La tradizione inventata: Il mito di Doubleday

Nella foto Babe Ruth durante la partita commemorativa del 1939 a Cooperstown
Nella foto Babe Ruth durante la partita commemorativa del 1939 a Cooperstown

di Andrea Salvarezza

Cooperstown, 1939: mentre il mondo è sull’orlo della guerra, il baseball festeggia il suo falso centenario, e lo fa nel più sfarzoso dei modi. Viene inaugurata la Hall of Fame, la più antica di tutto lo sport mondiale, che da lì in poi assumerà la funzione di conservare la memoria storica del gioco e dei suoi protagonisti; viene allestita una parata celebrativa che ripercorre i momenti salienti dell’evoluzione del baseball; va in scena una sfida tra due selezioni di all-star composte dai più grandi di sempre. Persino il governo degli Stati Uniti non si lascia sfuggire l’occasione, e benedice laicamente l’evento con l’emissione di un apposito francobollo commemorativo. 

Much ado about nothing, verrebbe voglia di chiosare prendendo in prestito le parole di Shakespeare. Non c’era nulla di vero, infatti, nelle sfarzose celebrazioni del 1939: non l’anno, né il luogo, né tantomeno la figura del presunto inventore del gioco. In barba ad ogni evidenza storica, il mondo del baseball stava rinforzando la sua tradizione artefatta, costruita a tavolino a partire da eventi accaduti mezzo secolo prima.

Il francobollo commemorativo del 1939
Il francobollo commemorativo del 1939

L’idea dell’origine “tutta americana” del baseball affonda infatti le radici almeno nel 1889, e segnatamente ad un banchetto organizzato da Delmonico’s, storico ristorante di lower Manhattan a New York, in onore dei giocatori appena rientrati da una tournée mondiale organizzata da Albert Spalding.

 

In quell’occasione Abraham Mills, che dal 1883 al 1884 era stato il quarto presidente della National League,  prese spunto dai  festeggiamenti in corso per affermare che «patriotism and  research    had established the fact that the game which develops the lungs of the spectators, more than any other in the annals of the world’s sports, was American in its origin»: il gioco del baseball - secondo Mills - era insomma indubbiamente di origine  americana. La folla, composta da oltre trecento persone, tra cui spiccavano le figure di Mark Twain e Teddy Roosevelt, rispose in un crescendo di entusiasmo con il grido di «No Rounders! No Rounders!» 

 

Ma perché tutta questa enfasi nel reclamare l’origine americana del baseball e nel cercare di reciderne il (presunto) collegamento con il rounders?

Oggi sappiamo come tale collegamento fosse fuorviante, e come sia il baseball americano che il rounders derivino entrambi da un più antico gioco detto English Base-ball; all’epoca però la tesi prevalente era proprio che il baseball derivasse dal gioco che Henry Chadwick aveva praticato in gioventù nel Devonshire,  in Inghilterra.

 

Quanto alla necessità di negare tale relazione di parentela, la cosa non deve stupire, perché una volta che l’America’s National Game raggiunse l’enorme popolarità di cui godeva alla fine degli anni ’80 dell’ottocento, era perfettamente logico che si sentisse da più parti l’esigenza di difenderne il carattere nazionale e di rivendicarne l’origine “interamente americana”.

Nonostante l’enfasi roboante di Mills, comunque, di sostanza all’epoca ce n’era ben poca nelle sue  affermazioni; l’idea che il National Pastime americano discendesse dal rounders era invece ben radicata, essendo stata esplicitata già a partire dal 1866.

 

Fra i maggiori propugnatori di questo collegamento figurava infatti proprio Henry Chadwick, «the father of baseball», una delle fonti più autorevoli in materia. Lo stesso Chadwick, circa tre lustri dopo il banchetto newyorchese, ribadì la sua teoria in un articolo apparso nel 1903; per i sostenitori del “no rounders”, era giunto il momento di sferrare un attacco più deciso e più organico. 

 

Fu così che Spalding, il quale era a capo di una florida azienda di articoli sportivi, ed aveva quindi un forte interesse di natura pubblicitaria, nel 1905 pubblicò nella sua Official Base Ball Guide un articolo in cui si esprimeva la necessità di chiarire una volta per tutte quale fosse l’origine del gioco.

 

Già i termini perentori con cui si pretendeva di fare chiarezza sull’argomento appaiono quanto meno “sospetti”: desta una certa curiosità infatti la pretesa di Spalding di vedere risolta la questione «in some comprehensive and authoritative way and for all time» 

 

Difficilmente uno storico, anche il più tronfio, si sognerebbe mai di considerare la propria ricerca come portatrice di verità assolute e incontestabili, al riparo dalla possibilità di eventuali nuove scoperte.

 

La confidenza eccessiva messa in campo da Spalding sembra tradirne il grande coinvolgimento che egli sentiva rispetto all’argomento da esaminare: e la stessa sensazione trapela nelle parole con cui nello stesso articolo si suggeriva di creare un’apposita commissione di inchiesta per fare luce sull’argomento. Spalding infatti non si limitò a lanciare l’idea, ma fornì uno per uno i nomi di tutti i membri che avrebbero dovuto farne parte, le mansioni che avrebbero dovuto avere, le modalità con cui avrebbero dovuto svolgere il lavoro. Per questo quella che fu creata quello stesso anno fu ribattezzata  “Spalding” Baseball Commission.

 

Segue

 

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Tratto da A. Salvarezza, Eccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009.

 

 

La Tesi di Andrea Salvarezza

 

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