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Scelta sociale o business? -#8

 

di Michele Dodde

Ad infittire ulteriormente la lista delle otto squadre fondatrici dell’American League contribuirono nel 1901 i “Boston Americans”(futuri “Red Sox”), i “Claveland Blues”(futuri “Indians”), i “Baltimora Orioles (futuri “New York Yankees”) ed i “Washington Senators” (futuri “Minnesota Twins”) ma la loro nascita e successivo sviluppo configureranno più di qualche sorpresa. Infatti per quanto riguarda i primi, la città di Boston non era inserita nel progetto che stava realizzando Ban Johnson poiché ivi era già presente un’altra squadra di baseball, la citata “Boston Braves”, affiliata alla concorrenziale National League, ed invece per lungimiranza e determinazione del magnate della fiorente industria del carbone Charlie Somers, che intuiva come investire positivamente i suoi dollari, costituì nel 1901 la propria franchigia che assunse il nome di ”Boston Americans”. 

Tuttavia con la solita ironia insita nei tifosi, i primi soprannomi della squadra furono “Pilgrims” (Pellegrini) o i “Puritans” (Puritani) sino a quando, in onore del proprietario, la stampa sportiva incominciò a indicarla secondo un usuale costume come “Boston Somersets”.

 

La squadra ebbe subito un elevato numero di tifosi e molto invidiata la sua tenuta di gioco grazie a giocatori quali Jimmy Collins, Patsy Dougherty, Buck Freeman, Chick Stahl e soprattutto Cy Young tanto che nel 1903 andò a vincere il campionato dell’American League e la prima edizione delle World Series contro i “Pittsburgh Pirates”, campioni della National League.

Questa appendice delle due Leghe di Major, denominata World Series, fu varata con tacito ed economico interesse in quell’anno da entrambe le dirigenze delle Leghe anche al fine di offrire al pubblico una maggior visione, e dunque un maggiore introito economico, ed un significativo sviluppo qualitativo del gioco. E quanto accadde in quella prima edizione ne è la prova.

 

Questa era stata programmata su incontri diretti al meglio delle nove partite ed i “Pirates” avevano già posto il loro sigillo su tre gare perdendone solo una quand’ecco che, sovvertendo ormai tutti i pronostici, i “Boston Americans” con cipiglio tutto bostoniano riuscirono ad inanellare la vittoria in ben quattro incontri consecutivi portandoli a cinque e la relativa conquista del trofeo.

 

Cita la cronaca però che i giocatori di Pittsburgh nonostante la sconfitta, ricevettero una elargizione economica più alta rispetto ai bostoniani e questo perché il proprietario dei “Pirates”, Barney Dreyfuss, con fare paterno volle dividere la quota spettante al suo club tra tutti i giocatori mentre Henry Killilea, proprietario degli “Americans” dopo Somers, ritenne più conveniente per i propri interessi incamerare il tutto e vendere la squadra a John Irving Taylor, figlio del proprietario del quotidiano “Boston Globe”.

 

Gli “Americans” tuttavia vinsero ancora nel successivo anno il titolo dell’American League con il prosieguo alla seconda edizione delle World Series ma accadde che John T. Brush, l’allora proprietario dei “New York Giants”, campioni della National League, valutando negativamente le ragioni economiche e quant’altro, si rifiutò di far disputare alla propria franchigia le gare della World Series e che di fatto non furono disputate. Queste riprenderanno l’iter come idea vincente a partire dal 1905.

Nel 1908 il proprietario Taylor, valutando una indagine attraverso il quotidiano locale, volle dare alla franchigia una denominazione che divenisse una esaltante cerniera tra squadra e tifosi e coniò una contrazione dialettale della parola Red Socks, derivante dal colore dei calzettoni indossati dai giocatori. La squadra così fu nominata “Boston Red Sox”, con somigliante logo a distinguerla, e poi subito amata dai giornalisti sportivi che l’abbreviarono in “BoSox”.

 

Ma a questa squadra che ha sempre giocato dal 1912 presso il “Fenway Park” sopranominato amabilmente dai tifosi l’”America’s Most Beloved Ballpark” o meglio “The Cathedral”, è legata una leggenda nel puro segno esoterico: eccellente franchigia capace di conquistare cinque edizioni delle World Series tra il 1903 al 1918 incappò nel 1917 tra gli interessi del proprietario, Joe Lannin che, in seguito ad una crisi finanziaria, la vendette per 675.000 dollari al produttore teatrale Harry Frazee giustificandosi nel dire “sono troppo tifoso della squadra per esserne poi il proprietario”.

 

Così, nonostante il gran numero di successi ottenuti dalla squadra, questo nuovo dirigente incominciò a vendere, ed a svendere per finanziare vari fallimentari spettacoli teatrali, molti giocatori tra cui il 9 gennaio del 1920, per la somma di 125.000 dollari, quel George Herman Ruth che passerà alla storia come “Babe”, il bambino che con il pianto lasciò la casacca dei Red.

 

Da allora, e per lunghi 86 anni, i Red Sox ammaliati dalla “maledizione del bambino” non riusciranno più a conquistare alcun titolo e per i tifosi quella vendita fu semplicemente liquidata come “The Crime of the Century”. Tuttavia nel 2004 i “Red Sox” hanno rivisto l’alba delle World Series imponendosi per quattro vittorie e nessuna sconfitta contro i “St. Louis Cardinals” delineando un ritorno ai vertici proprio nella centesima edizione e sfumando sapientemente quella “maledizione” che li ha accompagnati per quei lunghi 86 anni.

