Perché il baseball e non il cricket divenne National Pastime

Nella foto A.G. Spalding al tempo in cui era un grande pitcher per Boston Red Stockings (Calze Rosse traduzione letterale) poi divenuta Red Sox
Nella foto A.G. Spalding al tempo in cui era un grande pitcher per Boston Red Stockings (Calze Rosse traduzione letterale) poi divenuta Red Sox

di Andrea Salvarezza

La guerra civile americana rappresenta allora uno snodo cruciale per il tentativo di capire come e perché fu proprio il baseball ad affermarsi non solo come “lo sport” principale d’America, ma ancor più significativamente come National Pastime tout court. Se con il termine pastime si intende «an activity that someone does regularly for enjoyment rather than work; a hobby», appare allora significativo sottolineare come il baseball non solo fu eletto come il preferito fra gli sport, ma assurse altresì al ruolo di svago americano per eccellenza, ossia l’attività più amata fra quelle  alternative al lavoro (e tuttavia non contrapposta ad esso). 

 

Durante la guerra di secessione il gioco, pur ostacolato sotto il profilo pratico, subì un’evoluzione che avrebbe inciso in modo determinante sulle sue sorti future: il fatto che nelle pause della guerra, quando non erano impegnati a fronteggiarsi  aspramente sui campi di battaglia, Nordisti e Sudisti si ritrovassero a praticare indistintamente lo stesso gioco, fece sì che al termine del conflitto «the game of Base Ball helped all of us to “know no North, no South”, only remembering a reunited Nation, whose game it was henceforth to be forever». 

 

E nonostante sia poco verosimile che in tempo di guerra una squadra di unionisti potesse aver addirittura sfidato un nine di confederati, per gli ex componenti di entrambi gli eserciti,  una volta firmata la pace, imbracciare le mazze servì certamente a soddisfare il bisogno di evasione e la voglia di dimenticare gli orrori appena vissuti.

 

Ma il baseball svolse anche, negli anni a seguire, una funzione ancor più importante, configurandosi come una sorta di “collante sociale” in grado di facilitare la riconciliazione nazionale tra il Nord ed il Sud del paese

Una delle fonti principali utilizzate nell’indagine circa il ruolo attivo svolto dalla guerra civile per l’evoluzione del baseball è l’opera del magnate dell’industria sportiva A.G. Spalding: se essa da un lato offre una cronaca molto accurata e dettagliata,  dall’altro  è  in  varie  parti  inficiata  da  alcuni  errori  grossolani  sotto il profilo storico, con ogni probabilità dovuti alla scelta precisa e deliberata di  dipingere alcuni avvenimenti sotto una luce artificiosa.

 

Del resto il libro, che fu pubblicato per diffondere l’astrusa ipotesi “tutta americana” circa l’origine del baseball, aveva come scopo primario quello di reclamizzare il baseball come “interamente yankee” agli occhi del pubblico statunitense, e dunque rispondeva più  a logiche di marketing che non di veridicità storica.

 

Tuttavia, effettuata questa precisazione, alcuni sguardi lanciati da Spalding verso un orizzonte a lui così prossimo (il libro è uscito nel 1911) ne offrono comunque una rappresentazione attendibile, ancorché molto vicina nel tempo. Gli aspetti autobiografici della vita dell’autore, che prima di dare inizio alla sua attività commerciale era stato un pitcher di straordinario valore (vedi foto di copertina), e poi manager e dirigente sportivo di successo, sono infatti così fortemente intrecciati agli anni in questione da rappresentare comunque una fonte di assoluto interesse.

 

Il paese uscito dalla Civil War, ad ogni modo, stava davvero riscoprendo un  rinnovato senso di orgoglio nazionale, e con esso si trovò a dover soddisfare anche il bisogno di avere un gioco “veramente americano”. «A nation experiencing a new sense of pride in its future – in altre parole - needed a game which was ‘truly American’.

