· 

Baseball e TV

Nella foto Reggie Jackson durante un episodio de "I Jeffersons"
Nella foto Reggie Jackson durante un episodio de "I Jeffersons"

di Allegra Giufferdi

Il baseball, si sa che specie negli Usa, è molto televisivo. Da noi, in Italia lo è pochissimo ed io di questo mi dolgo assai, perché non comprendo come si possa continuare a vedere match di rugby del “Sei Nazioni” dove l’Italia inesorabilmente perde e l’unica cosa che varia è solo lo score o il numero di mete subite. Sono almeno quattro anni di fila che l’Italia del rugby vince il cosiddetto “cucchiaio di legno”, vale a dire l’ultimo posto tra le sei partecipanti al “Sei Nazioni” e nonostante ciò il rugby ha uno share televisivo importante e, non vi sembri contraddittorio, anche meritato, dato che io stessa contribuisco a crearlo, perché a me il rugby piace. Il rugby è uno sport nobile e cavalleresco, ma il baseball non è certo da meno, anche se ci si picchia un po’ di più!? L’unica cosa che non comprendo è, perché in Italia non si riesca a veicolare altrettanto per bene il baseball in TV, ma torniamo al ritorno televisivo che il baseball ha negli Usa.

Uno dei miei telefilm preferiti s’intitola “The closer” e la protagonista Kyra Sedgwick interpreta il Vice capo Brenda Leigh Johnson della “Crimini maggiori” di Los Angeles ed è una che “chiude i casi”, così come fa un bravo closer nel baseball.

 

Il closer chiude e blinda le partite, se è bravo e quindi un bravo investigatore chiude in poche mosse, pochi lanci, un caso, assicurando il colpevole alla giustizia.

 

Come si può vedere al baseball si associano atteggiamenti positivi, risoluti e decisivi e il messaggio collegato al baseball è spesso positivo.

 

Del resto una partita di baseball si regge su “colpi di scena” improvvisi da cui dipendono le sorti di qualsiasi incontro che si rispetti. Basti pensare al colpo di teatro rappresentato dal fuori campo.

 

E proprio un fuori campo è alla base di un episodio di un’altra serie televisiva. 

La serie TV a cui mi riferisco è “I Jefferson” che si è sviluppata dal gennaio 1975 al luglio 1985 e, come forse si sa, parla dell’ascesa sociale  di una famiglia afroamericana che da Queeens si trasferisce a Manhattan sulla spinta della forza imprenditoriale del protagonista, George Jefferson, interpretato dall’attore Sherman Hemsley, che pian, piano costruisce il proprio impero nel mondo del lavasecco con le Lavanderie Jefferson, anche grazie al saggio apporto della moglie Louise Jefferson, interpretata da Isabel Sanford.

 

In questa serie si raccontano con leggerezza le difficoltà vissute dalla città di New York, città dove si ambienta la sitcom, negli anni Settanta quando quartieri come Hells chitchen che adesso sono riqualificati, all’epoca erano quanto mai disagiati e poi le difficoltà dei Neri americani nell’affermarsi nella società statunitense, con un richiamo a Martin Luther King, ed anche all’evoluzione del costume americano con le coppie miste.

 

Devo dire che alcune delle battute che si ascoltano, dopo trent’anni, oggi non si potrebbero mai e poi mai nemmeno pensare, tanto che mi stupisco, peraltro positivamente, di come anche la serie “I Jefferson” non sia stigmatizzata come razzista o sessista, cosi come accaduto addirittura agli  “Aristogatti”, ma veniamo a noi.

Nell’ultima stagione, nell’episodio “La palla mancata”, George Jefferson va a vedere, anche per motivi pubblicitari, un incontro di baseball tra i NY Yankees e gli Angels di Los Angeles, dove nel 1984 militava Reggie Jackson il cui homerun non viene trattenuto in tribuna dal povero George, che per questo viene sbeffeggiato e preso in giro dal pubblico sia allo stadio che in TV ne vedono la mancata presa.

