The Blood Baseball - # 4

di Michele Dodde

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Una emotiva riflessione per chi ama l’appartenenza ad un gruppo suscita il triste evento che interessò Willard McKee Hershberger. Campione di baseball presso la Fullerton Union High School fu ingaggiato dagli Yankees di New York che però non lo impiegarono mai nella Major League relegandolo per otto anni nelle squadre della Minor League associate alla blasonata franchigia newyorkese. Fu solo durante la stagione del 1937 che gli scout dei Reds di Cincinnati constatarono in lui una sensibilità e passione nello svolgere il suo ruolo di ricevitore e dunque fu arruolato nel loro roster in Major League come riserva del ricevitore Ernie Lombardi.  Durante tre stagioni sostituì Ernie in 160 gare registrando altresì una media battuta pari a .316. Il 26 luglio del 1940, quasi a metà della stagione agonistica, il ricevitore Ernie Lombardi durante uno stretto gioco a casa base si slogò la caviglia destra e l’allora manager dei Reds, William Body McKechnie, decise di lasciare in pieno diritto a Hershberger la titolarità del ruolo. 

La tanta attesa prova della verità forse gravò improvvisa e rovinosamente sulle spalle del 30enne Hershberger poiché accadde che il 31 luglio al Polo Ground nella gara contro i Giants di New York i Reds andassero a perdere la gara al nono inning per 5 a 4 dopo averla tenuta in pugno sul punteggio di 1 a 4. La rimonta fu onorata da un grande slam realizzato da Harry Danning a fine gara.

 

Ancora, dopo un giorno di riposo, i Reds il 2 agosto persero entrambe le gare in programma contro i Boston Bees per 10-3 e 4-3. In Hershberger nacque un senso di colpa inerente le sconfitte: contro i Giants perché pensò di aver richiesto una traiettoria sbagliata della pallina quando Danning era nel box di battuta favorendo lo stesso nella realizzazione del fuoricampo, contro i Bees perché non era riuscito in sei turni alla battuta a realizzare o una battuta o un bunt e dunque non aver portato nessun positivo apporto alla squadra. 

Di questi suoi pensieri si confidò con il compagno di squadra Billy Werber precisando “Ho sbagliato tutto. Se ci fosse stato Ernie avremmo vinto queste partite” e poi, giustificandosi con il manager McKechnie in privato, sbottò piangendo “Farò come mio padre. Mi suiciderò”.

 

McKechnie lo calmò rincuorandolo e precisandogli come il gioco poteva permettere azioni eclatanti ma anche errori banali e pur gravi perché ogni gara era diversa da un’altra ed irripetibile nella sostanza.

 

Ed il tutto sembrò lineare e rientrato nella norma. Invece l’indomani Hershberger non si presentò negli spogliatoi e quando McKechnie chiese a Dan Cohen di accertarne la causa, questi recatosi al Copley Plaza Hotel, dove soggiornava Hershberger, trovò il suo corpo steso nella vasca da bagno con la gola tagliata.

 

La ferale notizia lasciò la squadra attonita e silenziosa e fu allora che McKecknie, per riassemblare il gruppo, disse che migliore azione per ricordare “Hershie” sarebbe stata quella di adoperarsi a vincere le World Series. Quell’anno i Reds, dopo ben ventuno anni, le vinsero per la seconda volta sconfiggendo i Tigers di Detroit ed i giocatori decisero di condividere una buona parte dei loro bonus, pari a 5.803 dollari, con la madre del loro sfortunato compagno.

Nel 1970 una tragica circostanza troncò la vita e la promettente carriera di un talentuoso lanciatore di origine portoricana: Miguel Fuentes. Eccezionale lanciatore durante gare amatoriali, fu notato dallo scout Felix Delgado che subito lo mise sotto contratto con la franchigia dei “Pilots” di Seattle e fu inviato a giocare in una squadra associata in Single-A.

