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Il sombrero d'oro

di Michele Dodde

Anche nel baseball, come in ogni ambiente, vengono elargiti regali virtuali o titoli “onorifici” di cui uno farebbe volentieri a meno. Uno di questi, il più pungente, ironico e frizzante è il famigerato “Sombrero d’oro” che viene assegnato a quel giocatore che durante tutta la gara, entrando nel box di battuta, non solo non riesce mai ad incocciare la pallina, ma subisce l’onta di essere giudicato, ed eliminato, per quattro volte “strike out”.  Si narra che l’origine di questo termine sia da accreditare al portoricano Carmelo Martinez Salgado dei San Diego Padres nel 1984. Giocatore estroverso e brillante per le sue battute, alcune delle quali fortemente aspre, dopo aver debuttato nella Major League con i Cubs di Chicago il 22 agosto del 1983 realizzando un fuoricampo, fu ceduto l’anno successivo ai Padres unitamente a Craig Lefferts e Fritzie Connally in cambio del lanciatore Scott Sanderson. Con i Padres è  rimasto per ben 6 anni prima di andare ad indossare la casacca dei Phillies nel 1990. 

Dunque quell’anno rivolgendosi ironicamente ad un suo collega che sfortunatamente per quattro volte aveva solo spolverato il box di battuta addormentandovisi sopra alla moda dei messicani, ovvero con il sombrero sugli occhi, gli donò il titolo di “Sombrero d’oro” della gara. Lo stesso termine piacque anche ai giornalisti del “Chicago Tribune” che lo riportarono in evidenza  nell’aprile dello stesso anno dopo una spassosa intervista a Leon “Bill” Durham ma significativamente stava ad indicare anche che questo “onorifico” titolo di “Sombrero d’oro” di fatto già circolava ad ampio raggio, con sorriso più o meno velato, nei diversi spogliatoi.

Infatti se fu Carmelo Martinez Salgado a ricamarvi sopra, è pur vero che un cronista sportivo del quotidiano “Clarion Ledger”, edito a Jackson capitale dello stato del Mississippi, nell’agosto del 1979, anticipando di molto lo stile del giornalista italiano Gianni Brera nel coniare soprannomi edulcorati o negativamente spassosi, era solito usare  questo termine riferendosi alla prestazione di alcuni battitori così come fu lo stesso John Bilton “Fuss” Wockenfuss, giocatore multiruolo dei Tigers di Detroit, a confessare, nell’agosto del 1983 al cronista sportivo del “Detroit Free Press”, che dopo essere stato giudicato per tre volte strike out temette in quella gara di acquisire anche lui il non tanto gradito titolo di “Sombrero d’oro”. 

 

Quindi tutto era accaduto già prima del 1984 pur restando il titolo appannaggio sempre di una stretta cerchia. Ecco allora che gli amanti delle statistiche sono andati, quale malevolo gioco, alla ricerca dei vari possessori di questo cimelio che poi sarà destinato a superare se stesso diventando anche  “Sombrero di Platino” e soprattutto “Sombrero di titanio”. 

Così il giocatore Ryan James “The Big Piece” Howard , prima base dei Phillies di Philadelphia, noto per essere stato il giocatore più veloce nella storia del baseball a raggiungere il tetto dei suoi 382 home run, risulterà ad aver pagato pegno nella continua ricerca della battuta vincente annoverando il più alto numero di “Sombreri d’oro” di tutti i tempi in ambito della Major League.

 

Al contrario invece un altro giocatore sempre alla ricerca dei fuori campo, Richard Anthony Allen durante la sua carriera di 15 stagioni nella Major League Baseball, giocando principalmente come prima base, terza base e outfielder, indossando i colori dei Philadelphia Phillies e Chicago White Sox, abbia in un solo anno, il 1968, accarezzato il non ambito primato di ben sette “Sombreri d’oro”.

 

Tuttavia in questa particolare, quanto simbolicamente sorridente classifica, si è maggiormente evidenziato il giocatore di baseball domenicano Samuel Peralta Sosa detto Sammy che con le casacche dei White Sox e dei Cubs vinse il “Sombrero di Platino” per aver subito l’onta di essere stato eliminato per strike out  ben sei volte in una sola partita… ma è pur vero che il primato lo potè acquisire poiché quella gara era andate agli extra inning. 

Infine, e da ultimo, la consegna del “Sombrero di Titanio”, la massima onorificenza di questo segmento,  fu concessa nel 1981, al giocatore Russ Laribee durante la partita più lunga mai giocata nel baseball professionistico, triplo A, tra i Pawtucket Red Sox e Rochester Red Wings.

 

In quella gara, prolungatasi per 33 inning e durata otto ore e mezza, Russ Laribee  riuscì ad  acquisire il primato per essere stato giudicato per ben sette volte strike out.

 

Una ignominiosa prestazione per i più, ma il rovescio di quella medaglia porta una benevole citazione su di lui perché, pur se tutti sono solleciti a ricordare la fase negativa, fu lui che in quella partita nella parte inferiore del nono inning con una volata di sacrificio riuscì a portare la sua squadra al pareggio ed agli extra inning. E che poi i Red Sox di Pawtucket vinsero per 3 a 2.

 

Pagine segrete o ingiallite, ma è il baseball disincantato che sollecita anche il gioco dell’ironia.

 

Michele Dodde

 

 

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