 

Ora la sua bacheca si onora di nove World Series, quattordici titoli di League e dieci di Division con 37 placche inserite nella Hall of Fame.

A Cleveland invece, fiorente città posizionata sulla costa sud del lago Eire, il baseball fu incominciato a giocare grazie al club “Forest City” che partecipò ai campionati indetti dalla National Association of Professional Base Ball Players dal 1870 al 1872.

 

Sciolta la “Forest City” nacquero nel 1879 i “Cleveland Blues” a ricordare il colore della divisa ma fu anche repentino nel 1884 il loro tramonto. Fu così che nel 1887 fu assemblata una nuova franchigia dal nome fumettistico “Spiders” donatole dai giornalisti sportivi che trovarono un godibile assioma constatando come l’uniforme nero e grigio e l’aspetto magro e longilineo di molti giocatori li facessero assomigliare di molto al ragno aracnide.

 

Gli “Spiders” erano affiliati alla National League ma nel 1899 i proprietari della squadra, i fratelli Robison, investendo le loro risorse nell’acquisto dei” St. Louis Browns”, vi trasferirono i migliori giocatori della squadra lasciando a Cleveland quella che ancora oggi viene considerata la peggiore formazione della storia del baseball. Nonostante l’alternanza di due manager del calibro di Lave Cross e Joe Quinn la squadra quell’anno subì ben 134 sconfitte su un totale di 154 incontri e fu così che in un aggiornamento economico, al termine della stagione, la National League la mise fuori quota ponendo fine alla sua parabola.

 

Tuttavia le manovre di politica sportiva portate avanti da Ban Johnson fecero sì che a Cleveland tornasse il grande baseball: una squadra di lega minore con sede a Grand Rapids nel Michigan, i “Grand Rapids Ristlers”, si trasferisse a Cleveland nel 1901 e con il compassato nome di “Cleveland Blues” entrò nella griglia di partenza della neonata American League. L’anno successivo però il loro logo cambiò in “Broncos” per essere poi indicati dal 1903 al 1914 come i “Naps” in onore al loro manager-giocatore Napoleon “Nap” Lajoie, grande protagonista del gioco del baseball in quell’epoca.

 

Nel 1915 la squadra subì una ulteriore denominazione, “Cleveland Indians”, adottando come logo la sorridente caricatura dell’indiano, Capo Wahoo, e con tale nome è stata amata e stimata dagli avversari e dai tifosi che in simbiosi con la squadra si consideravano una sola “Tribù”. Due aneddoti accompagnano questa franchigia: il primo che in un certo periodo nei colloqui e nelle contese tra tifosi la squadra con sussiego veniva apostrofata come “Mollie McGuires” poiché molti suoi giocatori erano di origine irlandese, il secondo che il nome “Indians” prescelto e poi molto amato dai tifosi sia stato preferito per commemorare Louis Sockalexis, un pellerossa della tribù Penobscot che aveva giocato con i Cleveland Spiders nel 1890. 

Le fortune degli “Indians” comunque ebbero inizio dal 1946 con l’avvento in proprietà da parte del vulcanico Bill Veek che riuscì ad organizzare una fresca cordata di investitori locali per cui, oltre a rafforzare il roster con mirati nuovi acquisti ed intelligenti iniziative collaterali, trasferì la squadra dal piccolo stadio League Park al più capiente Municipal stadium, con un pubblico che spesso superava le 80.000 unità. Questa nuova politica imprenditoriale spinse gli “Indians” verso le stagioni più vincenti della loro storia.

 

Tuttavia il nome della squadra, che pure è stata prescelta più volte per rappresentare un baseball hard boiled sul grande schermo, da cineteca ludica la serie della Major League, in data 19 novembre del 2021 è stato cambiato poiché il forte movimento d’opinione Black Lives Matter in seguito alle proteste per la morte di George Floyd aveva proclamato che la parola “Indians” era da considerarsi offensiva nei confronti dei nativi americani così come il logo di Chief Wahoo. La scelta della nuova denominazione è stata fortemente dibattuta ed in dirittura d’arrivo erano appaiate “Municipal” e “Guardians”. E’ stata scelta quest’ultima poiché ispirata dalle monumentali statue Guardians of Traffic poste ai lati degli accessi est ed ovest del ponte Hope Memorial Bridge che conduce, oltrepassando il fiume Cuyahoga, proprio verso il “Progressive Field” l’attuale stadio di gioco della squadra. 

 

Una nota a parte meritano queste statue: esse furono disegnate insieme al ponte (che all’epoca si chiamava Lorain-Carnegie Bridge) nel 1932, in stile Art déco dallo scultore Henry Hering e dall’architetto Frank Walker. E, dettaglio affascinante, furono scolpite da un gruppo di scalpellini italiani immigrati che abitavano nel quartiere di Little Italy, a Cleveland, e che già da tempo arrivavano nella città dell’Ohio per lavorare sotto la guida di Giuseppe Carabelli. 

 

La bacheca dei Cleveland Blues, poi Broncos, ancora Naps, quindi Indians e per finire Guardians si onora di presentare due World Series vinte, sei titoli di League e 10 titoli di Division con 32 suoi giocatori selezionati per la Hall of Fame.

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 1
  • #1

    Franco ZITO (martedì, 08 agosto 2023 12:33)

    .... BRAVISSIMO! � ��