Il “robot-umpire”: quando la tecnologia sfida la tradizione del baseball

Nella foto Stephen Strasburg (Wikipedia)di Paolo Castagnini

Un click nell’auricolare, una decisione secca: ball o strike. Non è la voce dell’arbitro, ma quella di un sistema di telecamere e sensori che segue la palla con precisione millimetrica. Nel baseball americano, questo è il futuro che bussa alle porte: il robot-umpire, ufficialmente chiamato ABS (Automated Ball-Strike System).Non c’è un robot dietro casa base, niente fantascienza. L’occhio elettronico è invisibile, ma onnipresente: misura la traiettoria del lancio, confronta la posizione della palla con la zona di strike personalizzata per ogni battitore e trasmette la chiamata. L’arbitro, a quel punto, non fa altro che alzare il braccio o restare immobile.

Due strade: totale o a sfida

Il baseball, però, è sport di tradizioni, e così la tecnologia si è presentata in due versioni. La prima, il full ABS, toglie ogni responsabilità all’arbitro: decide tutto il sistema. La seconda, il cosiddetto challenge system, lascia la scelta agli umani ma permette a lanciatori, battitori e ricevitori di contestare una chiamata. Se qualcuno alza la mano, il verdetto arriva in pochi secondi, proiettato sul maxi-schermo dello stadio, tra boati e applausi del pubblico.

 

Nei campi delle Minor League, le prove sono già state estese. In media, circa la metà delle chiamate contestate dagli atleti è stata ribaltata dalla tecnologia. E durante lo Spring Training MLB 2025, i dati raccontano un baseball in evoluzione: solo il 2,6% dei lanci è stato messo in discussione, ma nel 50-56% dei casi l’ABS ha dato ragione a chi protestava. Tutto in meno di 14 secondi, il tempo di un respiro profondo per il battitore e di un’occhiata al dugout per il manager.

 

Gli arbitri restano comunque straordinariamente precisi: oltre il 90% di chiamate corrette, con picchi del 92%. Eppure, dietro questi numeri si nasconde un dettaglio cruciale: in una partita, gli errori restano una quindicina, distribuiti lungo nove inning. Piccoli, certo, ma a volte decisivi.

 

Qui nasce il grande dilemma. Da una parte, la promessa di un baseball “giusto”, dove nessun lancio sfugge al verdetto imparziale della macchina. Dall’altra, la paura di perdere l’anima del gioco: quella zona di strike interpretata, i margini conquistati con esperienza da un catcher, l’occhio severo o permissivo di un umpire che diventa quasi parte della partita.

 

Molti giocatori, non a caso, hanno espresso la loro preferenza per il sistema con challenge. È un compromesso: la tecnologia corregge gli errori clamorosi, ma l’arbitro resta al centro della scena, con il suo stile e la sua autorità.

 

La Major League non ha ancora deciso se accogliere il robot-umpire a tempo pieno. I test continuano, le opinioni si dividono. E forse il baseball, come sempre, troverà un equilibrio tra tradizione e innovazione.

In fondo, dietro ogni lancio c’è una storia. E che sia l’occhio di un uomo o un sensore ad assegnare ball o strike, la vera magia resta sempre la stessa: la sfida eterna tra lanciatore e battitore.

 

Paolo Castagnini

 

 

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