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Squadra che sa lavorare, fa sognare

Getty Images
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di Frankie Russo 

tratto da totallytigers.com

Spero che i lettori mi perdonino se in alcuni articoli faccio riferimento ai miei Tigers, ma immaginate di cambiare il nome della squadra e/o dei giocatori e rapportarli alla vostra squadra del cuore o alla vostra squadra di appartenenza per trovare una connessione che possa portarvi a meglio comprendere alcuni meccanismi che si nascondono dietro le quinte. Di recente è stato pubblicato su queste pagine un articolo dal titolo “La cultura vincente. Oggi voglio riallacciarmi a quell’articolo analizzando uno degli aspetti della cultura vincente, cioè il Lavoro di Squadra. E’ un aspetto che è mancato nella squadra di Detroit per ormai troppi anni.  Secondo Merriam-Wenster, il lavoro di squadra è definito come: “lavoro svolto da più collaboratori, ciascuno dei quali fa una parte, ma tutti subordinano l’interesse personale all'efficienza del gruppo”.

Il lavoro di squadra è senz’altro una qualità che appartiene a una squadra vincente e non nasce dal nulla. Il lavoro di squadra deve essere introdotto, praticato, forzato e in cui bisogna credere. Coloro che lo praticano sono generalmente coloro che hanno successo. Il lavoro di squadra richiede che tutti gli interessati coinvolti capiscano che l’interesse prioritario è la squadra e che gli obiettivi individuali sono secondari. 

 

Solo perché i Tigers vincevano titoli divisionali uno dopo l’altro e avendo fatto due apparizioni alle World Series, non ha significato che i Tigers avevano l’attitudine del lavoro di squadra. Infatti, è uno dei motivi per cui hanno vinto una sola gara nelle due finali. Tornando indietro in quegli anni realizziamo è che:

Miguel Cabrera (GREGORY SHAMUS, GETTY IMAGES)
Miguel Cabrera (GREGORY SHAMUS, GETTY IMAGES)
  • Gelosia e invidia erano guidate dall'ego di almeno 3 dei 5 lanciatori partenti;
  • A un giocatore, che sarà sicuramente introdotto nella Hall Of Fame, furono concessi privilegi speciali non permessi al resto della squadra. Lo stesso giocatore non riusciva nemmeno a ricordare il nome dei suoi compagni;
  • Lo stesso giocatore anteponeva i suoi piaceri a quelli della squadra pasteggiando e bevendo con la squadra avversaria fino a notte inoltrata proprio il giorno prima di un incontro importante perso poi dai Tigers che compromise l’assegnazione del titolo divisionale;  
  • Tre relazioni tra coniugi/figlie/fidanzate di compagni di squadra/allenatore che sconvolsero lo spogliatoio e creato dissenso e lotte interne. Una discussione finì a scazzottate dove Miguel Cabrera s’infortunò nell’intento di evitare la rissa (chi "sparte" ha sempre la peggio parte!). In seguito Cabrera dovette subire un intervento chirurgico e il tutto compromise anche le sue prestazioni durante i playoff;
  • Tre giocatori che dovettero essere ceduti poiché il loro comportamento creava seri problemi sia nello spogliatoio che in campo;
  • Un giocatore che giustificò la sua scarsa prestazione nel playoff adducendo che aveva altre priorità;
  • Un altro giocatore destinato nella HOF il quale, nel corso di una gara cruciale durante l’ALDS del 2013, decise da solo di non rientrare in campo nonostante stesse dominando l’avversario che finì per vincere la gara e superare la serie.

Nonostante queste deludenti prestazioni da parte della squadra nei momenti decisivi, i Tigers raccolsero un numero incredibile di onorificenze individuali durante quegli anni, come:

  • 3 MVP
  • 2 Cy Young
  • 2 Triple Crown (lanciatore e battitore)
  • 2 Rookie of the Year
  • Migliore PGL.
Jim Leyland
Jim Leyland

Un gruppo di atleti estremamente talentuoso, con tanti trofei, ma tutti trofei individuali e niente per la squadra

 

È stato questo il risultato ottenuto da Mr Ilitch che spese milioni di dollari per giocatori di punta ma con un esagerato ego?

 

E’ stato questo il risultato di una organizzazione che non capiva l’importanza della compattezza del gruppo fallendo, di fatto, di instaurare una cultura vincente tra i giocatori?

 

O è il risultato o di entrambi i fattori?

