Ciao, paisà Tommy

di Michele Dodde

Tommy Lasorda non è più tra noi. A causa di un improvviso arresto cardiocircolatorio ha lasciato venerdì 8 questo mondo terreno per recarsi nei munifici Elysian Field dove avrà modo di assecondare il suo grande amore verso il baseball. L’Enciclopedia del Baseball curata nel 1981 da Giorgio Gandolfi ed Enzo di Gesù così lo riportava:

“Lasorda Thomas Charles, nato a Norristown, Pa, il 22. 09. 1927. Figlio di immigrati abruzzesi dal paese di Tollo, ha giocato per tre anni in Major League come pitcher nei Dodgers negli anni 1954 e 1955, poi negli A’s nel 1956. Quindi è entrato nell’organizzazione dei Dodgers come tecnico e nel 1976 è stato promosso alla guida della prima squadra. Ha vinto le World Series nel 1981 dopo due sconfitte (sempre contro gli Yankees) nel 1977 e nel 1978. Personaggio pirotecnico, è uno dei cardini delle public relations della squadra. Amico di molti attori di Hollywood, è uno dei personaggi più coloriti del mondo professionistico. Profondamente legato all’Italia, ha tenuto un corso per tecnici a Roma ritornando poi più volte successivamente anche per visitare il paese dei suoi genitori”.

In effetti da quell’anno della pubblicazione ha vinto poi un’altra World Series nel 1988 lasciando la guida dei Dodgers nel 1996 evidenziandosi tra uno dei più longevi manager della Major League. Indotto nella Hall of Fame nel 1997, la sua passione verso il baseball lo ha portato ad assemblare e guidare anche la nazionale olimpica statunitense con la quale vinse nel 2000 la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sydney. 

A dare maggior carisma poi al personaggio gira l’aneddoto di quando la moglie gli chiese se amasse più il baseball di lei. Dopo un attimo di incertezza Tommy rispose che forse era vero, però l’amava certamente più del football e del basket.

 

Molti quindi sono gli episodi che hanno delineato il suo affetto anche nei confronti del baseball e del softball italiani e le testimonianze, tra cui quelle di Sal Varriale e Mike Piazza, sono tutte lì a delineare un personaggio ambasciatore di stile ed unico simbolo di un baseball coinvolgente ed umano. Ed è questa sua umanità che noi di “Baseball on the Road” vogliamo ricordare perché Tommy ha saputo dimostrare che il gioco non si esaurisce lì sul diamante ma si eleva in spirito tra la sensibilità della gente. 

Ed allora andiamo a ricordare Tommy quando incontra il piccolo Christian Haupt debitamente riportato da Cathy Byrd, mamma di Christian, nel suo libro “Il Bambino che sapeva troppo”.

 

In particolare fu un quasi irreale confronto tra Tommy e Lou Gehrig così intimo tra i ricordi di una vita precedente da parte del piccolo Christian e l’innato suo modo di giocare sorprese non poco l’anziano manager che per 71 anni ha mostrato sempre l’orgoglio di indossare la casacca bianco blu dei Dodgers. E gioviale furono gli aspetti ed i consigli.

 

Tommy non mancava mai di essere presente alle manifestazioni della Little League e quell’anno, era il 2013, così lo descrive l’autrice: “ A quasi ottantasette anni Tommy era ancora l’uomo che lavorava più di tutti nel baseball. La fede nuziale al dito della sua mano sinistra, adesso colpita dall’artrosi, era il simbolo dei sessant’anni di matrimonio con la moglie Jo.

 

Poi Tommy fu chiamato a pronunciare il discorso di apertura nell’Opening Day della Little League, e quel giorno disse: “ Credo che Dio abbia messo ognuno di noi sulla terra perché aiuti gli altri. Nel gioco del baseball è fondamentale aiutarsi reciprocamente, collaborare; non si vince da soli. Il baseball è un gioco comunitario; è necessario che nove persone ne aiutino un’altra. Puoi essere il miglior lanciatore di tutti, ma qualcuno deve segnare un punto per vincere la partita. Mi piace molto la tecnica di sacrificio del bunt, in cui il battitore batte piano vicino casa base e si sacrifica per il bene della squadra. Troviamo il nostro bene in quello del gruppo ed il nostro appagamento individuale nel successo della comunità. Nelle vostre mani c’è il futuro del nostro paese. Mentre siete sul campo insieme ai compagni di squadra impegnati in questo gioco bellissimo, state acquisendo competenze che vi serviranno per il resto della vita. Imparate dunque a seguire delle indicazioni, ad andare d’accordo con le altre persone e a giocare secondo le regole e soprattutto rispettate i vostri genitori ed in particolare le vostre madri che rendono ogni cosa possibile. E ricordate sempre che ai vostri genitori dovete amore e rispetto”.

 

Questo il messaggio testamento che Tommy ci ha lasciato e noi ricorderemo sempre con affetto e stima la sua personalità ma soprattutto nei ricordi resterà il suo eterno sorriso di chi non ha mai tradito la sua passione: il gioco del baseball

 

Michele Dodde

 

 

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Commenti: 3
  • #1

    eziocardea@hotmail.it (sabato, 09 gennaio 2021 21:38)

    Bellissimo ricordo!

  • #2

    Giuseppe (domenica, 10 gennaio 2021 10:53)

    Grazie Michele

  • #3

    Aldo Bucelli (lunedì, 11 gennaio 2021 14:36)

    Trovo sempre molto divertente leggere gli articoli di Michele, dai quali traspare la grande passione per il baseball, che tuttavia non annebbia la chiarezza di pensiero, presentando di volta in volta sia gli aspetti gloriosi dello sport che quelli più bui.
    Mi viene da fare un parallelo con le religioni o correnti filosofiche in genere, i cui adepti ritengono migliorare le persone. Per quella che è la mia esperienza, invece, sono le persone di animo nobile che portano arricchimento alle rispettive organizzazioni. Queste forniscono soltanto un mezzo per esprimere le potenzialità individuali. E pertanto, nell'ambito della stessa fede, emergono atti magnifici ma anche tragici.

    Dal serio al faceto ... in questo articolo è spassosissimo
    l’aneddoto sulla domanda posta dalla moglie del giocatore.