· 

La nascita della National League

di Andrea Salvarezza

Se la dinamica di gioco delle partite era certamente molto simile a quella di oggi, per quanto riguarda la struttura interna dei club si era ancora molto distanti dall’assetto odierno: non esistevano metodi sistematici o un’organizzazione di scout per il reclutamento dei giocatori, e negoziazioni e assunzioni di giocatori avvenivano prevalentemente tramite scambi di lettere. Il metodo più facile di assicurarsi giocatori per i club professionistici era quello di assoldare i migliori dilettanti; le squadre giovanili («junior club») avevano una loro associazione nazionale e giocavano tra  loro regolarmente, ma solo i Brooklyn Excelsiors utilizzavano i giovani come serbatoio per la prima squadra. 

Alcune squadre inoltre non percepivano alcun salario, ma erano solite dividersi gli incassi delle partite. Proprio gli incassi al botteghino erano comunque sempre la fonte principale delle entrate di un club: per uniformare la situazione, alla riunione fondativa della NAPBBP si propose di  stabilire un prezzo di ingresso fisso di 50 centesimi, ma poi le squadre furono lasciate libere di decidere autonomamente l’ammontare del biglietto.

 

La prima lega formalmente ed esplicitamente riconosciuta come “professionistica” ebbe però vita molto breve, e finì per essere sostituita nel giro di appena cinque stagioni, schiacciata dal peso dei suoi limiti più grossolani: innanzitutto l’assenza di meccanismi selettivi per l’affiliazione all’associazione e il conseguente alto tasso di “mortalità” tra le squadre affiliate, che rendeva impossibile assicurare regolarità e continuità alla stagione sportiva; poi il perdurare degli antichi vizi legati alle scommesse, alle partite truccate e al revolving dei giocatori; inoltre la posizione dominante acquisita dai Boston Red Stockings (vincitori di 4 pennants consecutivi dal 1872 al 1875), in termini di capacità di attirare i giocatori migliori e di  mietere successi incredibilmente netti, portò rapidamente ad un interesse sempre minore da parte del pubblico, incapace di lasciarsi trascinare da una competizione contrassegnata da evidenti disparità di forze in campo; da ultimo l’enorme potere contrattuale in mano ai giocatori aveva fatto lievitare incredibilmente le spese sostenute dalla dirigenza per il pagamento dei salari, oltre naturalmente a scatenare feroci conflitti tra le squadre per l’acquisizione dei giocatori più talentuosi. 

 

Tutti questi fattori portarono presto al dissesto finanziario (persino Boston chiuse in passivo la stagione 1872): era chiaro che con il perdurare di simili fattori di debolezza e instabilità gli investitori si sarebbero tenuti ben alla larga dal baseball.

 

Nello stesso tempo in cui la NAPBBP doveva fronteggiare simili debolezze, negli Stati Uniti si stavano verificando profondi ed importanti cambiamenti sociali ed economici, che portarono definitivamente a compimento la transizione dall’America rurale e pre-moderna a quella industriale ed urbana dei grandi centri metropolitani, via via ingrossati dall’arrivo di nuove schiere di immigrati provenienti sia dalla “vecchia” Europa che dal resto d’America. 

 

I nuovi contesti urbani, pur fortemente sottoposti  a rapidi cambiamenti,  non erano ancora del  tutto  adeguati  a fornire alle masse che vi si annidavano spazi e modalità per soddisfare la crescente sete di svago ed evasione; così le masse si rivolsero con ancora maggiore eccitazione e coinvolgimento alle attrazioni allora fruibili (saloon, sale da ballo, minstrel show) e a quegli «spectator sports» fra cui spiccava il baseball, che prima e più di qualsiasi altro permise ai suoi spettatori, tramite la partecipazione indiretta all’evento, di sperimentare l’apporto benefico e positivo che una volta provavano invece “giocando” il gioco. I tifosi iniziarono così a popolare in gran numero le tribune degli stadi, incitando con trasporto i propri beniamini e trovando nella visione della partita, partecipata nel ruolo di attori-spettatori, il “surrogato emotivo” della pratica sportiva vera e propria.

