Perché il baseball vinse sul cricket? - L'ipotesi istituzionale

Foto da  Vintage Baseball Magazine (1882)
Foto da Vintage Baseball Magazine (1882)

di Andrea Salvarezza

In diversi passi si è fin qui accennato al fatto che il baseball ebbe un vantaggio decisivo sul cricket a causa della sua malleabilità, intesa sia come spiccata predisposizione a venire modificato nei regolamenti e negli stili di gioco, sia come maggiore ricettività ad essere influenzato culturalmente, ad essere cioè “americanizzato”. Sotto questo profilo, il cricket sembra avere paradossalmente scontato il fatto di aver raggiunto prima del baseball la piena istituzionalizzazione, poiché alla metà dell’800 era già entrato nella cosiddetta fase «modern stage», in cui  le innovazioni ed i cambiamenti che possono essere apportati alla struttura di uno sport non solo diventano molto meno frequenti, ma possono al massimo incidere a livello periferico, e non certo sugli elementi fondativi della disciplina in questione. 

Questo significa che quando andò diffondendosi in America, il cricket era già ampiamente codificato ed istituzionalizzato per potervi apportare modifiche strutturali profonde, ed aveva raggiunto uno stato troppo avanzato perché fosse possibile renderlo congruo con i valori americani: aveva regole ed usanze ormai sancite e radicate nel tempo, e un’istituzione che ne governava le sorti su  scala globale senza tenere conto delle speciali condizioni esistenti negli Stati Uniti.

 

Quando il baseball iniziò a diffondersi in America era invece ad un grado di sviluppo molto meno avviato, ancora nelle fasi iniziali («premodern stage)» della transizione che da «folk recreation» (passatempo popolare) lo avrebbe visto diventare uno sport in senso moderno: l’assenza di regole ferree e di solide tradizioni, e la sua struttura disorganica, implicarono quindi una maggiore capacità di adattamento, e fu per questo che la NABPP fu libera di sperimentare diverse innovazioni regolamentari.

 

Operando sia sulla struttura sintattica del gioco, che sull’insieme più generale delle norme (quelle ad esempio che regolavano tesseramenti, competizioni, affiliazione dei club ecc), gradualmente furono apportati dei cambiamenti che portarono il baseball a riflettere i valori culturali tipicamente americani, approfittando del fatto che, come accade per altri campi della cultura, anche nello sport è più agevole sperimentare innovazioni all’inizio di un processo, piuttosto che apportare ampie riforme nelle fasi successive

La prima partita ufficiale di cricket tra USA e Canada
La prima partita ufficiale di cricket tra USA e Canada

Grazie alla sua natura ancora informe e alla malleabilità, il baseball, forgiato negli anni in cui si andava definendo il carattere nazionale americano, finì quindi per rifletterne i valori allora in voga, impregnandosi di quelle caratteristiche nazionali  che lo resero il National Pastime.

 

Come notarono già alcuni osservatori alla fine degli anni sessanta dell’ottocento, era cambiato più il baseball in dieci anni che non il cricket in quattrocento: e proprio questi cambiamenti erano stati decisivi per permettergli di adattarsi alla specificità americana. In effetti nei primi anni di governo della National Association of Base Ball Players la sintassi di gioco subì dei mutamenti radicali.

 

Nei capitoli precedenti abbiamo seguito la sofferta introduzione della «fly rule», evidenziando i molteplici significati che si annidavano dietro la semplice variazione regolamentare; non meno importante fu l’evoluzione delle regole di lancio. Nel baseball delle origini il battitore aveva il privilegio di poter “rifiutare” i lanci del pitcher (limitandosi a far scorrere la palla senza tentare di batterla) fino a quando non ne fosse arrivato uno da egli giudicato idoneo: in questo la dinamica di gioco somigliava a quella del cricket, ove, si ricorda, il batsman deve sì battere (egli non può semplicemente lasciare scorrere la palla, che altrimenti coglierebbe il wicket di cui è a guardia, decretandone l’eliminazione), ma poi non è obbligato a correre, per cui può restare passivamente al suo posto attendendo un lancio più adatto alla battuta per mettere a segno la corsa.

