The Blood Baseball - # 1

di Michele Dodde

Il baseball di cui si tratterà in queste note non è quello di cui si parla con enfasi per delinearne i successi, i record, le fantasiose e mirabolanti giocate tecniche, gli aneddoti spassosi tra pubblico e giocatori. Qui verrà presentato un baseball umanizzato, triste per i suoi eventi, che lascia pensierosi e sgomenti per le angosce che ha infuso senza nulla chiedere se non una partecipazione convinta alla vita normale, quella che è sempre vissuta con umiltà e tuttavia palpitante dietro l’angolo. Cioè quel baseball protagonista che nella memoria evidenzia anche il dolore, ingenuità ma mai menzogne poiché poi in sintesi alla fine è pur sempre un gioco. Ed è la storia di giocatori che hanno amato il baseball ed il loro ruolo ma che la cronaca li ha relegati in altre pagine che non sapevano di sport. Il primo evento di questo baseball dietro l’angolo, noto ma poco ricordato, ebbe luogo il 12 aprile del 1909 durante la partita inaugurale di un nuovo campo da baseball realizzato a Filadelfia, lo Shibe Park, futura casa madre degli “Athletics” ed ebbe come protagonista Michael Riley Powers.

Giovane e garbato studioso di medicina, frequentò gli studi presso il “College of Holy Cross” a Worcester nel Massachusetts e  poi presso l’Università di “Notre Dame” a South Bend nell’Indiana per poi completarli con la laurea al “Louisville Medical College”.

 

Durante il periodo passato studiando presso i college, Michael nel 1897 scopre il baseball iniziando a giocarlo presso la squadra universitaria. Le sue indiscutibili qualità di geniale ricevitore non passarono inosservate tanto da essere ingaggiato il successivo anno, 1898, dai “Colonels” di Louisville facendolo debuttare in Major League all’età di 28 anni il 12 luglio.

Il giocare a baseball lo affascinava più della professione di medico, che pure onorava presso un affermato studio a Jeffersonville, solo durante il periodo invernale e negli spogliatoi durante la stagione agonistica nel curare i compagni di squadra per ferite lievi, da cui il nomignolo “Doc” ed a volte “Croce Rossa Mike”.

 

Dai “Colonels” passò poi ai “Senators” di Washington per approdare all’inizio del 20esimo secolo alla corte degli “Athletics” di Filadelfia tra i quali divenne il ricevitore personale del famoso lanciatore mancino Edward Stewart Plank.

 

Poi avvenne che in quel maledetto 12 aprile rimase ferito all’ottavo inning a causa di un violento impatto contro un muro nel tentativo arduo di prendere al volo una pallina in zona foul. Lo scontro gli provocò delle lesioni interne non subito diagnosticate, anzi era convinto che il dolore persistente fosse dovuto ad una gastrite causata da un sandwich mangiato prima della gara e stoicamente non volle essere sostituito.

 

Dopo la gara invece in ospedale Michael Powers, a seguito di quelle lesioni, fu sottoposto a ben tre interventi chirurgici in conseguenza dei quali, due settimane dopo, un’infezione post operatoria causò la sua morte prematura.

 

Sei compagni di squadra, Jack Cooms, Harry Davis, Danny Murphy, Simon Nicholls, Ira Thomas e soprattutto Eddie Plank vollero portate in spalla la sua bara ma nel contempo nessun referto medico di allora specificò se le lesioni fossero state causate dall’impatto o procurate da pregressi malanni. Tuttavia, che Powers sia stato il primo giocatore di baseball a morire durante una gara di Major League a causa direttamente di un infortunio sul campo fu un’oggettiva convinzione generale tanto da indurre il quotidiano “Evening Times” di Filadelfia ad avviare una sottoscrizione in memoria di Powers al fine di donare al Northwest General Hospital della città un particolare letto “da essere usato solo da parte di qualsiasi giocatore di baseball professionista che si fosse infortunato durante una partita o la cui malattia fosse direttamente attribuibile al gioco durante la stagione agonistica”.

 

Michele Dodde

 

Segue

 

Scrivi commento

Commenti: 1
  • #1

    Giuliano (lunedì, 23 novembre 2020 06:45)

    Una storia emozionante. Purtroppo non è stato l'unico caso,