 

Le grandi aree metropolitane offrivano insomma quelle precondizioni necessarie per l’organizzazione  del  gioco  su  basi  imprenditoriali:  offrendo  la  possibilità  di «a permanent stage and an ever-ready audience», i centri urbani erano l’ambiente ideale per permettere al baseball professionistico di raggiungere il suo più alto sviluppo. Tuttavia la NAPBBP, col suo regolamento troppo “permissivo”, che imponeva una quota di entrata di appena 10 $ come unico requisito per le squadre affiliate, lasciava entrare all’interno dell’associazione un gran numero di club che non potevano garantire alla lega, e in particolare ai proprietari delle franchigie, la benché minima possibilità di effettuare degli utili. 

Era dunque arrivato il momento di organizzare il mondo del baseball su di una “vera” base imprenditoriale, possibilmente cercando di ripercorrere le orme segnate dai cartelli di imprese e dai grandi monopoli e adottando le stesse soluzioni utilizzate dalle grandi corporazioni industriali: non fu un caso allora se l’obiettivo fu raggiunto solo grazie ad un personaggio proveniente dal mondo imprenditoriale. William A. Hulbert, membro della Camera di Commercio di Chicago e dal 1875 dirigente del Chicago Baseball Club, fu il motore del processo che avrebbe portato nel 1876 alla nascita della National League.

 

Hulbert passò all’azione già prima dell’inizio della stagione del 1875, quando la controversia scatenata da Davy Force ebbe l’effetto della classica goccia in grado di far traboccare il vaso.

 

Dapprima iniziò ad accordarsi con i migliori giocatori in forza  a Boston, fra cui il pitcher Al Spalding, per convincerli a venire a Chicago in vista del campionato del centenario dell’Indipendenza, spingendoli così a violare la regola che a stagione in corso vietava ai giocatori di prendere accordi per l’anno successivo con una squadra diversa da quella di appartenenza; poi verso la fine della stagione, grazie al sostegno di Lewis Meacham, editorialista del Tribune, fece pubblicare un lungo e dettagliato articolo in cui venivano evidenziati i problemi dell’Associazione e una serie di rimedi proposti per superare le difficoltà in seno alla NAPBBP.

 

Nel frattempo continuava a lavorare in segreto: prima si incontrò a St. Louis, in autunno, con Charles Fowle (proprietario della franchigia locale) e Campbell Orrick Bishop (dirigente degli stessi Brown Stockings, nonché ex giocatore dei defunti Unions di St. Louis).

 

Fu proprio Bishop a compilare la costituzione per la nuova lega, basandosi su una bozza fornitagli dallo stesso Hulbert. Poi Hulbert e Fowle si incontrarono a Louisville,  il  17  dicembre,  con  i  rappresentanti  di  Louisville  e  Cincinnati. Qui ottennero la delega a rappresentare i quattro potenti club dell’Ovest e a contattare le squadre dell’Est da coinvolgere nel progetto.

 

Il 23 gennaio del ’76 Hulbert scrisse dunque una lettera ai rappresentanti di Hartford Dark Blues, Boston Red Stockings, New York Mutuals e Philadelphia Atheltics: a nome del comitato incaricato di rappresentare le quattro squadre del West, nell’ambito di un dibattito volto a mettere fine agli abusi esistenti e a formare una nuova Associazione.

 

Hulbert e Fowle dichiaravano di essere stati investiti dai club appena menzionati della piena autorità di cercare un accordo e chiedevano ai club di inviare un loro delegato, investito della stessa autorità, per partecipare ad un  incontro che si sarebbe svolto due settimane più tardi a New York.

Probabilmente non sarà sfuggito che tra le quattro organizzazioni invitate vi erano anche quei Boston Red Stockings che erano stati appena “razziati” da Hulbert con l’acquisizione illegale di ben quattro giocatori; proprio perché conscio di aver appena messo in atto un comportamento apertamente conflittuale, nella stessa lettera  Hulbert si premurava di richiamare le squadre coinvolte a mettere da parte ostilità e differenze di vedute legate al passato, nell’ottica di giungere ad un accordo che avrebbe stabilizzato la situazione e permesso ai club di ottenere grandi benefici.

 

Gli inviti furono comunque accettati e gli otto delegati si incontrarono al Central Hotel di New York il 2 febbraio del 1876: fu qui che essi operarono il “colpo di stato”, aggirando l’ostacolo rappresentato dalla NAPBBP e dando vita  ufficialmente alla National League of Professional Baseball Clubs, una nuova associazione dalle caratteristiche molto diverse da quelle precedenti.

 

Segue

 

_________________________________________________________________________

 

Tratto da A. Salvarezza, Eccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009.

 

 

La Tesi di Andrea Salvarezza

 

Scrivi commento

Commenti: 0