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Il Carneade John “Pop” Hanry Lloyd

di Michele Dodde

Quando fu chiesto negli anni quaranta del secolo scorso ad un giornalista scrittore di baseball di St. Louis quale fosse la sua opinione inerente a classificare il miglior giocatore nella storia del baseball, la sua risposta fu lapidaria: “Se si intende nel baseball organizzato, la mia scelta va su Babe Ruth, ma se si intende in tutto il baseball, organizzato e non organizzato, la mia preferenza va ad un uomo di colore di Atlantic City, New Jersey. Egli è John Henry Lloyd ". Questa valutazione non fu unica ed isolata poiché quando il giornalista sportivo Graham McNamee in una intervista chiese allo stesso Babe Ruth chi considerasse il più grande giocatore di tutti i tempi in senso assoluto e non solo della Major League la risposta fu : “In questo caso non ho dubbi a scegliere John Henry Lloyd".  Ed ancora la scelta si delinea dalle parole di Honus Wagner, l’eclettico giocatore la cui figurina T206 oggi vale oltre 3 milioni di dollari, quando disse che: “Sono onorato sapere che i cronisti sportivi abbiano indicato John Lloyd come il Wagner nero. E’ un privilegio essere stato paragonato a lui”

Poi nel 1977, a seguito della definita cancellazione di una certa miopia culturale che sempre è restata in molti strati ed organizzazioni statunitensi, John Lloyd dopo 13 anni dalla sua dipartita è stato indotto nella baseball Hall of Fame di Cooperstown e la sua placca recita tra l’altro come fosse stata essenziale la sua personalità nell’aprire lo “Yankees Stadium” al baseball giocato da giocatori di colore nel 1930. 

 

Ma chi era stato John Hanry Lloyd, detto “Pop”, generalmente considerato un fuoriclasse nel ruolo di interbase, ricordato perché con il suo carisma riuscì a far aprire nel 1930 lo “Yankees Stadium” ad una partita di beneficienza tra due franchigie della Negro League instaurando una felice connivenza e che però mai ha indossato una casacca delle diverse franchigie della Major League, per meritare questo ambito riconoscimento?

Bene, John era nato il 25 aprile del 1884 a Palatka, una cittadina della Florida, da una coppia di ex schiavi e che poi, rimasto orfano, è stato cresciuto dalla nonna materna.

 

Dati quei tempi dettati da una tragica situazione economica, prima di aver completato le scuole elementari, suo malgrado fu costretto ad andare a lavorare a tempo pieno presso un negozio di alimentari e successivamente come facchino delle ferrovie.

 

Giocare a baseball in strada con i coetanei nei pomeriggi liberi era comunque diventata per lui una prassi comune ed un desiderio da appagare e che poi, da talentuoso autodidatta, non solo fosse riuscito generosamente a carpire i segreti del gioco e ad assimilarne uno spiccato stile quanto il tutto fosse stato necessario per delineare romanticamente la sua personale formazione è storia da pagine ingiallite.

 

Ed è per questo che, alla soglia dei suoi 21 anni, destando l’attenzione di alcuni scout, fu ingaggiato in una squadra, gli “Acmes” di Macon in Georgia, per ricoprire il ruolo di catcher. Qui, narra un aneddoto, non avendo la sua squadra i soldi per comprare una maschera protettiva, anche perché a quel tempo molti catcher giocavano senza maschera di protezione, così come molti giocatori non usavano i guantoni, senza destare complicazioni alla prima gara prese un cestino della carta straccia a rete metallica e se lo pose in testa per proteggersi il viso.

 

Forse questa è una nota di verità, forse una favola, resta però a significare come egli fosse perennemente attratto, dopo una gioventù grama, a giocare il più possibile e per guadagnare dollari su dollari sfruttando le sue innegabili qualità. Così nel 1906 debutta nella Negro League con i “Cuban X Giants” iniziando una carriera professionale che tra gioco giocato e conduzione da manager durerà ben 26 anni incorniciando il suo palmares, in un’epoca in cui i lanciatori dominavano il gioco, con una media battuta vita pari a 0.343. 

Poiché non si vergognava a dire che “ovunque ci sono i dollari, io sarò lì a giocare”, John dopo quell’anno cambierà spesso casacca, sempre in ambito della Negro League, indossando quella dei  Philadelphia Giants, Chicago Leland Giants, New York Lincoln Giants, Chicago American Giants, New York Lincoln Stars, Brooklyn Royal Giants, New York Bacharach Giants, Columbus Buckeyes, Atlantic City Bacharach Giants, Hilldale Daisies e Harlem Stars e in tutte lascerà però come indelebile, sia su chi ha giocato con lui sia per lui, lo stile della sua professionalità e correttezza.

 

Conosciuto per la sua condotta da gentiluomo, Lloyd è stato probabilmente il giocatore afroamericano più ricercato della sua generazione tanto da essere chiamato anche a giocare durante il periodo invernale a Cuba dopo una visita all’Avana nel 1907 da parte dei “Philadelphia Giants”. Da allora sono state ben 12 le stagioni che passerà  nella Lega Cubana giocando sia con la sua squadra sia con squadre cubane come l’Habana e l’Almendares e dove riscuoterà affettuosamente il nomignolo di “la Cuchara” per la sua modalità nel prendere la pallina. 

 

La stima che le sue prestazioni hanno sempre riscosso la si riscontra in numerose testimonianze tra cui quella di Edward Bernard Lamar, proprietario e giocatore dei “Cuban X Giants” quando nel 1924, parlando con il giornalista Rollo Wilson disse che “avrei voluto avere una squadra composta da nove persone come Lloyd ed il baseball della mia squadra sarebbe stato il migliore in assoluto. In effetti deve essere considerato la più grande risorsa che un club possa augurarsi”.

