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Quando il Baseball diventò bianco…

di Michele Dodde

“Quando il baseball diventò bianco”, è un libro decisamente controcorrente ma frutto di una ricerca che ha avocato a se il massimo grado di obiettività. Il professore dell’Università del New Mexico, Ryan Swanson, nel licenziare il testo per i tipi della Lincoln University of Nebraska Press nel 2014 ha voluto configurare in modo palmare quando e come il baseball nella riconciliazione e ricostruzione della società statunitense sia diventato lo scrigno dei sogni del passatempo nazionale ma anche essere fulcro determinante di particolari situazioni ed interpretazioni. L’incipit del libro è accattivante poiché l’autore, togliendo qualsiasi dubbio, si ferma a puntualizzare che il dire, come hanno fatto molti storici, che la segregazione razziale del baseball è il risultato di un complotto tra “gentiluomini” è quasi come affermare che la guerra civile è scaturita a seguito di una divergenza di opinioni. Già, perché egli vuole spiegare il tempo ed i luoghi per cui il baseball diventò bianco e non a partire dal 1846 quando agli Elyian Fields fu giocato il primo incontro di baseball tra i giovani di due aristocratici club il cui ingresso per l’iscrizione era riservato esclusivamente ai bianchi ma andare ad esaminare che quando il gioco da blasonato incominciò a diventare appannaggio del popolo, e dunque collante della società, il suo interesse e la sua diffusione crebbero in modo parallelo ad una segregazione razziale ben consolidata nelle organizzazioni delle varie leghe anche e soprattutto dopo la guerra civile. 

Infatti, al cessare della guerra civile e dopo aver insegnato il baseball da parte dei soldati del nord ai giovani del sud ospiti dei vari campi di concentramento gestiti dall’Unione, nell’ampia visione anche politica di attuare una riconciliazione nazionale a tutto campo, da parte delle Leghe si promosse la nascita di nuove franchigie a sud della linea Mason-Dixon. Questo fu un compito facile ma il difficile fu quando ci si dovette rendere conto della intransigente mentalità diffusa tra i bianchi del sud, vinti ma non convinti, ad assecondare un potenziale abbattimento delle barriere razziali.

L’autore con opportuna capacità dei distinguo aggiunge convincenti sfumature storiche di come la segregazione razziale e l’esclusività bianca si siano consolidate nell’ambito del baseball organizzato e si sofferma a considerare come per raggiungere gli obiettivi di riconciliazione nazionale pur all’ombra delle razziali Leggi “Jim Crow” caldeggiate dai Confederati con l’ironico detto “uguali ma separati”  non ci si è fermati all’allontanamento di Thomas Fitzgerald, sostenitore dei diritti civili dei neri e carismatica figura politica, dalla presidenza della National Association of BaseBall Players, ma si è andati oltre con le aberranti violenze contro i giocatori di colore sino a comprendere l’omicidio di Octavius Catto, valente organizzatore politico afroamericano.

 

Il  contesto e l’ambiente del sud dunque fortemente ostacolarono la possibilità di integrazione per cui sembrerebbe che il baseball in quanto mondo sociale, istituzione ed entità culturale nazionalista, praticato dai bianchi ed organizzato dai bianchi quale gioco tendente a diventare lo sport nazionale fosse di fatto una forza direzionale dietro alla segregazione rispetto al pluralismo razziale. 

Questo concetto di “eguali ma separati” favorì così un diverso baseball praticato da squadre composte da afroamericani ed etnie diverse ed il loro successo con caparbietà ha contribuito poi alla “ricostruzione” mentale che si schiuse in quel fatidico 15 aprile del 1947  quando il nero Jackie Robinson debuttò nella Major League dei bianchi con la casacca dei Brooklyn Dodgers. 

 

Dunque da “Quando il Baseball diventò bianco”, nonostante il suo colore, egli ha rappresentato da allora in vari strati i processi di segregazione della società americana ed i vari fallimenti politici ma ha posto anche da contraltare il suo fattivo contributo sottolineando in modo incisivo e monito imperativo che “le squadre di baseball, tutte, non sono mai sfuggite alla realtà contingente dei loro tempi” dimostrando così di essere sempre state il vero specchio della comunità sociale.

 

Michele Dodde

 

 Nella foto sotto: Ryan Swanson

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