Il debutto sulla terra di mezzo

Racconto di Michele Dodde

E’ vero, il manager glielo aveva accennato. Ora era lì e quello era il tempo ed il luogo e non poteva essere altrimenti così come anche quel giorno non poteva essere un giorno diverso o più straordinario. Le premesse c’erano tutte anche perché il suo sogno di debuttare finalmente in una gara di Major League non era come i soliti sogni che sono destinati a morire all’alba poiché il suo, in verità, stava incominciando alle tre del pomeriggio sotto un sole di pieno agosto. In effetti in quel dugout, in verità mai blasonato come tanti altri, lui si sentiva ripetutamente sospeso, tra l’incertezza dei modi, da quel continuo vociare dei presenti, dagli amati profumi del cuoio e da quello pungente degli unguenti. 

Certo per i compagni di squadra quella era una partita casuale come tante altre e forse anche fugace nei contenuti delle cose che sempre sapevano di un messaggio antico e non comune. Comunque erano i suoni ed i rumori a portare a lui la concretezza di una realtà che lo stava coinvolgendo in una emotività  viva e palpitante poiché consapevole che ora nulla poteva essere cambiata a partire già dal rito del bull pen pur se nel suo sguardo egli intravedeva il tempo trascorso dai primi approcci.

Getty Images
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Comunque era certo che un giorno, prima o poi, sarebbe dovuto accadere, come era giusto che stesse accadendo, il suo debutto nel portarsi su quel metafisico monte di lancio posto lì al centro del diamante come fosse la sognante mitica terra di mezzo sempre così sospesa tra elfi ed eroi antichi e travolgenti fantasie che sempre hanno delineato vere storie così spesso narrate da una voce calda e melodiosa da rifinire poi gli aneddoti con struggenti leggende la cui bellezza assomigliava a petali di rose.

 

Dunque il portarsi lì su quella terra di mezzo per lui avrebbe avuto inizio il vivere su una dimensione parallela seguendo la caducità di quei binari che si perdono sempre all’infinito tra campagne e vallate sino ad ovattati alvei.

 

Indubbiamente dopo il suo debutto tutti andranno a chiedersi come ebbe inizio la sua preparazione e la sua scelta dialogando con le 108 cuciture di quella prima pallina che capitò tra le dita della sua mano e come fu la sua prima carezza amorevole per darle vita e responsabilità.

 

Non più oggetto ma compagna viva e dialogante pronta a suggerirgli intime ed intense prerogative come una preghiera semplice da dedicare ad un dio sconosciuto e pronta a sfoltire in un attimo i perché sperduti nel buio farraginoso dei suoi involuti pensieri. Ed era deciso il suo tocco che sempre andava a scuotergli il cuore calmando quei continui coinvolgenti insegnamenti da un lontano tempo partiti ed ora consapevolmente convinti. 

New York Times
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Ora tutt’intorno stava constatando una diversa scenografia non più di assolata periferia. C’erano colori intensi ed assordanti brusii divenuti compagni di vita e che, parte viva di una nuova dimensione, stavano incominciando a focalizzare risorse senza tempo come se il tempo potesse avere un’anima.  

 

Quando il manager gli si avvicinò, e gli dette la significativa pacca sulla spalla, uscì dal dugout e si incamminò ufficialmente per la prima volta a dare visibilità alla propria caratura verso il monte di lancio.

 

Egli sapeva che quella fatata terra di mezzo lo avrebbe posto all’attenzione di tutti ed allora con grande gioia pensò di star seguendo un sentiero che si perdeva tra felci, muschi e licheni con il verde profumo del sottobosco e cercò, dandosi un accademico contegno, di allungare il tempo di percorrenza sino al limite del possibile che potesse desiderare affinchè il tutto divenisse sempre bello come quella preghiera che scalda l’anima, come quella stretta di mano amichevole che dà calore, come quell’insieme che è capace di gemellare i movimenti alla propria ombra per non farla morire mai. 

 

Non c’era stato bisogno di alcuna parola, al fitto parlare ora sarebbe bastata la gestualità del silenzio, quel silenzio dialogante che lo avrebbe legato al suo ricevitore con atti sempre più nobili poiché era notorio che le parole molte volte sono crudeli poiché spesso nascondono la precisa volontà, quella volontà che invece con onestà parla tramite il silenzio. Ed ora era lì, su quella terra di mezzo, a delineare quel suo debutto che lo stava appagando nel mentre confortava gli antichi desideri sopiti ed avrebbe voluto fermare quegli attimi del tempo che invece stavano passando via inesorabilmente. 

New York Times
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Vide il cenno del ricevitore lì sulla coscia destra e capì che non stava ricercando una spiegazione razionale poiché se così fosse stato il gioco sarebbe diventato noioso.

 

Era necessario superare quella barriera di razionalità sbarazzandosi fugacemente dei momenti virtuali ed inventarsi una nuova mistura e fece allora partire la pallina con intima poesia, quella poesia che dopo, lancio dopo lancio, rese lieve ogni problematica facendogli realizzare quella che gli esegeti del gioco poi classificarono “gara no hit”.

 

Certo, lui in quella terra di mezzo si dimostrò un inaspettato istrione e la sua mano ad artiglio fece tremare il suo polso sentendo pulsare il sangue ma tutti i suoi gesti erano stati finalizzati per disintegrare pensieri ed aspettative perché lui voleva caparbiamente confermare l’inclita volontà di esserci. E fu il suo un debutto vincente.

 

 

 

 

Di lui poi si cantò:

“…Quando si trovò nella terra di mezzo,

non desiderò l’ombra dei platani

né si fermò a controllare le foglie

sospeso com’era tra cielo e terra.

Così lanciò una diabolica pallina al ricevitore

che l’agguantò nel guanto e la fece appassire

per il ventisettesimo out.

Ed il tutto avvenne come in un vaso di cristallo

e quando il pubblico lo notò,

tutti dissero che la pallina mai si era appassita

là sulla terra di mezzo, a sud di nessun nord, 

dove è giusto che la realtà diventi un sogno”.

 

Michele Dodde

 

 

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