 

Poi quella di Rafael Conte, il decano dei cronisti sportivi cubani che lo aveva visto più volte giocare sui diamanti dell’isola caraibica, quando nel 1927 discorrendo sulla passione del baseball affermò che “John Henry Lloyd, il mitico Pop, da paragonare per spirito, volontà e modo di porsi all’Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge, passerà alla storia come il più grande giocatore di tutti i tempi”.  

Da ultimo il ricordo affettuoso del suo allievo e grande lanciatore dei “Newark Eagles”  Max Manning : “Era un gigante gentile, forte nel carattere, un uomo onesto, una persona meravigliosa. John Henry Lloyd ha contribuito molto alla mia interpretazione del gioco del baseball  ma soprattutto  alla mia conoscenza e apprendimento dell'essere un gentiluomo, perché è quello che lui era veramente. Sembrava che le avversità gli cadessero sempre dietro le spalle. Non si sarebbe mai soffermato sulle avversità. Guardava  sempre al lato positivo di qualunque cosa accadesse. "

 

- e quello di  Bill Yancey che lo sostuì nel ruolo di interbase quando Lloyd andò a ricoprire quello di prima base: "Pop Lloyd è stato il più grande giocatore, il più grande manager, il più grande insegnante. Aveva capacità e conoscenza e, soprattutto, pazienza. Non sapevo cosa fosse il baseball fino a quando non ho giocato con lui ".

 

Quando smise di giocare nel 1932 all’età di 48 anni scelse di vivere ad Atlanta City divenendo un istruttore della little league e bidello nel sistema scolastico della città ed in quella umile posizione, lui che non aveva figli, divenne una leggenda vivente per diverse generazioni di giovanissimi e di scolari.  Il capo redattore del quotidiano “Atlantic City News”  Whitey Gruhler, così scrisse di lui: “I giovani si raggruppano intorno a lui e chiamandolo affettuosamente Pop adorano ascoltarlo mentre racconta gesti ed aneddoti del baseball del passato. A volte si rifiutano di staccarsi da lui e Pop deve prenderli uno ad uno e portarli poi nelle loro classi. È il loro eroe, quest'uomo grande, dal cuore tenero e dalla parlata dolce, con uno sguardo stanco negli occhi, ma lo spirito ribollente della giovinezza nel suo cuore "

da sx a dx (seduti) Billy  Francis, Richard Whitworth, Joseph Preston  Hill, Andrew Foster, Bruce Petway, James Booker, (scon.). (in piedi) Bill Gatewood, Jesse Barber, Leroy Grant, John Henry "Pop"  Lloyd, Robert Gans (Getty images)
da sx a dx (seduti) Billy Francis, Richard Whitworth, Joseph Preston Hill, Andrew Foster, Bruce Petway, James Booker, (scon.). (in piedi) Bill Gatewood, Jesse Barber, Leroy Grant, John Henry "Pop" Lloyd, Robert Gans (Getty images)

Poi nel 1949, quando il resto dell'America stava iniziando a cancellare dalla memoria ogni ricordo dell’epopea della Negro League come attore del gioco nazionale, Atlantic City dedicò uno stadio al suo amato "Pop". 

 

Quando all’inaugurazione gli fu chiesto se gli dispiaceva se le sue prestazioni di gioco fossero state attuate prima che gli afroamericani iniziassero a giocare nella Major League, rispose  con molta umiltà  che  “Non credo di essere nato nel momento sbagliato.  Anzi, forse è stato il momento giusto, perché ho avuto la possibilità di dimostrare le capacità della nostra razza in questo sport e che, insieme ai tanti altri delle Negro League, di aver fatto del nostro meglio per sostenere le tradizioni del gioco e dei suoi aspetti creando quella giusta maggiore opportunità ora di far accettare nella Major League anche giocatori di colore. Ma è questo  “John  Henry "Pop" Lloyd Stadium”  la cosa più importante da evidenziare poiché è il primo monumento dedicato alla memoria e alle imprese di coloro che giocavano a baseball in "campionati in cui solo la palla era bianca".

 

Michele Dodde

 

N.d.R - Nel titolo Il "Carneade" (dai Promessi Sposi) significa lo "sconosciuto"  :-) 

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Commenti: 2
  • #1

    Aldo Bucelli (giovedì, 15 aprile 2021 11:35)

    Un altro personaggio interessante, la cui storia nel campo di baseball si intreccia con le vicende dell'epoca in cui ha vissuto, diventando emblema di un ideale oltre che di una passione. Un precursore dei tempi, che in qualche modo ha contribuito all'evoluzione della società, riscattando con i suoi meriti sportivi i tanti pregiudizi.
    Mi piace molto quella frase "Non credo di essere nato nel momento sbagliato. Anzi, forse è stato il momento giusto" ... un po' meno (ma in fondo lo comprendo) "ovunque ci sono i dollari, io sarò lì a giocare".
    Grazie, come sempre, a Michele per voler condividere questi articoli.

  • #2

    Marcella (venerdì, 16 aprile 2021 14:05)

    "Carneade chi era costui?"
    Da ciò che scrive Michele si individua in Lloyd un "homo faber fortune suae"che, pur nel successo e nella notorietà, non dimentica etica, morale e altruiso, tanto che, passata l' onda di gloria, torna a rivestire i panni dimessi dell'uomo comune, panni che gli sono i più congeniali e che gli permettono di immergersi nella vita quotidiana dei giovani, per continuare ad essere per loro guida e sfavillante Stella Polare