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The Blood Baseball - # 2

di Michele Dodde

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Un altro triste evento si verificò il 16 agosto del 1920. Quel giorno si stava disputando una intensa gara tra gli “Indians” di Cleveland e gli “Yankees” di New York ed il lanciatore newyorkese Carl William Mays stava perseguendo la possibilità di poter portare a termine la sua 100esima vittoria in carriera. Rigoroso personaggio e poco alieno alle amicizie per via di una rigida educazione religiosa ricevuta dal padre, ministro della fede metodista, Mayes era in possesso di uno ambiguo stile nel lanciare la pallina, imparato da un lanciatore di baseball della Negro League, tale Dizzy Dismukes e raffinato poi da Joe McGinnity, che gli valse il soprannome di “sottomarino”, oltre ad essere un perfetto esecutore della “spitball”. 

Queste sue qualità, che lo hanno portato in carriera a vincere ben 207 gare contro 126 perse, sono state purtroppo offuscate anche dall’alto numero di battitori colpiti nel box di battuta. Quel giorno, per il line up degli “Indians”, al quinto inning si presentò in battuta per la terza volta Raymond Johnson Chapman. 

 

Questi era uno indiscusso specialista nel realizzare perfetti bunt di sacrificio e già nei due turni precedenti era riuscito ad incocciare la pallina lanciata da Mays per ben due volte. Dunque nella tradizionale ed eterna sfida tra i due antagonisti, battitore e lanciatore, quest’ultimo cercò di confezionare un lancio che lo ingannasse e dunque lanciò da sottomano una pallina veloce e tendenzialmente alta.

 

Chapman non riuscì a seguire bene la traiettoria della pallina che andò a colpirlo nella parte laterale sinistra della testa. Il suono dell’impatto fu così forte che il lanciatore Mayes pensò di aver colpito la mazza e poiché la pallina, dopo l’urto, era ritornata rimbalzante sul diamante si affrettò a prenderla e tirarla al prima base Wally Pipp per svolgere il gioco dell’eliminazione.  Chapman, a mente della regola del battitore colpito, frastornato si diresse verso la prima base ma cadde a terra due volte ed alla seconda non fu più in grado di rialzarsi. 

Subito il manager degli “Indians” Tristram Edgar Speaker lasciò il dugout e corse verso il giocatore a terra ed insieme a lui corsero altri giocatori degli Indians e degli Yankees. Chapman a terra non dava più segni di vita e fu urgentemente portato presso il New York Hospital dove i chirurghi operandolo constatarono che aveva subito una frattura del cranio. Dopo l’intervento, che tecnicamente fu perfetto, sembrò che Chapman potesse riprendersi ma a causa di improvvise complicazioni morì il giorno seguente alle 4.30.

Narra la cronaca che durante il trambusto verificatosi attorno al corpo di Chapman caduto lungo la corsia tra casa base e la prima base, Mayes rimase sconcertato ed immobile sul monte di lancio per tutto il tempo, poi che abbia continuato con la sua solita freddezza a lanciare sino al nono inning quando fu sostituito.

 

Inoltre, si narra ancora, furono gli Indians a vincere quella gara per 4 a 3 e che in seguito il Procuratore Distrettuale, esaminati gli atti e le testimonianze, sancì che l’incidente era stato del tutto casuale senza alcuna ombra di dolo.

 

Molte perplessità invece restarono tra le dicerie nei vari spogliatoi tra i giocatori delle diverse squadre che, pur consapevoli che la causa principale andava ricercata nello stile del gioco che si praticava in quel periodo, ovvero che il lanciatore per ingannare il battitore era solito “sporcare” la pallina con saliva, succo di tabacco masticato, vasellina, terra umida ed altri artifici, erano dell’avviso, e tra questi il più incisivo fu Ty Cobb, amicissimo di Chapman, che qualcuno avrebbe dovuto lanciare una pallina a Mayes, mentre era nel box di battuta, colpendolo allo stesso modo come aveva fatto lui con Chapman.

 

Nel prosieguo della stagione agonistica gli Indians in ogni partita indossarono il lutto al braccio e successivamente fu coniata una placca di bronzo, visibile oggi al “Progressive Field” di Cleveland ritraente il volto dello sfortunato giocatore con la scritta “He Lives in the Hearts of All Who Knew Him” (Vive nei cuori di tutti quelli che lo conoscevano).

 

La storia proseguì tristemente in quanto otto anni dopo, la moglie Kathleen di 34 anni (al tempo della morte del marito era incinta) si suicidò e l'anno successivo, nel 1929 l'unica figlia Rae Marie che viveva con i nonni, si ammalò di morbillo e morì all'età di otto anni.

 

Michele Dodde

 

Segue

 

 

N.d.r. Dovremo arrivare al 1941 prima di vedere i primi giocatori indossare una protezione senza paraorecchie e ben più tardi, nel 1971, divennero obbligatori caschetti simili agli attuali.

 

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