________________________________ Critica alla lettera di Matheny

di Paolo Castagnini

Riprendo il tema sul rapporto tra genitori e squadra e quello ancora più interessante tra giocatori e allenatore. La pubblicazione della Lettera ai genitori” di Mike Matheny ha letteralmente scatenato il web del nostro pur piccolo mondo.

La cosa mi ha sorpreso; segno che sull’argomento c’è molto interesse sia da parte dei genitori, che l’hanno ricevuta, sia dagli allenatori che l’hanno inviata.

Per dare un po’ di dati basti pensare che prima di tale lettera il nostro sito aveva una media di 100/150 visite giornaliere. Quella lettera ha impennato le visite addirittura duplicando il precedente record che era di 400 visite circa ed andando ad attestarsi alle 903.

Da quel giorno i nostri visitatori variano tra i 250 e i 400. Bene! Direte voi, ma la cosa che più mi intriga è capire il perché di questo interesse.

 

 

Certamente stiamo parlando dei nostri figli e delle nostre figlie e cosa abbiamo di più caro al mondo? Perché anche gli allenatori molto spesso sono genitori e si trovano quindi a ricoprire entrambi i ruoli.

 

Fabio Borselli, amico e tecnico molto stimato, nel suo blog Softball Inside contesta alcuni punti della lettera e scrive un articolo citando: Matheny, un’altra lettera che un allenatore di calcio rivolge ad una mamma e un cartello appeso sulla recinzione di un campo. Vi consiglio di leggere questo articolo di Fabio e anche di dare uno sguardo al resto del sito e soprattutto alle stupende strisce a fumetti che lui disegna.

 

 

Provo a toccare un paio di punti di questa critica di Fabio a Matheny senza entrare nel merito degli altri due esempi citati.

 

Primo punto:

“ho sempre detto che l’unica squadra che vorrei allenare sarebbe una squadra di orfani”. 

 

Fabio dice: “Già questo incipit mi fa venire voglia di smettere di leggere…” e come dargli torto. Ho provato anch’io la stessa sensazione. Anch’io volevo smettere di leggerla. E’ il discorso più stupido che si possa fare. Innanzitutto è un luogo comune.

Questa frase l’ho sentita fin da piccolo dai miei allenatori quando Matheny non era nemmeno nato. Ripeto quindi che a mio parere la frase è stupida e nemmeno originale. Qualcuno sosterrà che la potevo eliminare. Impossibile! Non mi permetto di toccare un testo scritto da altri. Piuttosto lo critico, ma non lo modifico. Quindi mi sono fatto forza e ho proseguito e come ho detto nell’articolo ho trovato più stimoli per me che non per i genitori. Quindi la lettera era per i genitori, ma in realtà secondo il mio parere la dovremmo leggere e studiare noi allenatori.

 

 

Secondo punto:

 

“se vostro figlio salta una partita o un allenamento, non è la fine del mondo, ma potrebbero esserci delle ripercussioni al solo scopo dimostrativo e per rispetto verso gli altri che si sono impegnati. La penalità potrebbe consistere in una corsa aggiuntiva, meno presenze in partita o spostamento nell’ordine di battuta”.

 

Fabio dice: "Siamo alla punizione, dimostrativa per giunta, per rappresaglia, per COLPE che il bambino, secondo me, non può avere e che, oltretutto, lo stesso Matheny dice che non sono la fine del mondo."

 

Ebbene qui al contrario io mi trovo in sintonia con Matheny. Ed è proprio la frase “non è la fine del mondo” che chiarisce il concetto.

Tutto è racchiuso nel rispetto delle regole. Non ha importanza la motivazione dell’assenza. Sei mancato ad una regola e il contratto tra noi prevede un provvedimento “ma non è la fine del mondo” E’ uno stimolo per te, per fare di tutto per non mancare.

 

Nella vita quel ragazzo troverà mille di queste occasioni. Quando parcheggerà in sosta vietata prenderà la multa. Se butterà una carta per terra anziché nell’apposito cestino sarà punito (magari!) e spesso pagherà per colpe di altri!

 

Personalmente amo durante l’allenamento praticare quella che io chiamo la punizione stimolante: 

"Fai un bunt verso la terza. Se sbagli fai un giro del diamante di corsa". Poi aumento la posta: "Fai un batti e corri, se sbagli fai un giro di corsa del diamante." Proseguo così finché arrivo a: "Batti un fuoricampo, se sbagli fai un giro del diamante."

 

I ragazzi capiscono benissimo il gioco e lo fanno con grande stimolo e grande piacere. Un giro di corsa del diamante “non è la fine del mondo” e non è colpa loro se non riescono a fare un fuoricampo.

 

Io credo come Matheny che le difficoltà che trovano ora in campo siano le stesse che troveranno nella vita.

Non voglio ragazzi super coccolati, ma futuri uomini pronti ad assumersi le loro responsabilità.

 

Su questo concetto finale si basano a volte le differenze tra noi allenatori. Sono differenze sottili e sono legate ad altre domande: Quando è il momento di pretendere l'osservazione delle regole? a che età? Quando è il momento di alzare l'asticella delle regole? Quando i ragazzi iniziano ad essere responsabili delle loro azioni? forse prima di quello che noi pensiamo.

