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Le Principesse emergenti…

Gli Yankees del 1921
Gli Yankees del 1921

di Michele Dodde

Dopo le prime squadre di baseball che assunsero il titolo di Regine, e successivamente le altre che si privilegiarono come Regine senza trono, ecco che durante il periodo dal 1920 al 1940 ulteriori tre franchigie riscossero un particolare interesse generale ed in linea per divenire anch’esse delle carismatiche Principesse emergenti nel mondo della Major League.  La prima, dopo una lunga gestazione che va a partire dal 1901 quando iniziò a giocare nell’ambito dell’American League col nome di “Baltimore Orioles” (da non confondere con i moderni Baltimore Orioles) e poi acquisita tra gli interessi di Frank Ferrel e Bill Devery che la vollero portare a New York sotto il nome di “Highlanders”, è la squadra degli “Yankees”, così rinominata nel 1913 e destinata ad innalzare la cultura del baseball dall’altare del suo mito a dorata icona nel mondo intero.

La franchigia incominciò a destare un attento interesse nel 1921 quando per la prima volta vinse il Campionato della American League dominando in 98 gare su un totale di 153 con  prestazioni di assoluto prestigio.  Il suo line up ebbe una media battuta superiore a 0.450 mentre il suo gruppo di lanciatori risultò il migliore della Lega avendo realizzato un ERA pari a 3.79 e 481 strikeout.

 

Quell’anno dunque per la prima volta la squadra ebbe accesso alla 18esima edizione delle World Series, l’ultima giocata al meglio delle nove gare, andando poi ad incontrare i campioni della National League che erano i rivali cugini “Giants” sempre di New York. 

La stampa locale con ampi servizi subito pubblicizzò l’evento come la prima “Subway Series” ironizzando sulla nulla distanza che separava i campi di gioco essendo il “Polo Grounds” usato da entrambe le franchigie (dall’anno 1923 però gli Yankees si trasferiranno definitivamente nel Bronx andando a giocare nel proprio “Stadium” soprannominato “la casa costruita da Ruth” poiché nella prima gara inaugurale Babe realizzò subito un home run) e mettendo in chiara evidenza gli stili di gioco in antitesi tra le due rivali cittadine: i “Giants” che erano soliti praticare lo studiato gioco in diamante tipico della  cosiddetta “dead ball area”, gli “Yankees” più incisivi che invece andavano a privilegiare il gioco di potenza avendo la potenzialità di poter contare sui suoi slugger tra cui lo stesso Babe Ruth che collezionò quell’anno una delle sue migliori stagioni.

 

Tuttavia alla presenza media di oltre 35mila spettatori, nonostante da allora ed a partire da quel roster incominciasse la fortuna degli Yankees, la vittoria finale in quelle World Series fu appannaggio dei Giants che chiusero i confronti il 13 ottobre vincendo gara otto per 1 a 0 sfruttando l’unico fatale errore dello shortstop yankees Roger Peckinpaugh. 

Roger Peckinpaugh (Yankees) e Dave Bancroft (Giants) con gli umpires al Polo Grounds, 1921 World Series.
Roger Peckinpaugh (Yankees) e Dave Bancroft (Giants) con gli umpires al Polo Grounds, 1921 World Series.

Ma ormai sia per la caratura dei personaggi, sia per gli oculati  investimenti che porteranno nel roster giocatori come il citato Babe Ruth e poi Lou Gehrig, Joe Di Maggio, Mickey Mantle e Yogi Berra, fu proprio dal 1921 che gli Yankees incominciarono ad entrare nel cuore degli appassionati, poi andarono a vincere nel 1923 le prime delle loro 27 World Series, e proprio contro i Giants, ed infine per la loro popolarità, tradotta in soldoni per il sempre crescente numero di spettatori, costrinsero la blasonata squadra rivale cittadina ad emigrare nel 1957 a San Francisco. 

 

1921 New York Yankees: regular lineup. 1B, Wally Pipp; 2B, Aaron Ward; 3B, Home Run Baker; SS, Roger Peckinpaugh; RF, Bob Meusel; CF, Elmer Miller; LF, Babe Ruyh; C, Wally Schang; P, Carl Mays; P, Waite Hoyt; P, Bob Shawkey. Manager: Miller Huggins

Phil Collins (Philadelphia Phillies)
Phil Collins (Philadelphia Phillies)

Nel 1930 la mina vagante che disarticolò le premesse della stampa e andò a colpire inesorabilmente il cuore dei propri tifosi fu la squadra dei “Philadelphia Phillies”: eccezionali furono le sue prestazioni che la portarono a primeggiare in fase d’attacco andando a chiudere la stagione agonistica con la più alta media battuta, pari a 0.315, in ambito della National League, pessime le sue fasi in difesa a causa di un parco lanciatori che delineò il suo negativo record ERA pari a 6.71. Così la squadra, nonostante con la validità di Chuck Klein, che con 40 home run andò a chiudere la sua media battuta pari a 0.386, quella di Lefty O’Doul, che registrò la sua media pari a 0.383, e di Don Hurst, che catalogò la sua a 0. 339, fosse riuscita ad inanellare ben  944 punti in totale, si classificò all’ultimo posto in classifica avendo perso ben 102 gare sulle 156 previste (due partite si conclusero con un pareggio) sotto il diluvio subito di 1.199 punti, record che quasi sicuramente è destinato a rimanere imbattuto. Solo il lanciatore Phil Collins vinse in attivo 16 gare sulle 27 disputate mentre il resto del gruppo lanciatori fu ampiamente deficitario. 