 

La possibilità di praticare anche nel baseball una tattica così attendista contribuiva a togliere ritmo al gioco, soprattutto quando si presentava al piatto un battitore troppo selettivo: e questo era difficilmente tollerabile per il pubblico americano. Nel 1858 la NABBP diede allora formale autorizzazione all’arbitro a chiamare gli strike a quei battitori che si rifiutassero di continuo di far girare la mazza su palle “buone”.

 

Una volta introdotta la regola, però, i lanciatori iniziarono ad approfittarne, arrivando in breve tempo ad effettuare lanci tanto potenti quanto “selvaggi”, impossibili da battere. La National Association dovette allora intervenire nuovamente, e dal 1863 diede facoltà agli umpires di punire i lanciatori che avessero adottato la tattica di lanciare ripetutamente unfair balls: alla terza “ball” chiamata il battitore al piatto avrebbe avuto assegnata d’ufficio la prima base. Da questo momento in poi sarebbe stata solo una questione di tempo perché si arrivasse alla situazione attuale, in cui gli arbitri devono entrare nel merito di ogni lancio effettuato.

I resoconti delle convention annuali della NABBP, puntualmente riportati dalla stampa   dell’epoca,   rappresentano   una   testimonianza   fedele   dello   spirito  di sperimentazione e della fluidità delle regole che caratterizzava il baseball americano di quei primi, pionieristici anni.

 

Di contro, i coevi tentativi di “americanizzare” il cricket e di dotarlo di una nuova rappresentanza istituzionale fallirono miseramente. Nel 1857 D.W. Baker, ex presidente del Newark Club, propose di organizzare una «cricket convention» a New York con lo scopo di «Americanize the rules and regulations of the game, so that it might become more attractive to his fellow countrymen».

 

L’episodio è già di per sé piuttosto rivelatore, poiché dimostra quanto fosse sentito il bisogno di modificare la struttura del gioco per renderlo più appetibile agli occhi dei praticanti e degli spettatori americani. Ma ancora più significativo è il fatto che tale proposta incontrò subito un’opposizione molto forte, basata sull’obiezione che se il cricket avesse subito una qualsiasi modifica regolamentare, semplicemente «non sarebbe stato più cricket». La «cricket’s structure» all’epoca già stabilita, insomma, era difesa dagli immigrati inglesi (e accettata anche dagli Americani) in quanto era “il modo” di praticare lo sport: non stupisce allora che anche i tentativi di formare un’associazione autonoma di cricket per l’America si rivelarono un fallimento.

 

I meeting annuali si tennero in una prima fase fino al 1860, ma già dal 1858 una mozione (firmata anche dal “riformatore” Baker) aveva adottato il Code of Laws del MCC come lo standard di riferimento anche per gli Stati Uniti, stroncando sul nascere ogni possibile introduzione di modifiche o cambiamenti regolamentari. Nessuna convenzione – questo il senso della mozione – avrebbe potuto creare un insieme di leggi migliori o più idonee di quelle già stilate dal club di Londra.

 

Ma venendo meno il compito principale di una istituzione sportiva, ossia amministrare regole e svolgimento del proprio gioco, spariva con esso anche la ragione stessa di esistenza di un corpo di governo nazionale: se la NABBP giocò un ruolo vitale per il baseball, per il cricket semplicemente non c’era bisogno di un’associazione nazionale americana.

 

Con lo scoppio della guerra civile si arrivò alla cessazione delle riunioni, che ripresero nel 1867 senza mai giungere a risultati concreti: gli sforzi di formare un’associazione regolare di cricket per l’America fallirono completamente prima del 1878. Così il cricket uscì per sempre dal mainstream culturale statunitense, senza veder mai nascere un proprio «governing body».

 

Segue

 

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Tratto da A. Salvarezza, Eccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009.

 

 

La Tesi di Andrea Salvarezza

 

 

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