Fu vera gloria? - 2^ parte

di Michele Dodde

Fu vera gloria quella di Jackie Robinson?

Segue dalla 1^ parte

Ma dal debutto di Fowler, nei successivi due decenni a seguire molti altri giocatori di colore riusciranno a giocare in squadre professioniste di bianchi affiliate alla Minor League. Tra essi due furono notati ed esaltati dalla cronaca : il seconda base Ulysses Franklin “Frank” Grant soprannominato “The Black Dunlap” ed il lanciatore George Washington Stovey. Il primo debuttò con i “Cuban Giants” nel 1889 e si impose nel ruolo di seconda base come particolare stella nel firmamento della “International League” ed il suo soprannome gli fu affibbiato in paragone alla sua ricercata qualità di gioco difensivo in similitudine al coevo Frederick “Sure Shot” Dunlap, in verità l’allora giocatore più pagato nella Major League Baseball dal 1884 al 1889. Purtroppo o tuttavia, dopo che anche i proprietari delle diverse formazioni professionistiche si assoggettarono ai dettami di mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici con il principio di “uguali ma separati” emanati nel 1877 dalle inspiegabili ed innominabili “leggi Jim Crow” ed osservate di fatto dai membri dei Comuni locali e dai singoli Stati del Sud sino al 1964 quando furono drasticamente abrogate dal “Civil Rights Act” nonostante la Corte Suprema le avesse già dichiarate incostituzionali nel 1954 con la celebre sentenza “Brown v. Board of Education”, Franck Grant dopo aver giocato con sette squadre diverse chiuse la sua carriera nel 1903 con i “Philadhelphia Giants” divenendo poi un pioniere delle prime Negro League le cui squadre affiliate più volte sfidarono franchigie di squadre composte da soli giocatori bianchi riportando sonore vittorie. A riconoscimento la sua figura è stata inserita nella Hall of Fame nel 2006. 

 

Sotto la foto completa della squadra di Buffalo, con l'unico giocatore afro/americano Ulysses Franklin “Frank” Grant - 1887

 

Il secondo (George Washington Stovey) ha lasciato una indelebile traccia nella storia del baseball in quanto oggettivamente è stato riconosciuto il miglior lanciatore afroamericano del 19esimo secolo e che solo la discriminazione emanata delle citate “leggi Jim Crow”, o la ventilata grintosa opposizione di Cap Anson, gli ha negato di poter debuttare nella “National League” con i “New York Giants”.

 

La cronaca minuta del “Newark Journal” del 9 aprile 1887 narra che dopo una esibizione al Polo Grounds tra i “Newark”  e i “Giants” di New York, il manager di questi ultimi, Jim Mutrie, interessò i proprietari circa il suo acquisto. La proposta però durò appena un giorno e poi si dissolse per il colore della sua pelle anche se fu edulcorata da parte di Hackett, il manager dei Newark, che disse di non avere alcuna intenzione di privarsi  del suo giocatore.

 

La sua carriera così si consumò  in varie squadre delle leghe minori a partire dal1886, quando debuttò con i “Cuban Giants”, sino a finire nel 1897 con i “Demorest Boys”.

 

Dai dati desunti è indubbio che sia  Frank Grant sia George Stovey avrebbero avuto senza dubbio le qualità e le capacità di giocare sia nell’American League sia nella National League insieme a tanti altri giocatori neri se non fossero stati coinvolti dai pregiudizi e dalle barriere razziali che dalla convivenza sociale avevano permeato ormai tutto il baseball organizzato, tuttavia altre importanti figure con determinazione cercarono di imporsi sul grande palcoscenico.

Tra questi Moses Fleetwood “Fleet” Walker che, debuttando nel 1884 con i “Toledo Blue Stocking”, franchigia affiliata all’American Association, può e deve essere considerato di fatto il primo afroamericano ad aver avuto l’opportunità e l’estro di poter giocare sul palcoscenico della Major League.

 

Suo fratello Weldy sarà il secondo a debuttare nello stesso anno sempre con la casacca dei “Blue Stoking”.

 

Interessante e piena di risvolti etici la vita di Moses. Nato nel 1856 a Mount Pleasant, una cittadina dell’Ohio divenuta la divina meta da raggiungere per i molti schiavi cha dal 1815 fuggivano dai campi di cotone della Virginia e della Pennsylvania, dopo aver frequentato la Steubenville High Shool frequentò con profitto l’Oberlin College laureandosi in filosofia ed arte ma anche giocando nella squadra universitaria nel ruolo di catcher.

 

Qui si mise in acclarata evidenza tanto da richiamare l’attenzione degli scout della compagine di baseball dell’Università del Michigan dove poi si trasferì. Durante la frequenza degli studi nell’Università, ebbe anche un ingaggio oneroso annuale da parte dei “White Sewing Machine Company”, un club semi professionista di Cleveland. 

