Una testimonianza...

di Michele Dodde

Questa non è l’esatta cronaca di una partita di baseball giocata in un assolato pomeriggio vacanziero su un diamante realizzato all’ombra degli ulivi di Matino e tra i profumi della campagna e del mar Jonio. Questa è una semplice testimonianza, ovvero l’attestazione di uno spettatore che ha avuto il privilegio di assistere agli eventi di un baseball di periferia, lontano dai classici temi ma mai sottomesso alla puerilità. Un baseball che ha dato vita ad una gara palpitante satura di sano antagonismo e tuttavia viaggiante continuamente su binari di assoluta correttezza. E gli episodi, apparentemente uguali, si sono sviluppati visivamente sempre dissimili e ben attagliati al carattere dei giocatori e vibranti negli aspetti più reconditi ed ancor più duttili per via delle alterne scelte. 

Ebbene, dinnanzi ad un simile spettacolo non interessano i nomi degli attori primari e secondari poiché questi saranno nozioni di presa per l’archiviazione della gara stessa quanto invece delineare quel tutto che, durante la gara, è stato sinonimo di lettura di un regolamento mai fine a se stesso: dagli strike out alle battute valide, dalle basi su ball a quelle concesse per battitore colpito, dagli errori di primo piano a quelli fondamentali, dal doppio gioco alle prese al volo, dalla corsa sulle basi alle rubate assassine, dal diabolico inning di una squadra a quello altrettanto infido dell’altra con rilievo di entrambi i lanciatori partenti, dalla conduzione tecnica tesa a privilegiare la grinta di un attacco a partire dal box di battuta a quella pronta a ricercare il verbo ormai classico del “mai dire mai”. 

Ecco allora che resta vivo non un risultato freddo e glabro pronto a sancire chi ha vinto o chi ha perso ma solo il ricordo di un variopinto diorama in cui i colori si sono susseguiti con continuità ed armonia e che hanno dato un senso aristocratico ad un pomeriggio di serenità e stasi.

 

E’ questo il vero risultato di questo baseball di periferia, di questo baseball di una periferia lontana ma vitale e piena di entusiasmo poiché il tema finale raggiunto era visibile sui visi dei giocatori che nel simbolico decimo inning erano gioiosi e consapevoli di aver passato un pomeriggio “giocando” senza suscitare arroganza e suscettibilità. 

 

Il merito? A due personaggi mai lodati ma da rimarcare: Fabio Corsano ed Antonio Maggio. Il primo con i suoi Angeli a dare continuità ad un sogno, il secondo con i suoi Tritoni a confermare che il volere deve essere la prima caratteristica di chi vuole operare. Il primo ad avvalersi del carisma del mai dimenticato Gigi Carrozza, il secondo di un Rafael Motolese sintetico ed in linea con la filosofia del baseball caraibico.

 

Ed anche gli umpire in questa idilliaca gara hanno evidenziato bene il loro operato da perfetti gentiluomini, come una volta veniva richiesto ai Giudici di Gara.

Un baseball di periferia…un baseball sempre da vedere.

 

Michele Dodde

 

 

Gli umpire Mauro Lezzi e Antonio Raia
Gli umpire Mauro Lezzi e Antonio Raia

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Commenti: 1
  • #1

    Maria Luisa Vighi (mercoledì, 26 maggio 2021 13:01)

    Descrizione intensa e... mitologica di un'epoca straordinaria!