 

George si rammarica di essere considerato un mani di pasta frolla e si deprime, così la moglie Louise decide di aiutarlo, andando a prelevare dallo stadio con uno stratagemma proprio Reggie Jackson, che nella puntata interpreta se stesso e che alla fine  consola il povero George, autografandogli la famigerata palla mancata.

 

A parte ciò e a parte che nell’episodio si vedono anche Brian Downing e Mike Witt, autore di una partita perfetta e di una combined no-hitter quel che mi chiedo è: ma vi immaginate se qualche episodio di Don Matteo o di qualsiasi altra fiction italiana fosse ambientata nel mondo del baseball?

 

Eh, sì, ce lo vogliamo chiedere? 

 

Allegra Giuffredi

 

 

 

Scrivi commento

Commenti: 3
  • #1

    pino (giovedì, 11 marzo 2021 22:46)

    Si domanda perché non si riesce a veicolare il baseball in tv:

    provo a fare qualche osservazione:

    Ogni bambino che nasce in italia e si avvicina allo sport vede nella stragrande maggioranza dei casi questo tipo di schema:

    Due squadre, formate da x giocatori, che,entro un tempo ben stabilito, si affrontano insieme contemporaneamente per raggiungere un obbiettivo abbastanza semplice e comprensibile da subito.

    Questo incontro da luogo ad una specie di battaglia molto dinamica tra giocatori nel tantivo di segnare dei punti e che tiene tutti gli spettatori con il fiato sospeso.

    Per esempio una palla che entra dentro una porta, una palla che entra dentro un canestro, il superamento di una riga da parte di un giocatore ,una palla che non viene ribattuta da una squadra.

    C’è da aggiungere che una dozzina ragazzi principianti nel giro di una quindicina giorni o un mese possono disputare tra di loro, una partita su qualsiasi terreno, divertendosi.

    Per finire di questi sport è possibile usare una versione semplificata altrettanto divertente.

    Nel baseball queste cose non è possibile farle. Insomma questo sport è talmente diverso e tremendamente articolato da piacere a pochi, sono tra i pochi da ca 70 anni.

    Cordiali saluti

  • #2

    LUDOVISI FRANCO (domenica, 14 marzo 2021 10:41)

    Sono nato e cresciuto dove il baseball non era conosciuto per nulla, ma l'ho praticato da subito nelle piazze di Bologna, sempre divertendomi.
    Poi, quando tanto tempo dopo sono andato nella scuola ad insegnarlo non mi sono mai preoccupato di spiegarlo, di dare consigli di nessun genere, ma lo facevo giocare direttamente:
    "Mezza classe si sparpagli per il campo, dove vuole, mezza squadra resti qui a battere: chi batte corre fino a quel cuscino, chi è in campo raccoglie la palla e la solleva in alto; deve farlo prima che il battitore tocchi il cuscino".
    Bene, i difensori, dopo poche battute si mettono da soli dove arrivano le battute, i battitori capiscono da soli che battere forte è meglio che toccare piano.
    Nelle sedute che seguiranno gli alunni impareranno a prendere e tirare bene la palla e faranno i fondamentali corretti, ma il baseball lo stanno già giocando, senza mai averlo visto nemmeno per un istante e si "divertono" subito.
    Quindi Pino e Allegra non è questione di difficoltà a capire il gioco se non lo vediamo sui campi e in Tv.
    Ormai nessuno va più in bicicletta in Italia, ma il ciclismo impera. E' Così!

  • #3

    Pino (lunedì, 15 marzo 2021 16:10)

    Franco è vero che puoi cominciare cosi, anzi è il metodo migliore, ma per breve tempo, ma poi come mi hai detto molti anni fa ad una mia domanda. che fai ora?, la risposta che mi hai dato è : mi dedico ad ottimizzare i fondamentali. é qui che il baseball da generico diventa specifico. Li ci vuole organizzazione, conoscenza e metodo altrimenti si annoiano. Sarà capitato anche a te, spesso i giocatori mi dicono che si divertono più in allenamento che nelle partite. La componente attesa che a noi andava bene, oggi non è molto gradita, vogliono partecipare, essere coinvolti sia in difesa che in attacco nello stesso inning e non vogliono ciondolare in panchina. ciao