 

Era l’agosto del 1881 e qui tra le cronache che evidenziavano la sua capacità nel gioco emersero anche i primi contrasti causati dal colore della pelle. Si narra infatti che quando la squadra giunse per una trasferta a Louisville nel Kentucky, dapprima Moses fu allontanato dal Saint Cloud Hotel e poi i locali Eclipse protestarono contro la sua partecipazione alla gara rifiutandosi di giocare se non fosse stato allontanato anche dal dugout.

Dopo la parentesi universitaria del Michigan dove con la squadra aveva chiuso l’annata del 1882 con una considerevole media battuta pari a .308, nel 1883 firma il suo primo contratto da professionista, sotto l’ala protettrice del manager William Voltz, con i “Toledo Blue Stocking” che in quell’anno giocavano nella Northwestern League. 

 

Fu una egregia annata che caratterizzò sia la figura di questo straordinario ricevitore, che una testimonianza lo ricorda come “occasionalmente Moses indossava normali guanti di pelle d’agnello con le dita tagliate e leggermente imbottiti con ovatta nel palmo ma più spesso preferiva giocare a mani nude” e che poi con il lanciatore Hank O’Day andava a formare “una delle più straordinarie batterie dei vari campionati”, sia la fermezza del manager Charlie Morton che aveva sostituito Voltz al timone della squadra.

 

Questi infatti, anticipando di ben sessantaquattro anni il piglio decisionale di Leo Durocher, il 10 agosto del 1883 in una gara dimostrativa contro i “Chicago White Stocking” affrontò decisamente il rifiuto dell’ormai noto giocatore-manager razzista Cap Anson, che si stava rifiutando di giocare se alla gara avesse partecipato il ricevitore Walker, avvertendolo non solo del rischio di perdere la parte economica dell’incasso ma che il suo ricevitore Moses avrebbe giocato la gara dall’inizio.

 

Si dice che Cap Anson allora scosse mestamente la testa mormorando: “Bene, giochiamo questa gara, ma non ne giocheremo altre con un negro in formazione”.

 

I White Stoking vinsero quella gara solo agli extra inning per 7 a 6. 

 

Quando nel 1884 i “Toledo Blue Stocking”, sull’onda lunga dei successi nella Northwestern League, approdarono nell’organizzazione dell’American Association in Major League,  Walker dunque divenne di fatto il primo afroamericano a debuttare in Major League e questo evento avvenne il primo maggio in batteria con il fascinoso Anthony John “Tony” Mullane, il famoso lanciatore idolatrato dalle spettatrici per la sua bellezza come il bello “Apollo del Diamante”, che confesserà al termine della sua carriera che Walker “era stato il miglior ricevitore con cui avesse mai lanciato e che, non piacendogli però il fatto che fosse un negro, più volte gli aveva lanciato la pallina senza minimamente tener conto dei suoi segnali per il gusto di metterlo in difficoltà”.

 

Il sogno durò un solo anno poiché i “Blue Stocking” furono attanagliati da forti pressioni finanziarie che li costrinsero a disdire molti contratti così Moses seguitò a giocare nelle leghe minori sino al 1889 dopo di che divenne un fortunato uomo d’affari curando insieme a suo fratello il quotidiano “The Equator” pubblicando la sua segreta idea di una emigrazione di ritorno in Africa nel libro “Our Home Colony”. 

 

Nella foto Vincent Irwin “Sandy” Nava
Nella foto Vincent Irwin “Sandy” Nava

Tuttavia, come sempre accade nelle ricerche, non tutti gli storici sono propensi a concedergli la palma di primo giocatore negro ad aver giocato in Major League poiché tra le righe spunta sempre la figura di Vincent Irwin “Sandy” Nava che per cinque stagioni dal 1882 al 1886 aveva giocato con i “Providence Greys” e poi con i “Baltimora Orioles”.

 

Ma Nava, nato a San Francisco in California, era di origine messicana e la stampa d’epoca lo ha identificato come nero, pellerossa, portoghese, spagnolo e cubano e comunque di colore tanto che, quando i pregiudizi razziali sono andati via via ad aumentare sulla scia delle Leggi Jim Crow, egli fu silenziosamente allontanato dal grande spettacolo. 

 

Michele Dodde

 

Segue

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Aldo Bucelli (mercoledì, 07 ottobre 2020 10:19)

    La cosa che trovo particolarmente interessante negli articoli di Michele è che parlano di baseball, ma di fatto sono uno spaccato della società riferiti a luoghi e periodi, di cui spesso conosciamo ben poco.

  • #2

    Maria Luisa Vighi (mercoledì, 07 ottobre 2020)

    Interessante questa attenta e dettagliata testimonianza del ruolo dello sport per l'integrazione... Converrebbe farne argomento di corsi di formazione a scuola!