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I Pilastri della Creazione

di Michele Dodde

Nel terzo capitolo dei Vinti Pietro Striano in questa sua ennesima prova: “I Pilastri della Creazione” si spoglia finalmente della sua veste di appassionato di baseball e va ad indossare quella di un sapiente regista di scena focalizzando per un attento pubblico, intriso di colpe ma anche di amorevoli ingenuità, le ombre più sfuggenti che si possano immaginare dando loro una sintetica visibilità perché misericordiosamente avvinte ai suoni di melodie che vanno a ricomporre la ideale scena dove due istrioni si evidenziano per la genialità dei dialoghi. E sono il Re, di un grandioso reame del nulla, ed un Poeta che di tutto sa della vita oltre alla triste realtà che la sua stessa poesia non sarà utile per sfamarlo. Affascinante dunque l’idea di cedere il palco a questi due istrioni, demoni ed angeli, venti e maree, che coinvolgono e stupiscono con il loro ironico dialogo sempre pronto ad incidere volutamente e grossolanamente su un glabro Coro che riepiloga concisamente gli aspetti, le perplessità e gli incitamenti di un mondo che non c’è più perché è alla fine della sua esistenza. 

 

E sulla falsariga di un appetibile messaggio, sull’orlo di abissi incompresi, ecco che di quei personaggi, che solo il Coro può far brillare, si parla, si piange e si ride senza alcuna mortificazione in quanto delineati nella giusta dimensione. E ritornano in vita durante le simboliche nove scene, e non potevano che essere nove per via di una lungimirante sequenza di inning partecipativi, quei veri Pilastri della Creazione della favola del gioco del baseball, gioco forse inteso ma in verità più intimo nei sentimenti che hanno dato senso e continuità anche alla storia sociale degli Stati Uniti.

 

Dal poeta Henry Chadwick, precursore di regole interpretative, alla prosopopea di Cap Anson nella difficile arte della convivenza, dal “rat-rat-rat” umoristico non troppo per il futuro di Coveleski all’onnipresente vitalità di un Charles Comiskey che a Chicago da proprietario vide diventare nere le sue bianche Sox, dall’ideatore Christy Mathewson ad un vituperato Ty Cobb capace di fermare per un attimo la gare per far tornare il sorriso sul volto di un ragazzo regalandogli una pallina, dal troppo osannato Babe Ruth forse non meritevole di tanti esaltanti aforismi al re in sedicesimo in senso assoluto che è stato Mike Kelly per poi calare la tela sul pianto del perdono di Ray Chapman ad un Carl William Mays anch’egli vittima del farraginoso sistema le cui vere verità si sbiancheranno solo sempre all’alba con il ritorno della primavera.

 

In questo testo Striano quasi chiede perdono se non ha alcunchè in comune con altri libri scritti sul baseball, con il baseball o per il baseball ma è la sua apoteosi essendo stato capace di far scorrere in una pièce teatrale, apparentemente non studiata su un canovaccio, eventi e considerazioni di personaggi profondamente legati al fine ultimo dimostrativo da dove poi il tutto si è evoluto.

 

Ed è così che a lettura finita infatti quasi ci si aspetta che i comprimari ritornino in scena per ricevere il giusto applauso ma la tela non si alza per volontà del regista, il libro resta inerte.  Il lettore intuisce allora che è stato soggiogato amorevolmente da un dramma di vite passate che però attraverso la scena teatrale sono stati capaci di raggiungere la conoscenza dell’immortalità.

 

Un libro da leggere e porre poi in biblioteca per farlo ancora leggere.

 

Michele Dodde

 

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