 

La cronaca chiosa però che la squadra, non avendo una consistente tenuta economica, aveva dovuto cedere i suoi migliori giocatori per appianare il bilancio e che poi le attività cambiarono proprio a partire da quell’anno quando, dopo la dipartita a dicembre del presidente William Baker, fu Gerry Nugent a succedergli promuovendo sua moglie Mae alla vice presidenza, prima donna a rivestire quel ruolo nella National League, ed una serie di attività collaterali di richiamo e successo come il tesseramento nel 1935 di Chile Gomez, primo giocatore latinoamericano della squadra, e lo svolgimento  della prima partita in notturna disputata al Crosley Field contro i Cincinnati Reds.

 

Infine 20 anni dopo fu la volta dell’allora non tanto amato manager Burt Shotton a togliersi il rinomato sassolino dalla scarpa riconquistando l’affetto dei tifosi, così delusi nel 1930, andando a vincere il campionato nell’ultimo giornata sottraendolo ai favoriti Brooklyn Dodgers. I Phillies poi però persero le World Series del 1950 contro i più rinomati Yankees, ma questa è un’altra storia.  

Nella foto Chuk Klain ( 40 home-run nel 1930)
Nella foto Chuk Klain ( 40 home-run nel 1930)

1930 Philadelphia Phillies: regular lineup. 1B, Don Hurst; 2B, Fresco Thompson; 3B, Pinky Whitney; SS, Tommy Thevenow; RF, Chuck Klein; CF, Denny Sothern; LF, Lefty O’Doul; P, Phil Collins; P, Ray Benge; P, Les Sweetland; P, Claude Willoughby; P, Hap Collard; P, Hal Elliot. Manager: Burt Shotton 

Il pitcher 17enne Robert William Andrew Feller
Il pitcher 17enne Robert William Andrew Feller

Nel 1936 è stata la franchigia degli “Indians” di Cleveland a richiamare attenzione e curiosità poiché raggiunse il vertice della media battuta pari a 0.304 in ambito dell’American League.

 

Ma anche questa squadra, pur avendo il suo prima base Hal Trosky classificatosi al primo posto nella particolare selezione della RBI, il ricevitore Billy Sullivan a realizzare la sua media battuta  a 0.351, l’esterno centro Earl Averill a superarlo con la media di 0.378 ed il suo eclettico lanciatore Johnny Allen a riportare 20 vittorie, al termine della stagione agonistica si assestò solo al quinto posto con 80 gare vinte e 74 perse. 

 

Le ragioni recondite di questa apparente débacle i cronisti sportivi dell’epoca andarono a ricercarla nell’opaca prestazione del lanciatore Mel Harder, che pure aveva vinto nei trascorsi anni ben 223 gare, e nella deludente tenuta dell’esterno sinistro Joe Vosmik che nell’anno precedente era stato ben selezionato per la All Star Team dell’American League confermandosi anche al 3° posto nella significativa classifica di MVP.

 

Dunque, a parte le negative segnalazioni di questi due giocatori, gli altri componenti della squadra comunque avevano ben soddisfatto le aspettative da loro richieste mentre con impazienza i tifosi e lo staff tecnico passarono la stagione aspettando la naturale conferma del loro rookie di quell’anno, quel fenomeno precoce che è stato Robert William Andrew Feller, l’unico lanciatore che ha iniziato a giocare come professionista all’età di 17 anni senza passare attraverso le minor league.

 

Si confermerà in seguito come “il migliore e più veloce lanciatore che abbia mai visto durante la mia carriera”, come lo definì il talentuoso Ted Williams, e anni dopo, nel 1948 portò gli Indians a vincere le World Series.

 

Ma il 1936, oltre a segnalare il debutto di Feller, fu l’anno in cui il disegnatore Fred George Reinert, nel celebrare una vittoria della squadra, pubblicò sulla prima pagina del “ Plain Dealer”, il più diffuso quotidiano di Cleveland, il sorridente volto di “Capo Wahoo” per divenire poi una popolare striscia a fumetti che sarà pubblicata sino al 1947 con il titolo “Big Chief Wahoo”.

 

Sembrò a tutti un irridente logo nei confronti degli avversari e quindi da portare con orgoglio sulla casacca ma il passare dei tempi e le rinnovate mentalità ora lo hanno sbiadito e posto nel cassetto dei ricordi.

1936 Cleveland Indians : regular lineup: 1B, Hal Trosky; 2B, Roy Hughes; 3B, Bad News Hale; SS, Bill Knickerbocker; RF, Roy Weatherly; CF, Earl Averill; LF, Joe Vosmick; C, Billy Sullivan; P, Johnny Allen; P. Bob Feller; P, Mel Harder; P, Oral Hildebrand; P, Denny Galehouse; P, Lloyd Brown. Manager: Steve O'Neil.

 

Michele Dodde

 

 

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