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Gualtiero Carli

di Michele Dodde

Oggi  4 marzo è venuto a mancare Gualtiero Carli. Nato a Rimini il 30 luglio del 1927, giovanissimo incomincia a giocare a baseball per poi debuttare con il Rimini nel 1949 nell’allora serie A andando a ricoprire il ragionato ruolo di ricevitore. Dotato di una particolare postura nel box di battuta era l’incubo dei lanciatori per la perfezione con cui sapeva interpretare i lanci ed in particolare nella realizzazione delle smorzate che lo portarono ad essere soprannominato il re dei bunt. Nel 1952 i dirigenti del Cus Bologna lo ingaggiano per formare con il lanciatore mancino Romano Lachi, temuto artista del monte di lancio per le diverse combinazioni dei suoi lanci, una delle coppie più blasonate del baseball italiano. 

Nella foto Gualtiero Carli è il quarto in piedi da sinistra

Nel 1954 rientra nella Libertas Rimini dove gioca altri due anni sino allo scioglimento della sezione baseball. Quando il baseball a Rimini nel 1966 rinasce quale coinvolgente araba fenice, Carli ne diventa il carismatico manager per sette stagioni ascrivendo al suo attivo ben tre promozioni.

 

In seguito entra a far parte della dirigenza del Rimini avendo coinvolto insieme a Ivo Frigiola l’industriale riminese Cesare Zangheri, colui che diventerà il carismatico presidente della franchigia romagnola. Atleta di carattere, uomo di campo tuttofare in specie nei contatti con gli umpire, e chi scrive ne ha diretta testimonianza, dirigente illuminato, Carli fu anche consigliere federale per due quadrienni negli anni ottanta e lascia nel ricordo di tutti la sintesi del suo operato: anima, mente, intuito ed ombra lunga del baseball riminese.

 

Michele Dodde

 

La Redazione di Baseball On The Road si unisce alla famiglia in questo momento di dolore.

Ecco chi era Gualtiero Carli da uno splendido articolo di Corrado Sannucci apparso su Repubblica il 5 maggio 1986

 

CUORE DI UOMINI RABBIA DI DONNE

 

CON LA CAMICIA di fuori e i pantaloni bracaloni, piccolo e inarrestabile, Gualtiero Carli percorreva su e giù a nervose falcate la gabbia a forma di boomerang, che fa da tribuna stampa e palco d' onore: stando dietro il ricevitore è possibile quasi guardare negli occhi il lanciatore sul suo montarozzo. "Venga, le offro un caffè", nelle notti e nei pomeriggi eccitati della finalissima dello scudetto del baseball, era lui, fondatore e poi allenatore e poi ex-presidente ad aggrapparsi a una macchina a pressione di tipo casalingo, a rovistare tra i mucchi delle bustine di zucchero, a porgere i bicchierini di carta fumanti ad amici, giornalisti, signore, prima di mettersi alla ricerca di "un fondo di Ballantine che dev' essere da qualche parte". "Sono uscito dalla guerra e qui c' era solo la miseria. Rimini era distrutta al 92-93%, è stata una delle città più devastate. Nel ' 49 tutti lavoravano per riorganizzare la riviera, a rimettere in piedi le infrastrutture, a costruire i bar, i ristoranti, gli alberghi. A me invece venne in mente di fondare una squadra di baseball. Era una passione nata nella scuola, con il fascino di uno sport che veniva dall' America, dal cinema. Nessuno ci prendeva in considerazione: anzi, davamo fastidio, eravamo i pazzi".

 

A cosa può essere utile, in un dopoguerra, un ragazzino che si agita con un guantone e una mazza? "Ci allenavamo dove capitava, nei piazzali spianati, nei prati lasciati liberi dai circhi. Andavamo contro il dogma che vuole, in Italia, che se uno ha una palla la deve mettere in una rete o in un cesto. Il baseball con la pallina fa altre cose".

 

La squadra sarebbe cresciuta fino a vincere, dal ' 75 in poi, quattro scudetti sotto varie sigle, Cercosti, Derbygum, Papà Barzetti, costruendo un pubblico e un interesse nella città. Quarant' anni spesi a cercare di convincere gli altri è quasi un mestiere da missionario, finchè anche il Comune credette, si accorse che esisteva una base e costruì lo stadio nel ' 73. "Ma lo sport in Italia esiste esclusivamente per merito di gente che vive per lui, gli regala tempo e sacrifici, operando miracoli per tenere in piedi la baracca, in un paese nel quale si nasce e si muore in funzione del calcio". I pericoli al buon lavoro fatto sono dovunque. "Abbiamo 250 ragazzi tesserati, il vivaio va bene, ma il campo d' allenamento è troppo decentrato, è vicino alla circonvallazione, in un punto molto pericoloso per il traffico, non ci sono autobus, le mamme mandano malvolentieri i bambini laggiù. 

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Commenti: 2
  • #1

    LUDOVISI FRANCO (giovedì, 04 marzo 2021 18:12)

    Stanno diventando troppi i miei amici di un tempo che ci, anzi che mi lasciano.
    Egidio Cerea, Biro Consonni ed adesso Gualtiero Carli. Sta finendo la splendida era dei PIONIERI.

  • #2

    Roberto Cabalisti (venerdì, 05 marzo 2021 00:26)

    Ricordo Wally con il cuore in mano, le nostre risate, i momenti passati in campo mentre lui meticolosamente curava ogni Ciuffo d'erba perché diceva il diamante doveva brillare, le corsie perfettamente curate nella terra rossa, creando un immagine meravigliosa di quel contenitore di successi in cui lui ci metteva... ci ha messo ogni momento della sua vita abbracciato da tutti noi artefici dei suoi sogni. Riposa in pace Gualtiero e che la tua terra rossa sia lieve ora a coprire questo tuo eterno riposo. ❤️
    Caba 28