Già negli anni ’50 (a volte riferendolo al baseball, altre volte al cricket) giornali e periodici avevano curiosamente fatto un largo uso dell’appellativo  National  Pastime: se così da un lato mostrarono quanto fosse sentito il bisogno di avere un proprio gioco nazionale, dall’altro evidenziarono una forte confusione circa quale dei due sport potesse incarnare questo ruolo; e se solo a partire dalla decade successiva fu chiaro che sarebbe stato il baseball ad occupare la posizione preminente, questo accadde soprattutto perché «The creation of American team sports coincided with an intense wave of political and cultural nationalism that swept the country during the middle decades of the nineteenth century».

 

Il clima nazionalistico che attraversò l’America nelle decadi centrali del XIX secolo non fu un fenomeno esclusivamente politico, ma finì anzi per propagarsi in ogni aspetto della vita culturale del paese: in una simile atmosfera di sciovinismo, non sorprende affatto che l’idea di avere un proprio gioco nazionale avesse un impatto molto forte sull'immaginario collettivo americano. Ma allora non poteva essere il cricket, ad imporsi, bensì solo il baseball, perché nonostante fosse anch'esso di  origine inglese, esso era però interamente americano nei suoi elementi costitutivi e nella sua sostanza:

"Strictly speaking, modern baseball is a refined, United States variety of townball and therefore is certainly an indigenous sport. While its ancestry is English, its essence is clearly American"

Illustrazione della storica partita tra Brooklyn Atlantics e Philadelphia Athletics
Illustrazione della storica partita tra Brooklyn Atlantics e Philadelphia Athletics

Volendo acquisire ed assimilare definitivamente un gioco che assurgesse al ruolo di sport nazionale, gli Americani non poterono allora far altro che optare per il baseball, di cui alla metà dei 1860s era certamente più facile ed immediato percepire l’Americanness, “l’Americanità” o essenza statunitense: così facendo, essi    operarono in modo congruo con l’ipotesi affrontata nella prima parte di questo lavoro, in cui si è visto come anche al giorno d’oggi il pubblico statunitense sia maggiormente incline a seguire quegli sport che più sono percepiti come americani.

 

È questa la cosiddetta spiegazione “nazionalista”, una delle più autorevoli interpretazioni circa l’affermazione del baseball.

Nell'immagine la prima edizione del settimanale Beadle’s Dime Base-Ball Player
Nell'immagine la prima edizione del settimanale Beadle’s Dime Base-Ball Player

Con la fine della guerra, comunque, il baseball era davvero diventato The National Game. La grande eccitazione che aveva ormai contagiato l’intero paese è testimoniata dall’enorme folla di 40.000 persone che nel 1866 si accalcarono per assistere all’incontro tra Brooklyn Atlantics e Philadelphia Athletics, lasciandosi coinvolgere con tale veemenza ed eccitazione da finire con l’invadere il campo provocando la sospensione della partita; oppure dall’enorme rilevanza avuta dal tour degli Washington Nationals nel 1867, in cui vinsero tutti gli incontri tranne quello contro il Forest City Club di Rockford (Illinois), di cui abilissimo pitcher era l’allora diciassettenne Albert Spalding: è durante quel tour che i Nationals inflissero il pesantissimo 53-10 ai Cincinnati Reds che sarà un passo importante verso il professionismo.

 

Nella seconda metà degli anni ’60 dell’ottocento si gioca ormai ovunque con regolarità e frequenza: all’Est, nel Midwest e anche nel lontano Farwest. Nasce la letteratura dedicata al baseball, si diffonde ancora di più la manualistica (che già dal 1860, con la prima edizione del Beadle’s Dime Base-Ball Player, aveva raggiunto una notevole diffusione), aumenta lo spazio dedicato al gioco nei settimanali, compaiono le prime canzoni popolari ad esso dedicate.

 

Segue

 

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Tratto da A. Salvarezza, Eccezionale quel baseball! L'origine dell'isolazionismo americano negli sport, Dottorato di ricerca in critica storica giuridica ed economica dello sport (relatore: Adolfo Noto), ciclo XXII, Teramo 2009.

 

 

La Tesi di Andrea Salvarezza

 

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