 

Di certo stiamo parlando dei nostri figli, il nostro bene più caro e questo è l'unico motivo del grande interesse sull'argomento.

 

Come sempre aspetto le critiche. Favorevoli o non favorevoli e come fate sempre, espresse con grande rispetto come avete sempre fatto e di cui vi ringrazio.

 

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Commenti: 2
  • #1

    Beppe Zanetti (mercoledì, 22 gennaio 2014 16:50)

    Quando allenavo i ragazzi ad ogni genitore che accompagnava il figlio al campo davo questo scritto scaturito da alcune mie riflessioni che racchiude il mio pensiero in merito ad una situazione che, per alcuni anni, mi ha visto nella duplice veste sia di allenatore che di genitore:

    Professione Genitore

    I nostri ragazzi fanno sport, qualsiasi sport, per fare un’esperienza di gruppo che insegni loro a convivere ed a confrontarsi con gli altri giocando e, soprattutto, divertendosi.

    Il ragazzo non è uno strumento per appagare il nostro amor proprio ed il nostro orgoglio di genitore (o di allenatore). Egli oltre alle oggettive, e non poche, difficoltà di apprendimento, deve far fronte alle aspettative, spesso eccessive, degli adulti che lo gestiscono: questa responsabilità, in un individuo ancora fragile e nel pieno del suo sviluppo, determina troppe volte un fallimento con la conseguenza dell’abbondano dello sport prescelto e con il rifiuto di affrontarne di nuovi.
    Infatti, un’atmosfera nella quale il ragazzo non si senta accettato ed approvato, nella quale venga sistematicamente valutato negativamente dalle persone per lui significative, nella quale sperimenti l’incapacità a livello di destrezza motoria, demolisce in lui la fiducia in sé, fa nascere sentimenti di inferiorità, causa insuccesso e conduce inevitabilmente al rifiuto dell’attività stessa.
    Pertanto, per uno sviluppo positivo della fiducia in sé ,che è requisito fondamentale di ogni successo, è importante:
    1. Stimolare il ragazzo all’autonomia;
    2. Incoraggiarlo
    3. Creare in lui le giuste aspettative nelle proprie capacità
    4. Rafforzare l’autostima, la fiducia in se stesso, approvandolo in caso di buona riuscita e mantenendo un comportamento normale in caso di insuccesso e MAI sfogare su di lui la nostra delusione;
    5. Aiutarlo quando si avverte la sua difficoltà, anche con critiche appropriate ma soprattutto incoraggiandolo e rincuorandolo;
    6. Motivarlo al miglioramento delle proprie prestazioni;
    7. Fargli comprendere che essere “meno bravi” di altri e cosa più che accettabile, normale e che non per questo si deve sentire diverso dagli altri;
    8. Riconoscergli il diritto di sbagliare e dargli comunque sempre l’impressione di essere rispettato ed accettato dal gruppo

    Cerchiamo allora di riassumere quelle che dovrebbero essere le linee guida del nostro comportamento:

    1. Non sostituiamoci all’allenatore nella valutazione dei risultati, le componenti che li determinano sono moltissime e solo l’allenatore può valutarle opportunamente e, soprattutto, soggettivamente;
    2. Non rimproveriamo nostro figlio se abbiamo avuto l’impressione che lui non abbia eseguito bene gli esercizi proposti durante gli allenamenti, i ragazzi ce la mettono sempre tutta e, proprio quando non riescono a fare bene, hanno bisogno della nostra comprensione e del nostro aiuto;
    3. Non facciamo l’errore di valutare le prestazioni dei nostri ragazzi confrontandole con quelle degli altri: ogni ragazzo và valutato per se stesso e il confronto con altri (solitamente i più capaci) rischia solo di creare inopportune ansie ed inutili stress decisamente fuori luogo;
    4. Cerchiamo di svilupparne l’autonomia rendendoli consapevoli di ciò che fanno e rispettandone le scelte senza costrizioni;
    5. Sottolineiamo positivamente ogni loro anche più piccolo miglioramento, anche quando non corrisponde completamente alle nostre aspettative: la sicurezza nelle proprie capacità si rinforza con lodi, aiuti ed incoraggiamenti e mai con critiche o rimproveri;
    6. Non creiamo nei ragazzi aspettative troppo grandi, il mancato raggiungimento degli obbiettivi che noi abbiamo scelto per loro può creare profonda delusione e sicuramente non li concilia con lo sport.

    In definitiva:

    Impariamo ad amare ed apprezzare i nostri ragazzi per ciò che sono e non per come noi vorremmo che fossero, essi non sono nati per appagare le nostre ambizioni o per compensare le nostre frustrazioni ma per crescere e diventare degli uomini, con il nostro aiuto e la nostra comprensione.

  • #2

    Fabio Borselli (lunedì, 27 gennaio 2014 08:00)

    Le mie ultime puntualizzazioni sulla "lettera" sono disponibili sul mio sito, al seguente link:

    http://www.softballinside.com/blog/despicable-me-ancora%E2%80%A6

    Il mio commento originale è reperibile, sempre sul mio sito al link:

    http://www.softballinside.com/despicable-me

    In entrambi i commenti credo si "intuisca" che molte delle affermazioni contenute nel documento di Matheny non mi trovano d'accordo...