 

Jim Leyland era tutto il contrario del suo predecessore, il troppo gentile e permissivo Alan Trammell che fu devastato e sottomesso dall’influenza dei nuovi free agent. Leyland riportò la disciplina e mise tutto in ordine, ma aveva la mentalità della Old School e aveva un rapporto troppo paterno con i suoi giocatori. Commise l’errore di dichiarare pubblicamente che non era compito suo entrare negli affari dello spogliatoio ed era fermamente convinto nel distacco tra giocatori e manager. Leyland era però rispettato, ma etichettarlo come tale non necessariamente significava che fosse in grado di riunire tutti per raggiungere un unico obiettivo. E quando devi rimproverare in continuazione i tuoi giocatori, significa che non hai fatto il tuo lavoro come leader e come motivatore.

 

Il suo successore, Brad Ausmus, non è stato capace nemmeno di fare gruppo. Durante il suo mandato le liti tra giocatori erano all’ordine del giorno, e dopo quattro anni fu reso pubblico che aveva perso il controllo della squadra già dal primo anno, ma l’organizzazione non intervenne nel merito. 

 

Ron Gardenhire era il babysitter benevolo messo a capo di una squadra insignificante mentre il proprietario e la dirigenza si concentravano sul taglio degli stipendi e raccattare, si fa per dire, giovani prospetti.

Non c'erano aspettative, nessun obiettivo.

Ed eccoci arrivati ai giorni nostri con l’arrivo di AJ Hinch, un’inversione di marcia a 180 gradi rispetto ai suoi predecessori. La domanda da porsi è se alla squadra sia effettivamente venuto in mente che il talento è solo una parte dell'equazione e che la forza mentale/interpersonale è la parte più importante. Finalmente si è accesa la lampadina nelle loro teste quest'anno quando hanno visto cosa stava per succedere. È una differenza tra la notte e il giorno. Basta guardare le partite.

 

In campo i giocatori si sacrificano l’uno per l’altro, lavorano insieme per ottenere un risultato positivo, hanno trovato una mentalità del lottare sempre e non mollare mai. Basta guardare la gara di domenica contro i Tampa Bay Rays, migliore squadra dell’American League. Non una, non due, ma per ben tre volte la squadra è riuscita a ribaltare il risultato fino a vincere agli extra inning! La squadra, pur non avendo un roster molto dissimile dallo scorso anno, sta vincendo le serie e giocando meglio contro compagini in lotta per i playoff. 

 

I giocatori parlano di quanto sia divertente e di quanto siano soddisfatti di giocare per Detroit. Un veterano, nonostante abbia come agente Scott Boras, a metà anno ha firmato un contratto per altri due anni. Un altro ha dichiarato di voler terminare la carriera giocando per Hinch. Ma in sostanza, sono tutti i giocatori che sembrano aver trovato la loro seconda casa.

 

Basta guardare nel dugout, si vede una squadra. Non più liti, nessun giocatore seduto in disparte in un angolo da solo, nessuno lascia il dugout per recarsi nello spogliatoio durante gli inning, si vede un gruppo compatto. Tutti sono intenti a guardare cosa succede in campo, si consultano insieme sui tablet per studiare l’avversario, ridono, sorridono, incitano il compagno nel box di battuta. Hanno tutti assunto la filosofia moschettiera del: Uno per tutti, tutti per uno.

 

Cabrera è tornato ad essere il capobanda in panchina ed è tornato a divertirsi. E scommetto che ora conosce anche tutti i nomi dei suoi compagni. Ci sono festeggiamenti nel dugout quando i giocatori tornano dal campo dopo aver fatto avanzare un compagno sulle basi, sia che trattasi di un RBI o di un sacrificio. Una nuova cultura che coinvolge l'intera panchina e non solo una manciata di giocatori. E’ una squadra che crede nelle proprie forze e nelle proprie capacità. Poco importa se nessuno di loro risulta in testa alle varie categorie delle statistiche, finalmente l’obiettivo è di lavorare per il bene della squadra e non per il proprio ego.  

 

Tutto questo perché un uomo e i suoi collaboratori hanno saputo far intendere ai propri giocatori che oltre alle qualità fisiche, è necessario acquisire anche le giuste qualità mentali per raggiungere il successo. D’altronde, se si vuole volare in alto, bisogna scegliere le aquile e non i polli. 

 

Frankie Russo

 

 

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