 

Qui le sue doti si evidenziarono maggiormente tanto che a metà della stagione del 1969 i Pilots lo chiamarono in Major League dove lanciò una partita completa contro i White Sox di Chicago nella sua terza apparizione in campionato e finendo con otto gare realizzando un’ERA pari a 5.19.

 

Durante l’inverno partecipò con i Caguar Criollos alla manifestazione indetta dalla Winter League Portoricana ed il 29 gennaio del 1970 stava festeggiando con gli amici il termine di quel campionato.

 

Un urgente bisogno fisiologico lo fece uscire dal bar in quanto i servizi igienici di quel locale erano fuori uso. Un cliente, pensando che Fuentes stesse urinando sulla fiancata della sua macchina, inviperito gli corse incontro sparandogli a breve distanza tre colpi di pistola che giunsero alla coscia sinistra, alla mano sinistra e all’addome dileguandosi poi.

 

Subito soccorso, il giocatore spirò a soli 23 anni in ospedale. Il suo arcobaleno durò 56 inning giocati alla grande in Major Leage ed il suo innato talento, la sua giovialità ed il suo estro sono rimasti solo nei ricordi e nella figurina che lo ritrae ancora tra i Pilots di Seattle, franchigia che in quell’anno si stava trasferendo a Milwaukee assumendo il nome di Brewers.

 

La lunga scia del Blood Baseball riporta ancora giovani giocatori deceduti durante la loro carriera per incidenti automobilistici, aerei e diverse malattie.

Tra questi si vuole ricordare, oltre al portoricano Roberto Clemente Walker, icona indiscussa dei Pittsburgh Pirates passato alla storia per le sue diciotto stagioni in cui ha giocato nella Major League dopo il suo debutto il 17 aprile del1955 e deceduto per la sua generosità il 31 dicembre del 1972 in un incidente aereo mentre si recava come volontario ad aiutare le vittime del terremoto di Managua, capitale del Nicaragua, la causalità che coinvolse Thurman Lee Munson, idolatrato ricevitore degli Yankees che diventò il riconosciuto “cuore ed anima” della franchigia.

 

Votato Rookie dell’anno 1970 in ambito dell’American League fu nominato carismatico capitano della squadra nel 1976 raggiungendo un palmares di alto profilo e premi quali il MVP ed il Gold Glove.

 

Il 2 agosto del 1979, pilotando il suo Cessna Citation, in fase di atterraggio all’aeroporto di Akron Canton, l’errato funzionamento dei flap fece schiantare il piccolo aereo procurandogli ferite mortali. L’affetto che lo circondava fece sì che il giorno dopo l’incidente mortale, la squadra gli rendesse gli onori con un singolare rito: tutta la squadra era sul diamante a meno del ruolo di ricevitore. Poi il cardinale Terence Cooke declamò una preghiera e fu osservato un minuto di silenzio dopo il quale gli oltre 51mila spettatori esplosero in una standing ovation durata ben otto minuti.

 

Solo dopo che lo speaker dello stadio, Bob Sheppard, tra la commozione generale ebbe a dire “Ed ora è il momento di giocare…” il neo sostituto Jerry Narron rimasto nel dugout si posizionò dietro al piatto pentagonale di casa base mentre sul grande schermo dello stadio appariva la scritta “il nostro capitano e leader non ci ha lasciati oggi, né domani, né quest’anno, né al prossimo…il nostro gioco rifletterà il nostro amore e la nostra ammirazione per lui”. Il proprietario degli Yankees George Steinbrenner fece ritirare il numero 15 della casacca di Lee Munson e l’intero suo armadietto è ora al New York Yankees Museum.

 

Questo grande gioco del baseball dunque, che ha sempre esaltato i grandi talenti per le loro prodezze ed i record raggiunti, non ha neanche mai dimenticato coloro che al gioco, per il gioco e con il gioco hanno prematuramente cessato di esprimersi nella giusta consapevolezza che comunque il baseball è sempre e soprattutto un gioco.

 

Michele Dodde

 

Fine

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