Orestes "Minnie" Miñoso: il dimenticato Famer

di Michele Dodde 

E’ una emblematica storia quella di Oreste "Minnie" Miñoso infarcita da eccezionali eventi inerenti la storia del baseball e tuttavia sbiancata irriverentemente da una burocrazia priva di sentimenti e condita solo dai numeri. La sua carriera come giocatore parte dal 1946 quando a 21 anni, era nato il 29 novembre del 1925 a Perico, cittadina vicino all’Avana, va a ricoprire il ruolo di terza base indossando la casacca dei “New York Cubans”, franchigia del circuito della Negro League. Dopo l’avvento di Robinson che nell’immaginario collettivo era andato a delineare l’autentica e sofferta destabilizzazione del baseball dei bianchi, ovvero la riuscita modalità di abbattere le barriere razziali, Miñoso viene ingaggiato nel 1948 dalla franchigia di Cleveland, allora “Indians”, per poi passare ai “White Sox” di Chicago divenendo il primo giocatore cubano di colore nero a calcare i diamanti della Major League.

Da allora il suo palmares diventa leggenda: entra nel cuore dei tifosi di Chicago come uno dei giocatori più popolari e dinamici nella storia dei “White Sox”, viene prescelto nella rappresentativa “All Star” dell’American League per sette stagioni, conquista per tre stagioni il “Gold Glove” e per otto stagioni cristallizza la sua media battuta sempre oltre .300 divenendo negli anni 50 insieme a Willie Mays il fautore della rinascita della velocità sulle basi come arma offensiva.

Miñoso  lascia la Major League dopo la stagione 1964 continuando però a giocare nella Lega Messicana fino al 1973. Entra poi a far parte dello staff tecnico dei “White Sox” e si esibisce in brevi apparizioni ma molto pubblicizzate nel 1976 e nel 1980.

 

Diventa il terzo giocatore ad ottenere un successo dopo i 50 anni e il secondo giocatore ad apparire nei campionati più importanti in cinque decenni. La sua casacca numero 9 indossata quando giocava con i “White Sox” viene ritirata nel 1983 e una statua che lo ritrae viene realizzata ed inaugurata presso il Cellular Field degli Stati Uniti nel 2004.

 

Per la sua particolare determinazione ed indole rivoluzionaria, da non dimenticare mai infatti che il baseball per i cubani è stato il silenzioso segmento di rivolta a partire dalla lotta per l’indipendenza contro gli spagnoli, nella sua nativa Cuba Orestes "Minnie" Miñoso non era solo un popolare giocatore di baseball in quanto prima superstar latina nella Major League ma anche una incisiva ed ascoltata icona culturale.

 

Le sue imprese di baseball furono così appannaggio di aneddoti e di riferimento e da ultimo persino immortalate in una popolare canzone cubana nel 1954, "Miñoso al bate" (Miñoso alla battuta) con l’ironico testo significativo nel dire che anche la pallina ogni volta che incontrava Miñoso nel box di battuta era pronta a ballare con lui il “cha-cha-chá" e sia che giocasse con i “Chicago White Sox” sia che indossasse la divisa dei “Marianao” nella lega invernale di Cuba. 

Miñoso è morto nel 2015 a 92 anni, ma il suo arcobaleno nel mondo del baseball è andato ben oltre i confini di Cuba per decenni influenzando e spronando i giocatori latini – sia bianchi che neri – in diversi paesi.

 

Nel descrivere la sua autobiografia nel 1998 l'Hall of Famer di origine portoricana Orlando Cepeda ha voluto ben evidenziare questo incisivo apporto di Miñoso precisando come " egli sia stato per i giocatori di baseball latini ciò che Jackie Robinson è stato per i giocatori afroamericani. Per quanto io abbia amato Roberto Clemente e ne conservi gelosamente  il ricordo, devo pur dire che Minnie è stato quello che ha reso possibile a tutti noi latini di essere visionati e considerati acquisendo i tempi per affermarci. Dunque non a Roberto Clemente o a Victor “Vic Power” Pellet o a me stesso ma a Minnie Miñoso spetta il primo posto".

Ed ecco allora che per tali popolari benemerenze Miñoso venga eletto nella Cuban Baseball Hall of Fame nel 1983 e nella Mexican Professional Baseball Hall of Fame nel 1996 ma inspiegabilmente non riesce a comparire nell’elenco degli immortali nella Baseball Hall of Fame di Cooperstown.

 

Il non esserci - come precisa Luis Clemente Tiant Vega, telentuoso lanciatore cubano in Major League per 19 anni e per la maggior parte passati ad indossare le casacche dei Cleveland Indians e dei Boston Red Sox -  è una incomprensibile mancanza di rispetto per tutto ciò che egli ha fatto nel baseball, non solo per i neri, non solo per i latini, non solo per i bianchi ma per tutte le etnie. Sì, non essere lui nell’elenco degli immortali è una incomprensibile mancanza di rispetto". 

 

Anche per i connazionali Tony Pedro Oliva e Tony Pérez, entrambi indimenticabili giocatori nella Major League, Miñoso dovrebbe essere nella Hall of Fame ed è unanime il loro giudizio: "Sì, dovrebbe esserci poiché è stato il più rappresentativo giocatore che ha aperto la strada ai giocatori latini e neri. Già solo per questo doveva essere preso in considerazione".

 

Ed invece nonostante già dal 1970, ovvero un anno prima che la Commissione Hall o Fame statunitense iniziasse a prendere in considerazione i giocatori delle leghe negre o tenendo conto dei risultati dei principali campionati nelle leghe negre – il suo nome fosse dapprima gettonato e poi ritirato per un insufficiente  supporto, è stato solo nel 1980 che fu ripristinata la sua candidatura che poi però è rimasta in ballottaggio per ben 14 anni.

 

Purtroppo la diversità interpretativa dei dati ha sempre influito negativamente sulla votazione dei vari membri della Commissione malgrado anche lo storico Bill James lo abbia selezionato come il decimo tra i più grandi esterni sinistri di tutti i tempi ed il giornalista Stuart Miller lo abbia sostenuto in base alla statistica  WAR che aveva sviluppato per evidenziare il suo contributo reale alle proprie squadre. 

 

Tuttavia  ancora una volta il nome di Oreste “Minnie” Miñoso è stato selezionato per partecipare al ballottaggio elettorale della “Golden Era” gestita dalla Baseball Writers’ Association of America (BBWAA) ma resta nell’urna dal 2011 al 2014 con un totale di soli 9 voti sui 12 necessari.

 

Questa povertà interpretativa di fatto ha impolverato  una nitida personalità che solo per il suo apporto carismatico avrebbe dovuto essere prescelto. Così per l’induzione vincono i numeri e le statistiche, perdono i ricordi e lo stile ma è pur vero che a latere vincono l’affetto e la riconoscenza di tutti i giocatori latini che serbano di  “Minnie” una sentita riverenza continuando ad essere per loro un inossidabile modello.

 

Michele Dodde

 

 

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