Fu vera gloria? - 1^ parte

di Michele Dodde

Fu vera gloria quella di Jackie Robinson?

Quando in ambito della Major League Baseball ogni anno all’inizio delle gare indette per il 15 aprile i roster  al completo si presentano sui diamanti indossando casacche tutte caratterizzate con il numero 42 in ricordo del lontano 15 aprile del 1947, giorno che segnò il debutto in Major League, sul suggestivo diamante dell’Ebbets Field dinnanzi ad oltre 23 mila spettatori, del giocatore afroamericano Jackie Robinson e che aprì la strada e le menti ad un’autentica rivoluzione culturale circa l’abbattimento della segregazione razziale sembra a tutti che l’allora celebre iniziativa sia stato frutto solo di una ferrea volontà da parte del proprietario dei Dodgers di Brooklyn, Branch Rickey.

Forse è così, di certo c’era soprattutto la ricerca di inserire nella rosa dei giocatori a disposizione della squadra anche l’apporto di giocatori talentuosi al fine di migliorare lo spettacolo e far lievitare gli incassi. Tuttavia prima di debuttare tra le fila della National League, Jackie fu indirizzato presso  i Royals di Montreal, squadra affiliata alla Brooklyn’s International League dove giocò la prima gara il 18 aprile del 1946 realizzando nel Roosevelt Stadium di Jersey City ben tre battute valide ed un fuori campo. Il suo futuro salto di qualità fu dunque uno specchiato riconoscimento.

Ma la presenza di giocatori afroamericani in squadre di baseball formate da professionisti completamente bianchi in verità ha avuto inizio a partire dal 1872 quando il 14enne John Jackson, che in seguito giocò sotto il nome di John William “Bud” Fowler, entra a far parte della franchigia di “New Castle” in Pennsylvania.

 

Per la cronaca Fowler, figlio di uno schiavo raccoglitore di luppolo fuggito dalla schiavitù ed emigrato a New York e successivamente a Cooperstown, imparò in questa cittadina a giocare a baseball e le sue innate qualità invogliarono poi i proprietari dei “Picked Nine” dei Red Stocking Baseball Club di Cincinnati ad ingaggiarlo ed all’età di 20 anni, il 24 aprile 1878, ebbe modo di lanciare interamente la sua prima gara sconfiggendo i “Boston Red Caps”.

 

Eccezionalmente dotato di naturale talento da farlo primeggiare sia come lanciatore e sia come ricevitore oltre a destreggiarsi anche come infielder o outfielder e sia come manager, Fowler continuò a giocare per squadre di baseball nel New England, in Canada, nell’Ohio ed in Minnesota sino ad approdare nello Iowa con la casacca dei “Keokuk Hawkeyes”. 

 

Qui ricompensò il proprietario del Club, l’uomo d’affari R.”Nick” Curtis, con eccellenti prestazioni tanto da farlo diventare il giocatore più popolare della “Western League” come ben lo evidenziò il quotidiano “Keokuk Gate City and Constitution”:

“ Bud Fowler è un genio sul diamante, gentiluomo nel suo comportamento e meritevole della più che positiva opinione che per lui hanno gli appassionati di baseball”. 

 

Sotto la squadra dei Keokuk Hawkeyes con al centro in alto John William “Bud” Fowler

Questa felice parentesi tuttavia ebbe termine quando la “Western League” si sciolse per motivi finanziari e dunque Fowler continuò a giocare in Colorado, nel Kansas ed a New York dove nel 1887, a Binghamton,  subì però  la prima onta razziale in quanto i suoi compagni di squadra a metà campionato si rifiutarono di continuare a giocare con lui.

Fu umiliante subire queste tensioni razziali anche perché a New York, al fine di consentire una sempre maggiore possibilità alle diverse etnie di colore di praticare un’amata disciplina sportiva, già nel 1885 Frank Thompson aveva creato la prima squadra di colore professionista, i “New York Cuban Giants”, formazione di elevato livello, che era solita misurarsi con franchigie composte da soli bianchi.

 

Ed avvenne anche che nel 1888 sfidasse e vincesse contro i “New York Giants”, neo campioni delle World Series di quell’anno, per quattro partite ad una. A questo evento il quotidiano “The Indianapolis Freeman” volle aggiungere un po’ di pepe affermando che “se i Cuban Giants hanno sconfitto i New York Giants, allora adesso di fatto sono loro i virtuali campioni del mondo”.  

Su questa scia di opinioni le franchigie di St. Louis, Detroit e Chicago permeati negativamente da una forte negrofobia disdissero tutti gli incontri precedentemente programmati.

 

Dopo 10 stagioni di intenso baseball nel 1895 Bud fu coinvolto da Grant “Home Run” Johnson a formare ad Adrian nel Michigan una squadra di alto profilo, i “Page Fence Giants” sponsorizzati dall’industriale John Wallace Page.

 

La franchigia, gestita da Gus Parsons, era composta da atleti personalmente scelti da Fowler con il criterio di realizzare un gruppo con un elevato carattere morale e culturale. Infatti nel roster assemblato da Fowler ben cinque dei dodici atleti scelti erano laureati e nessuno di loro era dedito all’alcol.

 

La squadra debuttò il 9 aprile 1895 con Fowler in seconda base e Johnson quale interbase e divenne ben presto la migliore squadra del baseball giocato dagli afroamericani. 

 

Successivamente a seguito di contrasti con la direzione del club composta esclusivamente da uomini d’affari bianchi, Fowler si dimise dai “Page Fence Giants” ma prima di lasciare definitivamente i diamanti nel 1904 fu il manager dei “Cuban Giants”, “Smoky City Giants”, “All American Black Tourists” e “Kansas City Stars”.

 

La sua storia non è passata inosservata poiché nel 1987 la “Sociaty for American Baseball Research” lo ha commemorato ed onorato come il primo giocatore professionista di baseball afroamericano ed a Cooperstown è stata posta una targa in suo onore al Doubleday Field il 20 aprile 2013 nominando quel giorno come “Bud Fowler Day”. Poi la stessa via che conduce al campo ora si chiama “Fowler Way”.

 

In seguito la SABR il 29 luglio del 2020 ha annunciato che Fowler è stato selezionato come “Overlooked 19th Century Baseball Legend” ovvero un eclettico personaggio che non è stato ancora inserito nella National Baseball Hall of Fame.   

 

Michele Dodde

 

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