dall’idea di un dirigente della Lega, Larry Massaroni ex scout dei Blue Jays, di formare una squadra nei pressi di New York, in una zona dove mancava una squadra delle minors dal 1949. 

 

Fu nominato manager Paul Blair, ex giocatore quattro volte vincitore delle World Series con gli Orioles e Yankees. Come General Manager fu nominata Randye Ringler, una signora che aveva sufficiente esperienza per ben rappresentare una squadra avendo speso 15 anni con i Mets come assistente GM nelle minors.  Ma aveva bisogno di tanto, ma tanto aiuto, e alla fine fu la persona che pagò più di tutti.

 

Il Fleming Field dista circa otto miglia a nord di New York, ma all’epoca non c’erano né risorse finanziarie né tempo per costruire un nuovo impianto. Grazie alla mediazione di Massaroni e qualche altro dirigente che in passato aveva bazzicato nelle majors, l’impianto fu dichiarato adeguato al campionato dell’Indipendent League. Ma era un campo da incubo. 

Una ditta locale provvide all’illuminazione, ma non sufficiente, un pop in campo interno facilmente superava l’illuminazione rendendo impossibile seguirne la traiettoria.

 

L’unico modo per bagnare il campo era chiedere ai vigili del fuoco di intervenire con i loro idranti, servizio reso possibile grazie all’intervento diretto di Masseroni.

 

I giocatori potevano dissetarsi grazie alla benevolenza dei tifosi che abitavano nelle vicinanze del campo.

 

Quando si trattava di indossare le uniformi, un gruppo di giocatori a turno circondava un paio di compagni mentre si vestivano. Lo stesso dicasi per il dugout, i giocatori erano divisi dal pubblico da una semplice catena. Il tabellone segnapunti era un enorme pezzo di compensato bianco aggiornato manualmente e che dopo ogni gara doveva essere smontato per essere riposizionato il giorno dopo. 

 

Quando si presentò la prima squadra, gli ospiti rimasero a dir poco sbigottiti nel vedere le condizioni del campo. Come se non bastasse, non c’era nemmeno lo schermo a “L” per il batting practice. In sua vece, venivano posizionati dei bidoni uno sopra l’altro per proteggere il lanciatore. Considerato che il coach dei Lamberjacks era più alto dei bidoni, la squadra decise di rinunciare al BP.

 

Il campo in terra rossa era a dir poco simile alla spiaggia a mezzogiorno, le cose migliorarono quando un locale negozio regalò degli attrezzi per sistemarlo. L’erba veniva tagliata grazie alla bontà dei vicini che prestavano i loro tagliaerba. 

Il roster era formato in gran parte da giocatori locali, altri furono chiamati all’ultimo momento senza essersi allenati e firmavano per una miseria, dai 500 ai 700 dollari al mese. Non era cattiveria, è solo che i soldi proprio non c’erano.

 

Giocatori che avevano avuto un passato nelle majors, pur di aiutare la baracca, cercavano sponsor e vendevano biglietti prima della partita. L’organizzazione aveva previsto una media di 1.000 spettatori paganti, ma la media fu di 170. Reo anche la problematica del parcheggio che distava a circa quattro chilometri per poi usufruire di uno shuttle.

 

Nonostante queste disavventure, la squadra riusciva a restare in gara per circa metà partita, poi, un roster non all’altezza per mancanza di allenamenti adeguati timorosi di subire infortuni, la squadra cedeva molto spesso nelle riprese finali. Un’altra motivazione, non meno importante, era la mancanza di un adeguato numero di lanciatori nel bullpen.

 

Considerato che il campo non era pronto per l’Opening Day, gli Hoot Owls giocarono le prime due settimane in trasferta e la prima di campionato fu una vera sorpresa. Una vittoria per 5-3 con una complete game del lanciatore Mike Maerten. Ci furono i fuochi d’artificio per festeggiare e anche gli avversari si complimentarono.

Non vi ci abituate”, rispose Bifone. “Non credo che questo succederà molto spesso”.

 

Aveva ragione. Gli Hoot Owls vinsero alcune gare all’inizio prima di incappare in una striscia di 15 sconfitte consecutive. Se un giocatore lasciava o veniva tagliato, doveva riconsegnare la divisa che consisteva in una sola sia per le gare casalinghe che quelle in trasferta.

 

La stagione terminò con un record di 14-54 (206). I dati di Baseball Reference però ha trovato altre 31 squadre con una percentuale peggiore, ma la combinazione delle condizioni del campo e futilità dell’organizzazione in genere, fa sì che gli Hoot Owls siano considerati la peggiore squadra professionistica di sempre. Ovviamente gli Hoot Owls non parteciparono più a nessun altro campionato, i giocatori però proseguirono con altre squadre e la maggior parte di loro rimase in stretto contatto per anni. 

 

Nemmeno gli immensi sforzi di Randye Ringler furono sufficienti a salvare la situazione. Causa le inadempienze, la Ringler fu costretta a vendere i migliori giocatori per reperire fondi per pagare le multe impartite dalla Lega. Va detto pure che la Ringler fu anche vittima della cattiva sorte. Infatti, ancora nella speranza di salvare il salvabile, e grazie alle sue conoscenze, Ringler riuscì a convincere alcuni scout ad assistere a una gara nella speranza di poter vendere qualche giocatore a buon prezzo. Il caso volle che quella sera la gara non ebbe luogo causa un temporale che rese impraticabile il campo. Conseguenza fu che il suo investimento di 20.000 dollari andò completamente perduto. In una delle ultime immagini che ricorda gli Hoot Owls, si vede la Ringler seduta sull’uscio del suo camper, che fungeva peraltro da ufficio, mentre con la testa tra le mani, ripassava mentalmente quella bizzarra estate del 1995. 

 

 

Frankie Russo

 

 

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